Innovazione e sostenibilità in agricoltura non bastano; serve un riequilibrio del sistema agro-alimentare


Negli ultimi 60 anni si è verificata la più straordinaria rivoluzione della storia dell’umanità: da un lato – grazie alle innovazioni biologiche, chimiche, meccaniche e informatiche, adottate in modo sinergico – si sono triplicate le produzioni agricole essenziali (cereali, latte, carne), dall’altro si è raddoppiata la popolazione mondiale. Questo modello produttivo riuscirebbe a soddisfare la domanda mondiale di alimenti, ma consuma già le risorse naturali su cui si basa – terra, acqua, suolo e biodiversità – ad un ritmo superiore alla loro capacità naturale di rigenerazione e non è quindi sostenibile nel lungo termine. In alcune aree del mondo è già evidente il degrado ambientale causato da pratiche non sostenibili, quali il sovrapascolamento, la monocoltura, l’abuso di fertilizzanti, di antibiotici e di fitofarmaci, la non corretta gestione dell’irrigazione.

Dobbiamo considerare che in tutta la storia dell’umanità la produttività massima in campo era stata di 10-12 quintali ad ettaro.

In tutti i Paesi Sviluppati inclusa l’Italia con la nuova agricoltura per effetto della moltiplicata produttività (in figura sono rappresentati i dati certi relativi alla Francia) si sono rese disponibili nuove aree per altre produzioni agricole, per parchi e aree protette, per il turismo naturalistico, per impianti sportivi e ricreativi, oltre che per l’edilizia e l’industria.

La rivoluzione è partita dall’inizio del secolo scorso quando Nazareno Strampelli aveva costituito le prime varietà altamente produttive incrociando le varietà italiane con quelle inglesi e olandesi per la resistenza alle malattie e, successivamente, le incrociava alla varietà giapponese Akagomuchi per ottenere varietà basse, precoci e altamente produttive. Grazie alle nuove varietà di Strampelli si avviò una prima intensificazione colturale basata sui nuovi input chimici e meccanici (prima rivoluzione verde).  Solo 40 anni più tardi incomincerà la rivoluzione verde che consentirà a Norman Borlaug di ricevere nel 1970 il premio Nobel per la pace. Norman Borlaug(Premio Nobel per la pace) .

Strampelli ottenne per l‘Italia una produzione autosufficiente (oggi importiamo più del 50% di grano) e attualmente i suoi grani (e derivati) costituiscono per 2/3 l’attuale produzione mondiale di grano (oltre 7 miliardi di quintali). Altri esempi importanti sono l’uva ITALIA di Alberto Pirovano e, più recentemente, il grano duro CRESO dell’ENEA.

La straordinaria attività di miglioramento genetico è stata messa in crisi dal “finto” rifiuto degli ogm: si impedisce agli agricoltori di coltivarli ma sono ampiamente importati e utilizzati!). Non solo, ne è anche fortemente limitata la sperimentazione. Oltre ai coltivatori è penalizzata così pure l’industria sementiera italiana che una volta primeggiava, ora si limita a “imbustare” per conto delle multinazionali o poco più. Si impone agli agricoltori di coltivare il no-ogm che, sicuramente, è meno competitivo, più inquinante e meno salubre. E importiamo il mais (quasi tutto ogm) per oltre il 40% del fabbisogno!  “I grani antichi” e le sementi prodotte in azienda sono presentati come una prospettiva favorevole; in realtà, a parte il possibile recupero di biodiversità, rappresentano un vero e proprio regresso verso l’agricoltura primitiva.

La ricerca scientifica e l’innovazione sono stati determinanti per rispondere alle attese degli agricoltori. L’intensificazione tecnologica tuttavia da sola non basta, si punta all’agricoltura sostenibile nelle sue varie forme, e alla sostenibilità nelle sue componenti essenziali: economica, ambientale, sociale e allo sviluppo e alla integrazione di conoscenze e tecnologie su tutto il sistema agro-industriale.

Nell’ambito della Piattaforma tecnologica FOOD FOR LIFE, voluta dall’UE all’inizio del secolo, e costituita da Federalimentare, ENEA, INRAN e Università di Bologna il tema fu rappresentato da una casetta, che puntava alla integrazione delle conoscenze e alla costruzione del sistema agroalimentare. In essa già appariva la debolezza della Produzione agraria nei confronti della Trasformazione e della Distribuzione.

Nei prossimi anni gli agricoltori saranno chiamati a produrre più cibo, e dovranno farlo in gran parte nei terreni già oggi coltivati. I sistemi agricoli dovranno essere necessariamente modificati, per ridurre il consumo di energia e di acqua e i residui chimici nelle acque e per limitare le emissioni di gas serra. Ma dovranno rimanere altamente produttivi.

Dovranno essere incrementati, pertanto, gli investimenti nella ricerca agricola e nei servizi di sviluppo orientati alla intensificazione sostenibile. I risultati della ricerca e della innovazione in agricoltura sono spesso di grande interesse pubblico e di scarso valore per i profitti a breve termine. In tale contesto l’impegno pubblico, continuato ed a lungo termine, è fondamentale.

Si dovranno pertanto ottimizzare gli inputs di produzione agricola; tra questi: recuperare e valorizzare i reflui e i residui agricoli e zootecnici, promuovere nuovi modelli di produzione e di consumo, innovare i processi di trasformazione industriale, i prodotti e i packaging, migliorare la logistica intermodale per il trasporto dei prodotti agro-industriali, ridurre le perdite agricole e gli sprechi agro-alimentari; rimuovere le barriere tecniche, economiche, normative, burocratiche, sociali e culturali che limitano l’adozione dell’innovazione orientata all’agricoltura sostenibile.

La sostenibilità si esprime nelle varie fasi della filiera alimentare – produzione in campo, trasformazione industriale, distribuzione – nonché nelle scelte alimentari del consumatore. Si dovrà pertanto riproporre con forza i valori culturali che legano strettamente la società, la produzione alimentare ed il territorio nella moderna concezione di qualità della vita e gestione sostenibile delle risorse naturali.

La difesa del terreno agrario e la corretta gestione delle acque sono due esempi significativi.

L’agricoltura italiana, è dunque un mix bellissimo di tradizione e di innovazione, ma soprattutto di importazioni e adattamento di colture provenienti da ogni parte del mondo. Grano, piselli e lenticchie addomesticati nel vicino e nel Medio Oriente, arrivarono in Italia qualche migliaio di anni prima di Cristo; l’ulivo e il pero dal Caucaso; il melo dal Kazachistan, il pesco dall’estremo oriente, l’albicocco e il mandorlo dall’Asia centrale, il ciliegio dalla Turchia. Nel Medioevo, con gli Arabi arrivarono agrumi e riso provenienti dall’Asia orientale, le melanzane dall’India, le angurie dall’Africa tropicale. Nel Cinquecento dalle Americhe arrivarono mais, patate, pomodori, peperoni e zucche. La fragola arrivò alla fine del settecento da un incrocio tra due piante selvatiche e solo nel Novecento è arrivata l’actinidia (frutto del kiwi) e, più recentemente, il mango in Sicilia.

Ciò che mangiamo ogni giorno è al centro di messaggi contradditori che ci lasciano confusi e talvolta persino spaventati. I consumatori cercano il prodotto naturale come se fosse necessariamente più buono solo perché l’ha prodotto la natura…ma è solo un luogo comune! La maggior parte delle piante di cui ci nutriamo, tutte quelle coltivate, sono state migliorate durante la storia dell’agricoltura, per diventare più produttive, più facili da raccogliere e da mangiare, più saporite, più uniformi nelle forme e nei colori. Più vicine alle necessità dell’uomo.

Se vogliamo salvare la nostra agricoltura dobbiamo affrontare questi problemi e dobbiamo (Sul mondo agricolo non nubi sparse, ma annuncio di tempesta. Unico porto sicuro la qualità, ma quella retta da regole serie e vera trasparenza) riequilibrare il sistema agro-alimentare che non sia punitivo ma premiante per gli agricoltori. Se mangiamo due o tre volte al giorno, dovremmo ricordarci di ringraziare ogni volta l’agricoltore.

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Sul mondo agricolo non nubi sparse, ma annuncio di tempesta. Unico porto sicuro la qualità, ma quella retta da regole serie e vera trasparenza


In questi giorni i media hanno diffuso varie notizie riguardanti il mondo agricolo che hanno avuto tutte notevole attenzione. Ma a mio avviso sono mancate riflessioni sulla profonda connessione che collega i vari temi: non siamo di fronte a coincidenze fortuite ma a fenomeni interconnessi legati da un complesso rapporto di causa effetto (i Francesi dicono Tout se tient) da affrontare strategicamente.

Gli otto esagoni (le questioni) e le quattro ellissi (i soggetti: Produttori, Trasformatori, Distributori e Consumatori) corrispondono a elementi caratterizzanti il quadro attuale. Tra le traduzioni su Google della frase francese oltre a Tutto è legato si trova anche Tutto sta in piedi. Anticipiamo che alla domanda la mia risposta è “sì” nel senso del collegamento ed è “forse” nel senso della tenuta: tutti gli elementi sono fra loro legati, ma è il sistema nel suo complesso che tiene con difficoltà. Proviamo ad approfondire.

La prima questione è su tutti i giornali e sui notiziari televisivi: il Bilancio UE per il prossimo periodo 2021-2027 si profila, a livello 1300 miliardi di Euro (con un incremento, rispetto al periodo precedente, nonostante la Brexit, di oltre 200 miliardi); la politica agricola è tra i settori in controtendenza con tagli stimati secondo le modalità di calcolo tra il 10 % e il 15% delle allocazioni attuali cioè superiori a 50 miliardi di Euro. Non è una buona notizia per il settore agricolo. A parte l’entità del budget emergono difficili scelte da affrontare nel merito: quali tipologie di produzione (o di non produzione tipo il set aside o addirittura la dismissione, come fu per la vite), quali ripartizioni di quote di produzione (come fu con il latte) e in definitiva quali Paesi riusciranno a concentrare gli aiuti verso le proprie esigenze. Comunque una conferma che senza sostanziosi sostegni pubblici (a vari livelli a partire da quello europeo il sistema agricolo europeo avrebbe serie difficoltà a sopravvivere).

Un’altra partita che si gioca a Bruxelles e appare in contraddizione con gli obiettivi della Politica Agricola Comune è quella relativa agli aiuti a Paesi in difficoltà (i nomi cambiano: da Paesi sotto sviluppati di 50 anni fa, a Paesi in via di sviluppo, a Paesi con cui cooperiamo, ma i problemi restano) in forma di facilitazioni per importazioni di loro prodotti agricoli. I casi più recenti riguardano la crescita dell’importazione, in particolare in Italia, di olio dalla Tunisia e di nocciole dalla Turchia. In entrambi i casi i volumi sono elevati, i prezzi sono inferiori ai costi di produzione in Italia e la qualità è incerta per usare un eufemismo. È un esempio di penalizzazione del produttore nazionale, di vantaggio per i trasformatori, ma non per i consumatori (i prezzi del prodotto finale non scendono e sulla qualità della materia prima i dubbi sono fondati).

La terza questione che comincia a suscitare interesse anche a livello social è esposta molto efficacemente sulla riviste Internazionale da Stefano Liberti e Fabio Ciconte, in un articolo dal titolo: I discount mettono all’asta l’agricoltura italiana dove viene illustrata una prassi che praticamente azzera i margini degli operatori dell’agroindustria spingendoli non solo a gravi rinunce economiche pur di stare sul mercato, ma a contenere drasticamente i costi di approvvigionamento dei prodotti agricoli di partenza con inevitabili conseguenze negative sulla qualità dei prodotti finali sul mercato. I riflessi negativi si estendono al mercato del lavoro distorto dalla pressione a contenere anche i costi della manodopera con comportamenti a volte non solo inaccettabili sul piano etico, ma addirittura penalmente perseguibili. Come si legge nell’articolo

  • il ministero delle politiche agricole, alimentari e forestali ha stilato un protocolloper promuovere pratiche commerciali leali lungo l’intera filiera agroalimentare. In particolare, si chiedeva alla Gdo di impegnarsi “a non fare più ricorso alle aste elettroniche inverse al doppio ribasso per l’acquisto di prodotti agricoli e agroalimentari”. Pur se non vincolante, il documento è stato firmato dal gruppo Conad e da Federdistribuzione, a cui sono associate diverse insegne di supermercati. 

Dunque fra le soluzioni possibili vanno considerati gli accordi tra le parti ma, visto che l’adesione è stata molto parziale, andrebbe valutata la possibilità di un intervento legislativo per renderla cogente evitando prosegua una spirale dove sono perdenti tutte le componenti della filiera dal consumatore che deve accettare qualità non garantite, al produttore che per sopravvivere deve rinunciare a margini e sconfinare verso l’illegalità, al trasformatore che deve rinunciare a margini, a qualità e a reputazione. Vincente, se così si può dire è la grande distribuzione, peraltro in Italia in larga parte in mani straniere.  Sono ravvisabili o meno analogie con la finanza internazionale e con le gradi imprese dell’e-commerce tipo Amazon?

Diretta è la connessione con la quarta questione: nonostante la nuova legge giustamente repressiva il caporalato colpisce ancora e permane l’utilizzo di manovalanza – prevalentemente di immigrati, clandestini, ma non solo – in condizioni di sfruttamento per salari, orari, condizioni di vita, assolutamente intollerabili. La sintesi della situazione la espone il Corriere della Sera, un giornale che non definirei scandalistico, con un articolo intitolato Caporalato, così i pomodori degli «schiavi» finiscono nei supermercati (attraverso le multinazionali). Un segnale di speranza viene da alcune iniziative in controtendenza, ma la loro consistenza è percentualmente esigua. Forse il salario minimo potrebbe essere una soluzione, ma solo se accompagnato a misure di condizionamento del comportamento della grande distribuzione come ipotizzato al punto precedente, altrimenti i produttori agricoli avrebbero ulteriore aggravio dei costi senza possibilità di recuperarli. Sarebbe ben triste dover scegliere fra illegalità e distruzione non solo di attività economiche (culture di ortaggi e frutta) ma addirittura di patrimoni (i frutteti).

Sul tema dell’etichettatura dei cibi, a seguito di anticipazioni sui lavori preparatori curati da OMS per una riunione dell’Assemblea Onu a livello di Capi di Stato e di governo fissata per il 27 settembre, il Sole 24 Ore il 17 luglio titolava Onu, agroalimentare sotto accusa: olio e grana come il fumo e riprendeva l’argomento il 20 luglio titolando Il documento in discussione all’Onu che mette a rischio il made in Italy alimentare per controbattere smentite a mio avviso poco convincenti e critiche piuttosto superficiali che accusavano il primo articolo addirittura di diffondere fake news.

Il documento predisposto ha in realtà passaggi con risvolti che possono suscitare allarme: “L’Oms raccomanda ai governi politiche per un’adeguata informazione, nelle scuole ad esempio, ma anche direttamente presso il consumatore con un’etichettatura dei prodotti in grado di fornire chiare informazioni sul loro contenuto. Anche le politiche dei prezzi possono essere utili. In particolare, se prodotti non-sani sono disponibili a prezzi bassi è più alta la probabilità che il loro consumo aumenti.” E la smentita che arriva dalla OMS a mio avviso non tranquillizza affatto: “L’Organizzazione mondiale della sanità (Oms) non «criminalizza specifici alimenti», ma fornisce indicazioni e raccomandazioni per una dieta sana e le notizie di «bollini neri dell’Oms su tale o tale alimento non sono corrette». Nell’ambito alla lotta alle malattie croniche, dal diabete al cancro alle malattie cardiovascolari, l’Oms si adopera in particolare per promuovere la riduzione del consumo di sodio, zuccheri e grassi saturi. L’Oms non criminalizza determinati alimenti ma raccomanda politiche che promuovano un consumo parsimonioso degli alimenti che hanno alti contenuti di sodio, zuccheri o grassi saturi.

Abbiamo assistito ad uno scontro su tutti i canali di comunicazione tra chi accusava di fake news questi giornali e plaudeva alla trasparenza e chi preannunciava gravi danni potenziali alle produzioni tradizionali italiane di alta fascia. Una raccolta abbastanza completa delle diverse posizioni si trova in un contributo di Sky tg 24. Secondo me la questione è più complessa di quanto abbia compreso la maggioranza degli intervenuti nel dibattito e non è affatto da escludere che le ripercussioni negative possano esserci, e anche massicce. Innanzitutto sul merito della vicenda: a. anche il grande pubblico sa che il rapporto non è tra singolo cibo e salute, ma tra dieta (mix di dosi di alimenti) e salute; b. la situazione va differenziata per paesi fino al paradosso che anche nei paesi dove c’è insufficiente alimentazione il pane avrebbe bollino rosso; c. (paradossalmente) ammesso che alcuni cibi siano da sconsigliare non è detto che l’allarme e la proibizione sortiscano l’effetto perseguito: esempi: zucchero, alcol, fumo (e volendo anche droghe). Premesso che non è col semaforo che si fa educazione alimentare, sulle procedure in corso credo che da parte italiana non si debba “abbassare la guardia” e il monitoraggio già in questa fase istruttoria debba essere accorto e continuo. Chi sostiene che si debba attendere i documenti finali mi ricorda il famoso detto sui buoi e la loro stalla che andrebbe chiusa prima della fuga e non dopo. La storia dell’etichettatura con i semaforini/bollini gira da anni. Chi vuole conoscere i retroscena legga un articolo di ottobre 2016 interessante e abbastanza completo (Germania, USA, Francia, UK) https://www.foodnavigator.com/Article/2016/10/14/Green-light-for-colour-coded-labels-Study . Hanno già preparato i campioni.

Le smentite dell’OMS mi sembrano poco convincenti anche perché ora, per far passare il principio si afferma che nei documenti ufficiali sono presenti solo generici orientamenti senza specifica dello strumento, ma acquisito il principio verranno tirati fuori “autorevoli studi del mondo scientifico” come quello tedesco americano citato nell’articolo linkato e ci saranno imposti i semaforini in fase applicativa. Vedo sui social troppi buonisti concilianti che rischiano di sorbettarsi qualunque furbata perché sarebbe ineducato dire di no agli organismi internazionali e non si rendono conto che una merendina prodotto industriale non identificato quanto ai materiali di partenza e all’origine, se architettato con giusto mix (penso a certe non meglio qualificate merendine) andrebbe sullo scaffale con bollino verde mentre il prosciutto o il parmigiano (in quanto singoli alimenti “sbilanciati” rispetto al sale) andrebbero con il bollino rosso. Addirittura, colmo dei colmi, potrebbe succedere che un’imitazione artefatta con nome farlocco tipo parmesan senza sale sarebbe con semaforo verde e il vero parmigiano con semaforo rosso. Questo soprattutto sui mercati esteri dove imperversano già le imitazioni inaccettabili delle eccellenze italiane. Se così fosse, il riconoscimento della dieta mediterranea come patrimonio dell’umanità conferito dall’Unesco diventerebbe una presa in giro nella sostanza.

La polemica è vivace e prolungata sulla valenza dei prodotti agricoli denominati “biologici” o più brevemente “bio” con risvolti diversi: C’è un reale valore aggiunto nel cibo che rispetta i canoni bio? Quanto è diffusa la contraffazione, o meglio il non rispetto integrale delle norme? Il futuro dell’agricoltura italiana può essere tutto, o prevalentemente nel bio? Un quadro della situazione dal punto di vista degli scettici sulla validità di questa linea produttiva è stato esposto recentemente in un articolo di Elena Cattaneo su Donna (l’inserto di Repubblica) a mio avviso abbastanza convincente intitolato Il biologico? Sì, fa bene. Ma solo a chi lo produce, spiegando come il beneficio ci sia per il produttore che prende i sussidi, ma come per la collettività ci sia invece un danno non solo per l’acquirente che paga il prezzo più elevato pur non essendo la qualità oggettivamente migliore, ma anche per il contribuente che paga in sostanza i sussidi, mentre la resa per ettaro coltivato è decisamente inferiore. Un’indicazione per un punto di equilibrio può partire dai risultati di un’indagine citata nell’articolo secondo la quale gran parte degli acquirenti è pronta a pagare dal 30% al 100% in più per avere un prodotto vantaggioso per la salute o l’ambiente (e crede che il biologico lo sia).  Allora, visto come il produttore è martoriato su altri fronti, se ha trovato qualcosa di conveniente lasciamogliela (certo non nel senso della presa in giro del consumatore, ma nel senso di una creazione di valore “reale”, cioè con adeguati protocolli e certificazioni) che consegua l’obiettivo finale del consumatore. Questa linea di comportameto può tradursi in controlli più severi, maggiore educazione del consumatore, un’articolazione del mercato meno manichea (tra chi considera i prodotti bio una solenne presa in giro e chi immotivatamente e a volte strumentalmente considera “contaminata” la moderna agricoltura che si avvale con responsabilità delle possibilità di intervento offerte dalle tecnologie. Tra questi ultimi molti dimenticano che la contaminazione può essere una realtà, spiacevole realtà, che viene dalla natura se l’uomo non interviene: le micotossine sono un esempio di  tossicità naturale più frequente e pericoloso di quanto non si creda). Su questo mito, pericoloso, che la naturalità garantisca sempre e comunque la salubrità ritorno nella parte conclusiva.

Il tema dei controlli e delle contraffazioni è prepotentemente al centro di un altro argomento caldo e di grande attualità: i trattati di libero scambio con incerte garanzie (emblematico il caso del trattato con il Canada denominato CETA). Le opinioni al riguardo sono difformi: suggerisco la lettura di due articoli uno di Dario Casati a favore, pubblicato sul sito FIDAFl’altro su Repubblica dove sono esposti gli argomenti contrari. Alcuni considerazioni: il Trattato è temporaneamente in vigore (in attesa di ratifica parlamentare) dal 21 settembre 2017; i dati sull’effetto commerciale sono limitati e interpretati in modo contraddittorio.  È opportuno un approfondimento su tre elementi: le cosiddette quote (dall’attuale formulazione sarebbero penalizzati prodotti come il parmigiano e il prosciutto); la difesa contro la contraffazione (secondo alcuni sarebbero aumentate); la reciprocità del regime dei controlli (alcuni temono che vengano legittimati per l’uso in Italia prodotti sottoposti a trattamenti nel rispetto delle norme canadesi ma che non sono consentiti per le produzioni italiane).

Il punto chiave è ancora aperto perché non attivato in fase transitoria: mi riferisco agli strumenti previsti (sostanzialmente collegi arbitrali privati e sebza un corpus giuridico di riferimento) per decidere sulle controversie che sorgeranno, inevitabilmente, in fase applicativa. Come andranno a finire le controversie tra il piccolo produttore italiano e una multinazionale dell’agroalimentare, ma anche tra il Governo italiano e una multinazionale (se quest’ultima impugnasse una norma nazionale perché ritenuta contraria a clausole del Trattato)? La celerità nel dirimere le controversie assicurata dagli arbitrati sarà pure un valore, ma vanno tutelate anche l’equità e la par condicio nella stagione delle lobby internazionali e della finanza internazionale. Come spesso accade, il diavolo è nei dettagli ed è meglio affrontarli tempestivamente questi dettagli. Chi mi vuol tranquillare rispondendo “Si vedrà in pratica” mi ricorda il proverbio, già evocato, su buoi e stalle.

L’ultima questione, ultima solo nella breve lista di questa. nota è quella della catena del valore sbilanciata a danno delle fasi iniziali. Un esempio mi ha colpito particolarmente. Quando ero bambino (metà del secolo scorso) un chilo di grano portato al mulino e poi al forno pubblico dava un chilo di pane o poco meno e il prezzo finale di un chilo di pane (tenuto conto della perdita di peso nel passaggio alla farina e del riacquisto di peso nella panificazione) non era molto diverso da quello di un chilo di grano. Oggi il rapporto è trenta a uno (questo risulta da un articolo ben documentato sull’edizione di Alessandria della Stampa che non esita a denunciare le manovre speculative messe in atto dai mediatori buttando sul mercato, in concomitanza con la raccolta e vendita del raccolto annuale, grano stoccato d’importazione (sulla cui qualità fervono le polemiche) e facendo quindi crollare il prezzo. Altre fonti riportano un rapporto di prezzo meno clamoroso, ma comunque sconcertante: un fattore 15 e sottolineano il crollo del prezzo del grano dimezzato in cinque anni. Dal massacro delle condizioni del produttore non viene alcun beneficio per il consumatore, anzi. Trovo semplicistica la risposta che l’Italia non essendo “vocata” per caratteristiche del territorio a produzioni di massa (in particolare di cereali) debba ricorrere all’approvvigionamento dall’estero per certe “commodities”: viene di nuovo fuori i problemi dell’estensione di questo ricorso all’estero (in particolare quando il ragionamento si estenda anche ai foraggi) dei protocolli di produzione con relativi controlli, della messa in discussione del brand che si ripercuote sul prodotto finito e non meno importante dei riflessi occupazionali.

Chi ha avuto la pazienza di arrivare a questo punto noterà che è stata esclusa la questione degli OGM (qualcuno potrebbe dire elusa): ho scelto di non inserirla tra le questioni “di sistema”; è un elemento importante ma non di portata generale quanto gli altri. Per evitare l’accusa di elusione rimando a un mio recente post DI aggiornamento sull’argomento che fornisce anche rinvii ad approfondimenti. Da quell’articolo riprendo una citazione che mi serve da introduzione per le considerazioni che seguono:

La riprovazione va invece al soggetto cui è dedicato l’articolo, il britannico Mark Lynas il quale – ci informa Marcenaro – “ha denunciato all’improvviso, che i dati con cui lui e i suoi colleghi avevano messo in guardia per anni sulla pericolosità degli OGM erano falsi. Non sbagliati. Falsi. non deboli. Falsi. Non carenti. Falsi”. Ma ancora più sorprendente è la motivazione addotta da Lynas; le parole che seguono sono sue: “C’è un naturalismo pericoloso dietro a questa ideologia, il mito della natura illibata, molto insistente, ma pericoloso”.

Le otto questioni che interessano i quattro gruppi di soggetti (i produttori, i consumatori i trasformatori e i distributori) incrociano diversamente quattro aree di riflessione:

  1. La qualità (sostanziale, documentata e comunicata) promuovendo e incoraggiando la tendenza del consumatore ad apprezzarla in tutti i suoi risvolti inclusi quelli della salute, della protezione dell’ambiente, dell’uso accorto delle risorse dell’equità sociale) e difendendo la specificità italiana in tal senso- Segnalo come una delle meritorie iniziative volte a costruire un dialogo tra le diverse componenti del mondo agricolo e la pubblica opinione l’Osservatorio per il dialogo sull’agroalimentare un’iniziativa di approfondimento e informazione che adotta uno schema partecipativo volto a superare diffidenze, pregiudizi e schematismi purtroppo diffusi e causa di incomprensione e conflitto.
  1. Le regole (inclusa l’etichettatura, ma seria ed efficace) e i controlli (non è concettualmente accettabile la delega in bianco ai mercati perché per definizione un mercato è tale solo se ha regole anche esterne) in particolare nella consapevolezza che il sistema dei controlli italiani è tra i migliori al mondo e va tutelato da trappole quali una malintesa reciprocità introdotta da accordi internazionali.
  1. I meccanismi di formazione dei prezzi e la “giusta mercede all’operaio” (in questo caso il termine va inteso in senso evangelico di chi lavora, dal salariato agricolo all’imprenditore agricolo); questo non solo per equità, ma per evitare una corsa al ribasso di qualità del prodotto, di salari e condizioni di lavoro, di biodiversità nel senso più ampio del termine, inclusi gli aspetti culturali importanti per l’Italia che ha ricchezze da valorizzare nell’incrocio turismo, beni culturali, enogastronomia.
  1. La valenza irrinunciabile della ricerca e della sperimentazione in agricoltura che tanti meriti ha avuto in passato per una proficua trasformazione delle realtà agricole nei Paesi sviluppati e per la lotta alla carestia e alla fame negli altri Paesi e che invece in questa fase incontra fraintendimenti e ostacoli.

Le quattro aree di riflessione sono tutte riconducibili al concetto di sostenibilità che deve essere sociale ed economica oltre che ambientale e non è il caso di cedere a un neoliberismo ideologico. In sintesi le speranze possono essere riposte in una agricoltura sostenibile vale a dire un sistema sostenibile dove produzione, trasformazione, distribuzione raggiungano un equilibrio.  Progressi in tal senso possono essere conseguiti attraverso la ricerca e la sperimentazione rimuovendo le barriere tecniche, economiche, normative, burocratiche, sociali e culturali che limitano l’innovazione orientata all’agricoltura sostenibile. Il ruolo del consumatore, deve divenire sempre più qualificato e sempre più incisivo. In questo quadro si inserisce positivamente anche la lotta agli sprechi che non hanno alcuna giustificazione e anzi sono menzionati da alcuni interlocutori all’interno della distribuzione come una voce dei costi da ribaltare sul consumatore.

In questo logica dovrebbe essere definita la nuova PAC, integrandola con altre partite aperte a Bruxelles (ambiente, energia, innovazione tecnologica, coesione territoriale, aiuti allo sviluppo) e anche valorizzando di più il potenziale apporto dell’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) di Parma.

I produttori e i consumatori sono manifestamente gli anelli deboli della catena. Può darsi che a ben vedere l’esperienza “km zero” sia mossa prevalentemente da un desiderio di eliminare le intermediazioni il cui costo non sia comparabile con il valore aggiunto generato (in altre parole una sorta di alleanza tra vittime contro gli “oppressori”). Ma anche qui, attenti alle furbate. Tramontata la promozione di Michelle Obama si attenua anche la passione per gli orti urbani di famiglia, un fenomeno che non ha potenzialità di impatto reale sui consumi, ma potrebbe avere una valenza educativa se ben orientato e circoscritto evitando confusioni e strumentalizzazioni.

Sconfinando dall’area delle otto questioni, una provocazione finale “di striscio”: ci avviamo per il produttore agricolo a un reddito integrativo di “cittadinanza delle campagne” o meglio di “impegno nelle campagne”? O già da decenni sono già parzialmente tali certi contributi erogati dalla PAC? Io sono favorevole alla “giusta mercede” come sopra definita che tenga anche conto della valenza occupazionale, e di presidio del territorio del comparto agricolo.

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P.S. Ringrazio l’amico e collega Luigi Rossi, Presidente della Fidaf Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali che da grande conoscitore del mondo agricolo mi conforta con suggerimenti e critiche nelle mie considerazioni su quella grande realtà il cui peso e i cui meriti sfuggono a molti.

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I discount mettono all’asta l’agricoltura italiana


L’offerta è di quelle irrinunciabili: una bottiglia di passata di pomodoro a 39 centesimi di euro, un litro di latte a 59 centesimi, un barattolo da 370 grammi di confettura extragusti a 79 centesimi, un pacco di pasta trafilata al bronzo a 49 centesimi. Diffuso a tappeto nelle cassette delle lettere e su internet, il volantino promuove i saldi sul cibo per attrarre una clientela sempre più vasta. A firmarlo è il gruppo Eurospin, quello della “spesa intelligente” e del marchio blu con le stellette, discount italiano con una rete di oltre mille punti vendita in tutta la penisola e vertiginose crescite di fatturato annuali a due cifre .

Facendo un rapido calcolo, è possibile preparare una pasta al pomodoro per quattro persone spendendo quanto un caffè al bar. Ma come fa il gruppo veronese a proporre prezzi così stracciati? Dietro le offerte al consumatore, c’è un meccanismo perverso che finisce per schiacciare intere filiere e che ha conseguenze sulle dinamiche di produzione e sui rapporti di lavoro nelle campagne: l’asta elettronica al doppio ribasso.

Questa pratica commerciale, che somiglia più al gioco d’azzardo che a una transazione tra aziende, è sempre più diffusa nel settore della Grande distribuzione organizzata (Gdo), soprattutto tra i gruppi discount. Fa leva sul grande potere che hanno acquisito negli ultimi anni le insegne dei supermercati, diventate il principale canale degli acquisti alimentari, e sulla frammentazione e lo scarso potere contrattuale degli altri attori della filiera.

Come funziona un’asta online al doppio ribasso
Il meccanismo di base è lo stesso di un’asta: da una parte c’è la Gdo, che deve acquistare la merce, dall’altra le aziende fornitrici che fanno l’offerta. Con un’unica, non trascurabile, variante: vince il prezzo peggiore, non il migliore.

È successo poche settimane fa, quando Eurospin ha chiesto alle aziende del pomodoro di presentare un’offerta di vendita per una partita di 20 milioni di bottiglie di passata da 700 grammi. Una volta raccolte le proposte, ha indetto una seconda gara, usando come base di partenza l’offerta più bassa…

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La cultura del senza


Gelati “senza glutine, senza saccarosio, senza lattosio, senza grassi idrogenati”, vanta un cartello in bella mostra in una gelateria di Roma. Il fatto che sia puntigliosamente elencato cosa manca scatena la nostra fantasia su di quali ingredienti non menzionati siano invece pieni i gelati in vendita: olio di palma? OGM? antibiotici? parabeni? (a proposito c’è qualcuno in grado di spiegarmi cosa siano i parabeni e perché siano da evitare accuratamente?).

Il fisico tedesco Licthenberg chiedeva se fosse possibile pensare ad un coltello senza lama, al quale manca il manico. Si può, cioè, definire qualcosa per ciò che non è o che non ha, oppure è necessario a ricorrere a concetti positivi?

Ma aldilà delle facili battute e dei quesiti filosofici , credo che questa cultura del senza meriti qualche riflessione. In effetti gli scaffali dei supermercati sono stracolmi di alimenti, di cosmetici e di prodotti per la cura della persona per i quali viene pubblicizzata con enfasi l’assenza di qualche componente. Sia inteso: sono perfettamente cosciente che esistono persone con particolari patologie, come la celiachia, il diabete, l’ipertensione, e via enumerando, o di allergie o intolleranze a particolari sostanze, e che queste persone devono essere messe nelle condizioni di seguire i dettami dietetici che assicurano loro una buona qualità di vita. Le etichette sono una componente essenziale della comunicazione per queste categorie di persone.

Ma per tutti gli altri, la stragrande maggioranza, dovrebbe essere più importante sapere quello che c’è, invece di quello che non c’è, in ciò che mangiano. Infatti fino a pochi anni fa la pubblicità decantava come vantaggio comparativi l’aggiunta di particolari ingredienti ai loro prodotti: con doppia panna, con uova freschissime, con estratti di carne, con frutta scelta, e via dicendo. Ricordo che si vendeva la pastina diglutinata (con contenuto raddoppiato di glutine) come alimento biofortificato da usare nello svezzamento di poppanti. Lo stessa valeva per i prodotti per la cura della persona: chi non ricorda la saponetta che per sedurre tre volte veniva addizionata con un “boccettino di vero profumo francese”?

Siccome ho piena fiducia nella professionalità degli esperti di marketing delle aziende alimentari e della grande distribuzione, credo che questo cambiamento radicale delle loro strategie sia da attribuire ad un cambiamento altrettanto radicale  delle percezioni e delle attitudini dei consumatori. L’aspirazione di soddisfare le esigenze nutritive, magari con qualche ammiccamento alla gola, sembra essere stata sostituita dalla paura o addirittura la convinzione che gli alimenti in vendita siano poco sani, se non pericolosi o nocivi per la nostra salute. Da qui la corsa a rassicurare il consumatore, cavalcando qualsiasi fobia collettiva, sia sostenuta da evidenze scientifiche, che priva di qualsiasi seria giustificazione.

Tutto questo mentre in Italia più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) è in sovrappeso e poco più di una persona su dieci è obesa (9,8%) (dati 2015, fonte ISTAT). Complessivamente,  quasi la metà (45%) dei soggetti di adulti è in eccesso ponderale. E, secondo l’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, “il sovrappeso e l’obesità sono tra i principali fattori di rischio per le patologie non trasmissibili, quali le malattie ischemiche del cuore, l’ictus, l’ipertensione arteriosa, il diabete tipo 2, le osteoartriti ed alcuni tipi di cancro, e la loro diffusione, sempre più in crescendo, è ormai un problema prioritario di salute pubblica a livello mondiale, con un grosso impatto sui sistemi sanitari nazionali”.

La conclusione di queste riflessioni è tanto ovvia che forse non mette nemmeno conto scriverla: il  rafforzamento della comunicazione sulla nutrizione è una priorità assoluta. Gli esperti di marketing sono maestri nell’interpretare le conoscenze, le attitudini e le percezioni dei consumatori e nell’indirizzare di conseguenza  l’offerta dell’industria alimentare. La parte pubblica dovrebbe invece cercare di influenzare i consumatori e di  orientare le loro preferenze alimentari verso consumi più consapevoli e più salutari.

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Con la testa tra le nuvole e i piedi per terra


Questa frase suona così simile al detto: “contadino scarpe grosse e cervello fino”

Scarpe grosse per stare ben piantato per terra evidenziando le caratteristiche peculiari e il ruolo dell’agricoltore: la concretezza, la ponderatezza, la solidità e la responsabilità, rispetto agli altri uomini, di produrre le materie prime necessarie ad alimentare il pianeta.

Cervello fino perché, nonostante la sua origine ancestralmente rustica, è stato da sempre in grado di cogliere il nuovo e di trasformare le sue necessità in opportunità, affrontando le difficoltà che un mondo, così competitivo e spesso confuso, genera.

Il mondo è diventato più veloce, più tecnologico, con maggiori insidie e, in generale, meno tutele e all’agricoltore non sono più concessi errori (i pochi aiuti non compensano scelte strategiche errate!) e le assurde speculazioni sui prodotti alimentari che i governi succubi della finanza non compensano più, creano gravi rischi per l’agricoltura e in particolare per la nostra, che ci pare non essere abbastanza tutelata.

Oggi è più difficile fare l’agricoltore e la tentazione di “tirare i remi in barca” e adottare tutte le scorciatoie possibili, solamente per ridurre i costi, diventa sempre più forte. Purtroppo assistiamo a questo atteggiamento in molti altri settori dell’economia e fatichiamo a comprendere come la genialità e la creatività italiana siano spesso messe in secondo piano da un sistema che vorrebbe fare tornare i conti nell’immediato.

Non abbiamo, se non in pochi casi, una visione prospettica (la testa fra le nuvole) e allora?

L’agricoltura è un settore portante per il nostro Paese, non solo dal punto di vista economico, ma anche culturale (pensiamo all’eccellenza del nostro agroalimentare).

E’ così che il cervello fino, ma anche la testa tra le nuvole diventano fondamentali per immaginare un modo nuovo di essere agricoltori in Italia.

Agricoltori in grado di scegliere la migliore genetica disponibile, contribuendo al suo finanziamento, con la consapevolezza che da questo dipende il proprio futuro; un uso appropriato dei mezzi tecnici per esaltare al massimo le caratteristiche genetiche, sia produttive che qualitative delle varietà scelte; un’attenzione mirata non solo al risparmio, ma all’ottimizzazione del rapporto costi-benefici; un’offerta programmata, organizzata e rispondente alle esigenze di un mercato che evolve  rapidamente; una maggiore attenzione al rapporto qualità offerta e prezzi ottenibili, preferendo filiere corte e controllate; rapporti più stretti con i consumatori.

Noi che siamo nati e cresciuti a contatto con la terra e abbiamo messo a disposizione il nostro intelletto al servizio dell’agricoltura, ci crediamo e dobbiamo essere in ogni occasione quel “contagio positivo di idee” per gli attori di questo modo nuovo di fare agricoltura: gli agricoltori!

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Quando si dice: la cattiva informazione… pure strumentale?


Ecco come Federbio utilizza le informazioni scientifiche per uno scopo di comodo (pro domo sua direbbero i Romani), speriamo in buonafede. Nel proprio comunicato stampa del 5 giugno u.s., Giornata Mondiale dell’Ambiente, sostiene infatti:

… l’agricoltura è la prima causa di inquinamento dell’aria: “I fertilizzanti azotati di cui si serve l’agricoltura industriale, insieme all’allevamento degli animali, danno un contributo determinante e devastante all’aumento del particolato fine che provoca malattie e morti premature.”

Ciò sulla base di una ricerca scientifica: “Significant atmospheric aerosol pollution caused by world food cultivation” di Susanne E. Bauer, Kostas Tsigaridis, and Ron Miller  pubblicato su Geophys. Res. Lett., 43, doi:10.1002/2016GL068354 del 2016.

Di qui il loro suggerimento che – alla luce di quanto sopra – dovrebbe essere un imperativo: “Il bio rappresenta la vera alternativa, ponendosi come metodo di produzione che tutela la fertilità del suolo, la biodiversità e il benessere dell’uomo. L’agricoltura industriale, in particolare nei Paesi in via di sviluppo, non può rappresentare il futuro, al contrario è una vera e propria minaccia”.

Così posto, il tema è sicuramente drammatico, ma è proprio vero? Mi sia concesso un qualche dubbio se, in realtà, dal predetto lavoro scientifico si evince, fra l’altro, che:

  • i valori di PM 2,5 in atmosfera sono pericolosi se superano i 10-12 µg/m3, mentre in Europa, Americhe e parte della Cina sono al di sotto di tali valori. Per contro, valori compresi fra 20 e 40 µg/m3 si riscontrano in Africa, Medio-Oriente, e buona parte dell’Asia Meridionale. Se ne può dedurre che l’agricoltura intensiva non deve essere la causa principale di tale situazione;
  • la produzione di quelle particelle (PM 2,5) – che diventano micidiali solo quando superano decisamente i limiti suddetti – deriva solo in parte dalla combinazione fra l’ammoniaca liberata dai fertilizzanti e dagli allevamenti zootecnici (che in certa misura esistono anche nel sistema Bio…!) e gli ossidi di azoto (NOx), liberati soprattutto dai processi di combustione;
  • ovviamente grave sarebbe la preoccupazione se fosse prevedibile – in Europa e Americhe – un tale sforamento, almeno per il futuro ma, sfortunatamente per Federbio, gli autori “benemeriti” affermano, testualmente: “For a future scenario, we find opposite trends, decreasing nitrate aerosol formation near the surface while total tropospheric loads increase. This suggests that food production could be increased to match the growing global population without sacrificing air quality if combustion emission is decreased”.

Come dire che la situazione è accettabile oggi e che per il futuro potrebbe andar meglio, pur aumentando la produzione di cibo, come impone la crescita della popolazione (parola dei suddetti autori citati da Federbio), grazie alla agricoltura intensiva e sostenibile.

Ma non finisce qui, sullo stesso tema nei giorni scorsi è apparsa un’intervista di Anna Meldolesi (“La Lettura”, supplemento del Corriere della Sera di domenica 29 maggio 2016) a Sanjaya Rajaram, agronomo indiano vincitore del World Food Prize 2014 che ha raccolto il testimone di Norman Borlaug (padre della Rivoluzione Verde). A precisa domanda: “Può bastare l’agricoltura biologica? E’ opposta a quella scientifica o la completa?” Altrettanto precisa è stata la risposta: “L’agricoltura biologica può produrre cibo per 3 miliardi di persone, ma già oggi siamo in 7,3 miliardi. Le rese attuali con le pratiche agricole moderne sono di circa 2,5 tonnellate per ettaro nel mondo. Con il biologico si ottengono in media solo 1,6 tonnellate di cereale per ettaro”.

Sulla base di queste valutazioni, parrebbe che per Federbio sia preferibile far morire di fame metà della popolazione mondiale, piuttosto che correre un qualche rischio (in verità presunto tale) per il PM 2,5 da fertilizzanti azotati.

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Studi seri sulla sfida della produzione e dell'uso del cibo, anche come un contributo decisivo alla soluzione della tragedia migrazioni


Una risposta efficace alla questione migrazioni può venire solo da un approccio che la affronta come parte di un intreccio di vicende fra loro fortemente interconnesse che comprende oltre le migrazioni, le minacce dell’ISIS e  il terrorismo fondamentalista islamico, anche lo sviluppo dei paesi in difficoltà a partire dal superamento del deficit alimentare. Finalmente l’UE sembra aver capito, su stimolo italiano,la strada da percorrere è evitare che siano costretti a migrare.Gli ultimi sviluppi sembrano positivi.

Allora la domanda diventa che fare in concreto? Ho già dato qualche esempio di progetti specifici che ritengo rilevanti. Un quadro organico delle possibilità e delle priorità è illustrato da due recentissimi libri italiani – entrambi merito del dinamismo propulsivo di Giuseppe Bertoni della Facoltà di Agraria di Piacenza -uno più sintetico e divulgativo ma sempre rigoroso e ben documentato (150 pagine facili da leggere e centrate su tre concreti esempi di successo in India, Repubblica Democratica del Congo e Italia), l’altro più ampio e dettagliato (oltre 500 pagine per chi voglia approfondire e per chi sia interessato anche ai problemi di una sana alimentazione nei paesi sviluppati).

Non è questa la sede per un riassunto delle argomentazioni e delle conclusioni esposte nei volumi (riassunto che ho tentato in un intervento in occasione dellapresentazione del secondo testo al Ministero delle Politiche Agricole Alimentari  e Forestali – notare la recente aggiunta del temine alimentare nel nome del Ministero, un buon auspicio a mio avviso.

Mi limito a sottolineare come gli studi indichino chiaramente che una soluzione radicale e relativamente rapida è possibile a date condizioni. Quindi né disperazione né trionfalismo ma proposte concrete perché la fattibilità diventi risultato. Il libro individua tutti i fronti su cui impegnarsi a questo scopo; ne scelgo tre non di area strettamente tecnico-scientifica:

  • educazione (culturale sociologica non solo formazione tecnica, ma dialogo per costruire consenso) per costruire la risorsa più preziosa che è quella della conoscenza
  • logistica (penso alla rivoluzione agricola italiana anni ’50, ’60, ’70 che trovò un impulso decisivo nello sviluppo e miglioramento della viabilità in forma consortile, nei consorzi di bonifica, nelle centrali ortofrutticole, nelle cantine sociali, nel credito per il miglioramento fondiario e la meccanizzazione agricola insieme con l’assistenza tecnica degli Ispettorati Provinciali dell’Agricoltura)
  • governance politica dei destinatari degli aiuti (a volte i Governi locali fanno parte del problema più che della soluzione), e dei donors anche alla luce dei recenti ripensamenti degli Organismi internazionali rispetto ai fallimenti del libero mercato e più in generale dell’esigenza di rivedere l’assetto il ruolo e i costi di questi organismi; ho già detto che la rivoluzione verde italiana non fu libero mercato, ma riforma agraria a tutto tondo e non fu libero mercato nemmeno la rivoluzione verde dei primi anni ’70 in India e in alcuni Paesi del Sud Est Asiatico.

La presentazione si è conclusa con la proposta di costituire, con il supporto di FIDAF per l’avvio, Gruppi di Lavoro, aperti alla partecipazione di soggetti qualificati, per il monitoraggio degli sviluppi effettivi relativamente a tre aree di interesse prioritario:

Anche questo della cooperazione internazionale sul tema dell’alimentazione è uno dei settori nei quali l’Italia non è oggettivamente indietro, ma stenta a a farsi riconoscere il lavoro fatto e soprattutto  a portarlo a compimento (nel calcio si direbbe il gioco è bello, ma le conclusioni a rete non arrivano e la posizione in classifica non è brillante). In questo caso soggetti privati qualificati possono vicariare e stimolare un impegno delle istituzioni che finora è stato a corrente alternata e poco sistematico. Ha senso sperare che si facciano goal e facciamo anche almeno un po’ di tifo.

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Innovation in agriculture is key to ending extreme hunger – G20 ministers agree


6 June 2016 – Extreme poverty and hunger will only be a thing of the past if we are innovative in the way we develop a sustainable and efficient agricultural sector, agreed agricultural ministers from the world’s 20 major economies in Xi’an, China last week.

The G20 Agricultural Ministers Meeting was the first since world leaders agreed to the Sustainable Development Goals (SDGs), which outline ambitious targets to eliminate extreme poverty and hunger by 2030.

IFAD’s President, Kanayo Nwanze, joined the ministers on 3 June to discuss how G20 members can promote food security, nutrition, sustainable agricultural growth and rural development to achieve the SDGs.

Investing in smallholder farmers is key, he told the ministers.

“Invest in them, and you invest in future opportunities. Abandon them, and you abandon the sustainability of future food systems and economies.”

Member countries of the G20 account for 70 per cent of the world’s farmlands and 80 per cent of the world’s trade, but in the words of Brazil’s Minister Blairo Borges Maggi: “If our achievements don’t benefit our people, they are not enough.”

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Agrobiodiversità, innovazione e comunicazione


L’agricoltura italiana, è un mix bellissimo di tradizione e di innovazione, ma soprattutto di importazioni e adattamento di colture provenienti da ogni parte del mondo. Grano, piselli e lenticchie addomesticati nel vicino e nel Medio Oriente, arrivarono in Italia qualche migliaio di anni prima di Cristo; l’ulivo e il pero dal Caucaso; il melo dal Kazachistan, il pesco dall’estremo oriente, l’albicocco e il mandorlo dall’Asia centrale, il ciliegio dalla Turchia. Nel Medioevo, con gli Arabi arrivarono agrumi e riso provenienti dall’Asia orientale, le melanzane dall’India, le angurie dall’Africa tropicale. Nel Cinquecento dalle Americhe arrivarono mais, patate, pomodori, peperoni e zucche. La fragola arrivò alla fine del settecento da un incrocio tra due piante selvatiche e solo nel Novecento è arrivata l’attinidia (frutto del kiwi) e, più recentemente, il mango in Sicilia.

Ciò che mangiamo ogni giorno è al centro di messaggi contradditori che ci lasciano confusi e talvolta persino spaventati. I consumatori cercano il prodotto naturale come se fosse necessariamente più buono solo perché l’ha prodotto la natura…ma è solo un luogo comune! La maggior parte delle piante di cui ci nutriamo, tutte quelle coltivate, sono state migliorate durante la storia dell’agricoltura, per diventare più produttive, più facili da raccogliere e da mangiare, più saporite, più uniformi nelle forme e nei colori. Più vicine alle necessità dell’uomo.

Essenziale è una efficace comunicazione con il pubblico. La comunicazione con la società deve essere chiara,  trasparente e aperta. I soggetti di  ricerca, formazione, comunicazione, innovazione e business devono essere  preparati, trasparenti, aperti e chiari…

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La donna protagonista e garante del sano rapporto Alimentazione-Agricoltura-Ambiente


  1. La riscoperta del fondamentale ruolo della donna nel settore primario

L’ultimo mezzo secolo di storia dell’agricoltura mondiale, riassunto nei temi di EXPO 2015  Nutrire il pianeta Energia per la vita , meriterà di essere archiviato come lento e contraddittorio processo di conversione ai valori del rapporto Alimentazione-Agricoltura-Ambiente e come riscoperta del ruolo fondamentale della donna nel settore primario.

La riscoperta del territorio, inteso come incarnazione del rapporto tra risorse ambientali, tecniche colturali e modelli alimentari/culturali locali, ha infatti indotto le politiche agricole, elaborate a diversa scala geografica tanto nei paesi a economia socialista che in quelli a economia capitalista, a incentivare le pratiche agricole definite “virtuose” perché in grado di salvaguardare le risorse naturali e valorizzarle attraverso la multifunzionalità del settore primario.  Negli ultimi decenni gli spazi rurali hanno pertanto accolto attività produttive nuove e diversificate, che in molti casi hanno già portato a rivalutare il contributo delle donne, insostituibili per il prezioso apporto che sanno dare: alla gestione delle nuove aziende agricole -dove sono state accolte attività di servizio turistico, didattico e sociale; alla conservazione e al recupero delle tradizioni colturali e alimentari locali; alla salvaguardia e alla fruizione degli aspetti estetici dei paesaggi rurali…

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