Processi decisionali partecipativi ed efficaci, e verifica dei risultati delle azioni di governo


L’Italia e l’Europa stanno attraversando un periodo di grande criticità, formalmente dal 2008 ma in pratica almeno dal 2006 a causa: 1) del processo di riorganizzazione delle grandi aree sociali ed economiche (Stati Uniti, Cina, Russia, India) e contemporaneamente di globalizzazione (le diverse aeree sono molto più interconnesse che nel passato); 2) le tante automazioni, frutto della forte innovazione tecnologica, che stanno sostituendo quote sempre più rilevanti di lavoro umano sia ripetitivo che concettuale; 3) la grande difficoltà a rinnovare le burocrazie e a rinforzare i servizi strategici (sanità, scuola, università, ricerca) attraverso l’immissione di giovani con elevate competenze scientifiche e tecniche a causa del forte indebitamento pubblico (sei punti di differenza nell’occupazione giovanile tra l’Italia e paesi come la Germania, la Francia e il Regno Unito sono dovuti proprio al minor “assorbimento” delle amministrazioni pubbliche e dei servizi strategici); 4) il sistema della formazione (asilo, scuola, università) è strutturato per fornire le competenze del passato e non quelle che servono oggi e ancora di più nel futuro; 4) l’organizzazione del welfare focalizzata su una società statica che non esiste più in cui un lavoro era per tutta la vita e invece oggi che si cambia lavoro molto spesso, con pause di inattività anche molto lunghe, c’è bisogno di un significativo sostegno economico nelle pause di disoccupazione e una formazione orientata alle nuove professioni o comunque a quelle maggiormente richieste; 6) L’organizzazione dei processi decisionali (politici e burocratici) delle amministrazioni pubbliche adatti a società sostanzialmente “passive” e in lenta evoluzione in un panorama internazionale sostanzialmente stabile; 7) la mancanza di una prospettiva in tempi ragionevoli (5-6 anni) dell’Europa federale, fatto che mette i paesi europei, tutti nessuno escluso, nella condizione di vasi di coccio tra quelli di ferro (Usa, Russia, Cina, India…).

Eppure il declino non è né ineluttabile né irreversibile. Ma per sfuggire la crisi che sembra inarrestabile ed ineluttabile è necessario costruire soluzioni innovative (profondamente diverse da quelle del passato) per ognuna delle macro cause di crisi sopra elencate e per ogni settore di attività.

Ed è necessario partire dalla revisione radicale dei processi decisionali pubblici, sulla base del principio che un approccio partecipativo possa dare risultati migliori e facilitare la costruzione e l’accettazione sociale delle decisioni “politiche” e dei progetti di ricerca e di innovazione sociale.

Per fare questo da una parte le élite (governo, parlamento, burocrazia, ecc.) devono associare al processo decisionale i cittadini attraverso la costituzione di focus group in cui sono rappresentati, oltre agli esperti, tutti i gruppi sociali – da attivare sin dalla fasi della identificazione degli obiettivi e della discussione sulle possibili alternative disponibili, in modo da favorire un netto miglioramento sia nel prendere “decisioni” socialmente “sentite” come utili e necessarie, sia nella più veloce e ampia accettazione sociale delle decisioni “politiche”. I tempi più lunghi e i maggiori costi nella identificazione delle “esigenze” e nella costruzione del processo decisionale, saranno ampiamente compensati da “risultati” più rispondenti alle esigenze “sociali” e più facilmente e diffusamente accettati.

Dall’altra parte i cittadini devono imparare a costruire nuovi “strumenti” (sostanzialmente associazioni tra esperti e cittadini rappresentanti le diverse condizioni sociali) per poter partecipare efficacemente al processo della formazione delle decisioni “politiche”, attraverso il controllo della coerenza dei programmi politici (rispetto alle criticità sociali) e della loro fattibilità, e alla verifica dei risultati delle azioni di governo sia rispetto ai programmi dichiarati che alle criticità del Paese. Per poter esercitare in modo più consapevole il loro ruolo le “associazioni” dovranno avere le competenze per studiare soluzioni organizzative, tecnologiche e finanziarie in grado di migliorare il benessere sociale ed economico attraverso interventi sui principali sottosistemi motori dello sviluppo, quali per esempio la scuola, l’università, la ricerca, la salute, l’agricoltura, l’ambiente, la finanza. Devono promuovere studi, seminari, incontri, iniziative culturali, di comunicazione, confronto e formazione sui temi di interesse sociale, economico, territoriale e istituzionale, con particolare riferimento agli investimenti sociali, allo sviluppo, alla creatività, alla formazione. E infine devono promuovere l’innovazione tecnologica, organizzativa, finanziaria, burocratica, istituzionale anche in ambito europeo e internazionale attraverso la costituzione di reti e la condivisione e la valorizzazione delle conoscenze.

 

http://www.lafonte.tv/la-rivista/

 

 

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Proviamo a darci un metodo di lavoro per superare lo stallo nel rapporto tra politica e cittadini che le elezioni hanno certificato?


E’ ancora radicato nella mentalità prevalente uno schema semplificato dei processi decisionali e dei flussi informativi connessi che vede due sorgenti di informazione (la conoscenza scientifica e i saperi tradizionali) e due attività decisionali (rispettivamente privato e pubblico) mediate dai convincimenti della pubblica opinione e dall’attività di informazione e comunicazione attraverso i media.

Aldilà di più o meno efficaci rappresentazioni delle linee di collegamento fra questi elementi, appare comunque evidente che lo schema è inadeguato già nella sua articolazione.

Modello incompleto dei processi decisionali e dei flussi informativi connessi…

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Rapporto Istat sulla conoscenza, come l’ignoranza sta affossando l’Italia


Il Rapporto Istat sulla conoscenza denuncia le lacune italiane, con grossi impatti sul sistema dell’innovazione e digitale. E così pone le basi per disegnare una strategia organica sul ciclo di conoscenza. Necessaria per la crescita economica, sociale e culturale

Il Rapporto Istat sulla conoscenza, di recente pubblicazione, assume una particolare importanza perché pone l’attenzione sul fatto che è l’intero ciclo di conoscenza a dover essere sostenuto, pianificato, attuato e quindi misurato. Di conseguenza, per modificare una situazione che vede l’Italia in larga parte sotto le performance medie europee, è necessaria una strategia che si occupi dell’intero ciclo, interessandosi allo stesso tempo e in modo organico di sistema educativo, ricerca, imprese, dal punto di vista della persona e delle sue competenze.

È necessario, pertanto, un approccio che non si limiti ad un’osservazione di settore e parziale, ma che punti ad una restituzione effettiva del “valore” della conoscenza. Valore economico, sociale, personale, e quindi valore diffuso e allo stesso tempo essenziale per la vita di una comunità e per l’economia e il benessere di un territorio. Il focus sul ciclo di conoscenza è prima di tutto un focus sull’integrazione degli interventi, sulla visione olistica della società, sul superamento della settorializzazione delle strategie di crescita. Non a caso nelle prime righe dell’introduzione si afferma che “Le espressioni “società dell’informazione”, “economia della conoscenza”, “digitalizzazione”, “impresa 4.0”, “internet delle cose” e così via, pur non essendo sinonimi l’una dell’altra, presentano molte “somiglianze di famiglia” e tendono a ricorrere insieme nei discorsi sugli sviluppi più recenti della società e dell’economia”…

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Tanti dicono che la Costituzione italiana è la più bella e la più copiata del mondo. Sarà vero?


Il 22 dicembre di settanta anni fa l’Assemblea Costituente approvò la Costituzione della Repubblica Italiana promulgata dal capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, cinque giorni dopo. Un’occasione per far tirar fuori di nuovo il mantra che la Costituzione italiana è la più bella e la più copiata del mondo. Ma se fosse così perché il nostro Paese versa in difficoltà non banali? Non mi interessa in questa sede ripercorrere, né tanto meno riattivare, le polemiche, a mio avviso prevalentemente superficiali e/o strumentali, che hanno monopolizzato l’arena politica prima e dopo il referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale. Sulla kermesse referendum mi limito a osservare come fosse inconsistente la tesi di chi sosteneva che bastava metter su l’ennesima Commissione bilaterale e con un anno di lavoro si sarebbe concordata una Riforma costituzionale perfetta: è passato un anno e non si è nemmeno iniziato a parlare di istituire la Commissione. Uno dei problemi degli Italiani sul fronte politico è che non hanno memoria storica (veramente altro che memoria storica, non si ricordano nemmeno della cronaca della settimana appena trascorsa).

Desidero invece mettere in discussione il mantra di cui dicevo all’inizio, riprendendo un mio commento a un post di @Adv. Natalino Ventrella. Tutto dipende da cosa si intenda per “bella” riferito a una Carta Costituzionale. Per semplificare mi limito a tre parametri: condivisibile nei principi enunciati; efficace nella scelta degli strumenti; realizzabile nella pratica politica. Dopo 70 anni si può, anzi si deve dare una valutazione tenendo conto del clima che ispirò la stesura dopo la tragedia della seconda guerra mondiale (particolarmente tragica per l’Italia) e degli anni trascorsi che hanno visto trasformazioni economiche, sociali e culturali di grande rilievo a livello nazionale e internazionale (basti citare la globalizzazione e la costruzione dell’Unione Europea).

Secondo me quanto ai principi la nostra costituzione è accattivante perché elenca diritti che corrispondono a un elevato livello di civiltà ed enuncia correlativamente una serie di libertà (in questo senso è bella). Manca però la prescrizione puntuale dei doveri che sono l’inevitabile rovescio della medaglia (la lettura prevalente è che i doveri siano in capo alla Stato, senza considerare che ne risulterebbe uno Stato etico alla Hegel, con competenze e poteri monstre e inevitabilmente oppressivo). Ne viene fuori il rischio che lo Stato diventi inevitabilmente il “nemico” delle libertà che dovrebbe garantire, senza contare che si genera in larghe fasce della popolazione un’aspettativa di diritti realizzati in automatico per tutti (per gli antistatalisti a parole, a carico di una fantomatica società, che avrebbe tutti i doveri e tutte le colpe).

Quanto agli strumenti ordinamentali, è evidente la ridondanza dei livelli di potestà pubblica aggravata da una malintesa autonomia di ben tre principali articolazioni (Comuni, Provincie e Regioni) oltre a quello statale, per non parlare di Comunità montane, Consorzi e tutto un correlato sottobosco con conseguente ipertrofia della classe politica. Le modifiche apportate, tra queste quella dovuta a Bassanini, hanno peggiorato pesantemente il quadro. Intellettualistico l’assetto del potere giudiziario (definito per l’esattezza un ordine) che nei fatti, senza violare questa Costituzione, ha assunto poteri dilaganti sull’azione amministrativa (e su quella legislativa anche in conseguenza per la verità di motivazioni per questo sconfinamento vedi esempio della legge elettorale battezzata consultellum) e si permette tempistiche bibliche con conseguenze devastanti (anche qui girano mantra: Italia patria del diritto, garantismo come dovere primario, e altri, con esiti pratici di impunità diffusa e quel che è peggio di consapevolezza da parte dei potenziali delinquenti di questa situazione di impunità di fatto.

Quanto alla realizzabilità’, la valutazione negativa è nei risultati e in parte deriva dalle considerazioni precedenti. Tra queste sottolineo la circostanza che alcuni elementi di ingessatura furono voluti da parte delle sinistre che temevano un eccesso di poteri dell’esecutivo, in piena guerra fredda con un peso in Italia della Nato non marginale. Aggiungo due considerazioni puntuali. È evidente il ruolo dei partiti nella gestione del potere in Italia; tra le disposizioni costituzionali rimaste inattuate quella di una regolamentazione per legge dei partiti. Considerazioni analoghe per la disposizione sulla regolamentazione dei Sindacati. Questionabile anche la scelta di definire le regole elettorali con legge ordinaria. Siamo alla ricerca della “soluzione” da 70 anni (sono abbastanza anziano da ricordare la cosiddetta legge truffa che invece secondo me era ragionevole compromesso tra governabilità e rappresentatività). Il sospetto che ogni maggioranza cerchi di ottimizzare la legge elettorale per le proprie esigenze non è purtroppo manifestamente infondato. La dinamica più recente tra porcellum, consultellm, italicum, rosatellum è inqualificabile.

Chiedo perdono in anticipo per l’utilizzo, come sintesi del mio punto di vista, di un’espressione popolaresca comune nelle balere del dopoguerra per commentare il comportamento della componente femminile: ” è bella, ma non balla”. Molti tra quelli che a parole difendono l’intoccabilità della attuale stesura (e inorridirebbero davanti alla mia irriguardosa metafora) sottovalutano la circostanza che la portata della nostra Carta è fortemente limitata nelle conseguenze pratiche (ovviamente da definire per legge) dalla previsione inserita all’art. 117 dopo la riforma del 2001 che impone alla produzione legislativa di rispettare i vincoli comunitari (interessante il confronto con la corrispondente norma nella Costituzione tedesca).

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In Europa si decide tutto nei prossimi due mesi, ma i nostri candidati premier nemmeno lo sanno


Il 22 gennaio Francia e Germania firmeranno l’accordo per cambiare l’Unione Europea, il 22 marzo presenteranno la loro idea di riforma della zona Euro. In mezzo, un Eurogruppo sulle banche e un vertice Nato sulla Russia. Che ne pensano, i nostri candidati premier? Mistero

Piccola agenda europea, a uso e consumo dei nostri eroi elettorali, impegnati nella battaglia a chi abolisce più tasse da qui al 4 marzo. Il 22 gennaio prossimo, il parlamento francese e quello tedesco voteranno e firmeranno un documento congiunto per dare un «impulso decisivo ad una Unione europea oggi troppo debole, inefficiente e lenta». Di fatto, quel che decideranno tra loro diventerà presto regola per l’intero continente. Non vi sfugga che tra i tre grandi Paesi fondatori dell’Unione ne manca uno, in questo nuovo nucleo progettuale. Nè vi sfugga che non risultino dichiarazioni politiche di nessuno dei candidati alla Presidenza del Consiglio sul tema. Peccato, perché sarebbe interessante capire cosa ne pensino. Rinunceremmo persino alla loro fondamentale opinione sui sacchetti di plastica, per scoprirlo…

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Un'analisi completa e calzante della situazione italiana, ma una prognosi intrisa di remore sulla democrazia e incentrata sui rischi


22.01.2018

Nel suo imperdibile articolo pubblicato ieri 21 dicembre sul Corriere il prof. Salvati analizza le tre cause dell’attuale situazione di difficoltà dell’Italia.

La prima causa è quella insorta a livello internazionale a partire dagli anni 80 con “… una vera grande svolta del capitalismo, in direzione di un regime neoliberista e globalizzato. In un contesto di libera circolazione dei capitali e di cambi flessibili crescono maggiormente i Paesi più competitivi, con salari più bassi, con buone capacità tecnologico-organizzative, o per il concorso di entrambi i motivi”. “Anche nei paesi più ricchi e industrialmente maturi si registrano forti perdite relative di reddito e di occasioni d lavoro stabili nei ceti culturalmente e professionalmente più deboli e nelle aree territoriali meno favorite”. .. .”Nei Paesi … meno competitivi – l’Italia è un caso tipico – questi fenomeni si avvertono con maggiore intensità.”

La seconda area di motivazioni esposta da Salvati è interna al sistema Italia: riforme mancate nel periodo tra gli anni ’60 e i primi anni ’90, quando neoliberismo e globalizzazione non erano ancora dominanti; successivo decennio con la fragilità mascherata “da una crescita stimolata da disavanzi pubblici, e poi dalla grande svalutazione del periodo 1993-95″… “coll’ingresso nella moneta unica, ma non a causa di questa, il nostro distacco dai Paesi europei … non ha fatto che aumentare…”.

La terza area di responsabilità è da Salvati attribuita all’UE che, ” poteva essere una grande occasione per influire sulle decisioni degli Stati Uniti e impegnarsi per una globalizzazione più regolata, a difesa di un modello sociale europeo … , ma sinora non lo è stata per ragioni ben note” e sulle quali non posso ora soffermarmi.” Invito a legere l’articolo per sapere quali sono secondo Salvati queste ragioni. Riporto solo la sua conclusione: “… è illusorio sperare in una solidarietà economica da parte dell’Europa molto più forte di quella attuale. L’ostacolo della «pericolosa ossessione tedesca», come l’ha definita Jean Pisani-Ferry, nei confronti di una Transfer Union, di un maggiore sostegno ai Paesi più deboli, è insuperabile: non un euro dei contribuenti tedeschi deve andare a finanziare le inefficienze e i ritardi di altri Paesi!” In sostanza un Unione debole ostaggio di una Germania miope.

Venendo alle prospettive, anche in vista delle elezioni, ormai prossime, Salvati riporta quanto scritto sul Messaggero da Alessandro Campi una decina di giorni prima:«L’impressione è che i partiti, a pochi mesi dall’appuntamento cruciale con le urne, stiano vivendo un serio vuoto di idee e di capacità propositiva. Rispetto all’acutezza della crisi economico-sociale nella quale l’Italia è ancora immersa nessuno di essi sembra avere soluzioni razionali da proporre all’attenzione dei cittadini».

Il commento di Salvati è che: “Un vuoto di idee, competenze e capacità propositiva c’è senz’altro in alcuni dei partiti che si presentano in queste elezioni. Non c’è però in altri: in questi ci sono molti politici e tecnici consapevoli della gravità della situazione e delle «soluzioni razionali da proporre all’attenzione dei cittadini»”

Come se non avessimo fin qui ricevuto una massiccia dose di cattive notizie il nostro autore alza ancora il livello del proprio pessimismo esponendo un’analisi che riassumo come segue. Per non perdere voti, partiti consapevoli e seri non dicono la verità né sulla gravità della situazione né sulle ricette da seguire. Se fossero sinceri ed espliciti perderebbero voti uscendo sconfitti. D’altro canto i partiti poco seri alimentano confusione generalizzata e immotivate speranze di soluzione. In soldoni secondo Salvati bisogna sperare vincano i partiti che predicano male (non raccontano la verità anche se l’hanno capita e propongono manovre a basso costo, ma inefficaci) e opereranno bene (attueranno le cure benefiche, intese come maxi incisive su patrimoni e redditi violando le promesse elettorali). In effetti se vincono quelli che predicano male (propongono manovre a basso costo, ma inefficaci) e opereranno pure male (realizzeranno queste manovre inefficaci) i danni economici e sociali sarebbero particolarmente gravi.

Ma se si deve auspicare, per avere speranze di salvezza, che larghi strati della classe dirigente deliberatamente disattendano massicciamente le promesse elettorali, vuol dire che i rapporti politici tra vertice e base sono diventati una presa per i fondelli con mortale minaccia alla democrazia. Sembrerebbe proprio una situazione senza vie d’uscita. Domani tenterò di descrivere quali spiragli si possono intravvedere.

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Spiragli da individuare, selezionare e percorrere in vista di una prospettiva positiva per l'Italia


Ho raccolto in un recente post qualche considerazione sul significato della parola spiraglio con riferimento alle prospettive che abbiamo di fronte per la società italiana.

Dopo aver osservato che sostanzialmente si possono individuare tre significati del termine: possibilità remota / piccola speranza; raggio di luce che illumina, ma niente di più; varco angusto, ma attraverso il quale si può passare, ho espresso l’opinione che occorra concentrarsi sul terzo significato quello di varco angusto, ma percorribile ben consapevoli che la possibilità di passare non è automatica ma va costruita con una volontà determinata e realistica. Scendendo nei dettagli ho riscontrato che anche limitandosi al significato di varco sono possibili diverse specificazioni che incidono profondamente sulle conseguenze operative che ne discendono.

Qualcuno è convinto che il futuro davanti a noi sia abbastanza agevole (quelli della luce in fondo al tunnel) e se parli con lui di spiragli gli viene in mente la prima immagine: una porta spalancata: basta procedere – avanti tutta – e ogni cosa andrà per il meglio (c’è pure il rosone che funge da luce di emergenza).

Altri invece fanno riferimento alla seconda immagine: si rendono conto che il varco va allargato, ma sono fiduciosi che la porta si aprirà anche perché contano su di una donzella che, novella Beatrice, ci guiderà per il nostro bene aprendo questa porta e tutte le altre porte che incontreremo (sono gli appartenenti a una certa intellighenzia italica con imprinting esterofilo che sostengono la nostra unica speranza essere quella di farci salvare dalla UE a guida tedesca e con le attuali regole, e non si rendono conto che la leggiadra guida in figura potrebbe anche essere una personificazione del demonio e connazionale del grande poeta del Faust).

Alla terza immagine fanno riferimento i semplicisti: c’è un varco per la verità molto stretto, ma basterà prendere una sola decisione (l’unica giusta) e poi avremo pascoli verdi a nostra disposizione (sono quelli del fuori dall’Europa subito e comunque, esaltati dalla Brexit – dimenticando che UK aveva ottenuto condizioni peculiari in UE, non era nell’euro, ha rapporti strettissimi con USA e soprattutto che ancora non è ben chiaro se e come ci saranno per UK reali vantaggi dall’uscita).

Purtroppo sono numerosi in Italia quelli che si sentono imprigionati in una situazione senza via d’uscita o peggio ancora in una situazione dove le soluzioni ci sarebbero pure, ma sono rese inaccessibili da impedimenti non rimovibili, come le sbarre della finestra di una prigione. Fanno riferimento alla quarta immagine – varco inaccessibile – e sono quelli rassegnati, rancorosi, in conflitto tra loro, in sostanziale coerenza con una classe politica assolutamente inadeguata. Per la verità alcuni sostengono (per esempio lo psichiatra Vittorino Andreoli) che la gran parte degli Italiani sono condannati al declino perché affetti costituzionalmente da una sindrome che integra quattro patologie (esibizionismo, individualismo, masochismo, fatalismo) e ne traggono una valutazione di pessimismo irrecuperabile. Con riferimento alla foto, fuori c’è un parco e noi siamo in gattabuia all’ergastolo.

Credo che chi si dà da fare per contribuire nei limiti delle possibilità di ciascuno, a costruire un progetto di futuro con relativo programma d’azione abbia, come riferimento l’ultima immagine. Purtroppo perchè la porta è sbarrata, l’ambiente non è certo confortevole, spifferi dappertutto; per fortuna perchè la porta è malconcia e potrebbe non resistere a colpi ben assestati, i fori sono numerosi e si può sperare di allargarli, con uno sforzo collettivo chi è rinchiuso può liberarsi e dalla costrizione attuale. Questi sono gli spiragli che piacciono a me e mi appresto a redigerne un breve elenco commentato.

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Considerazioni sulle prospettive della società italiana stimolate dalla domanda di un bambino di 6 anni: nonno, che vuol dire spiragli?


La settimana appena trascorsa per me è stata caratterizzata da una parola “spiragli”. Affrontiamola, perché le parole sono pietre come ci ha insegnato Carlo Levi e condizionano il cammino.

Ho cominciato a menzionare gli spiragli concludendo un post dedicato all’analisi poco confortante della situazione italiana con la frase seguente:

“Ma se si deve auspicare, per avere speranze di salvezza, che larghi strati della classe dirigente deliberatamente disattendano le promesse elettorali, vuol dire che i rapporti politici tra vertice e base sono diventati una presa per i fondelli con mortale minaccia alla democrazia. Sembrerebbe proprio una situazione senza vie d’uscita. Domani tenterò di descrivere quali spiragli si possono intravvedere.”

Il corpo a corpo con la parola spiragli è proseguito quando ho usato questa parola commentando un ‘immagine relativa all’episodio di Geppetto e Pinocchio nella pancia del pescecane e il nipotino di 6 anni ha chiesto “Nonno, che vuol dire spiragli? Ma ci si passa dentro?” Nell’immagine, di spiragli se ne vedono due: uno all’interno, il piccolo fascio di luce del mozzicone di candela, l’altro una luminosità proveniente dall’esterno attraverso l’enorme bocca del pescecane. Il bambino evidentemente è stato colpito dal secondo spiraglio quello che rappresenta la possibilità di uscire.

Tra le varie definizioni di spiraglio trovate mi è sembrata più completa quella del Dizionario Sinonimi e Contrari della RCS

La risposta è che ci sono tanti tipi di spiragli: semplificando, tre: possibilità remota / piccola speranza; raggio di luce che illumina, ma niente di più; varco angusto, ma attraverso il quale si può passare. All’analisi delle prospettive della situazione italiana si possono applicare tutte e tre i significati.

Nel senso figurato è, a mio avviso, evidente che se non alimentiamo speranze siamo nel tipico caso di profezie negative auto-avverantesi (per convincersene basta leggere i termini indicati nel dizionario come contrari: “difficoltà, improbabilità, impossibilità” in un crescendo di negatività,). Tre sono i prerequisiti che ho più volte richiamato (alcuni esempi):

Nel senso di raggi di luce che illuminano, ma niente di più, senza indicare vie d’uscita, gli spiragli possono essere una illusione che diventa trappola: il mozzicone di candela di Geppetto prima o poi finisce e ci si riduce a una lotta per prolungare la sopravvivenza (il vecchio proverbio “finché dura fa verdura”) rallentando il declino; è evidente che il distacco aumenta (sia per la crescita di numero e capacità dei nuovi competitori, sia per l’inevitabile accelerazione del degrado: i vecchi business tendono a scomparire, le persone migliori, per qualificazione e intraprendenza, se ne vanno) .

Non resta che concentrarsi sul terzo significato quello di varco angusto, ma attraverso il quale si può passare ben consapevoli che la possibilità di passare non è automatica ma va costruita con una volontà che mi piace etichettare “No al declino dell’Italia. Dalle parole agli interventi costruttivi” per sottolineare una scelta contraria a quella della rassegnazione appena stigmatizzata.

L’impostazione generale e la ricognizione delle possibilità che si aprono (obiettivi da condividere e possibili linee d’azione) sono esposte in un post di fine estate

Nel seguito di questo post, che è già diventato troppo lungo proverò ad indicare i passaggi da percorrere ampliando i varchi esistenti, in contrappunto con le preoccupazioni dell’articolo di Michele Salvati commentando il quale l’attenzione agli spiragli è partita.

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Cambiamenti climatici. Sarà Meglio Adattarsi


Comincia a emergere la consapevolezza che sui cambiamenti climatici è meglio costruire risposte di adattamento piuttosto che inseguire esclusivamente prospettive irrealizzabili e costose di controllo delle emissioni di carbonio. Lettura critica delle conclusioni raggiunte nella Conferenza sui cambiamenti climatici, COP 21, a distanza di due anni.

In un articolo sull’Astrolabio di due anni fa (16 dicembre 2015) commentavo con preoccupazione i risultati della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici, COP 21.

“Non saranno i risultati del vertice mondale del clima che si è tenuto a Parigi a indicare come muoverci; abbiamo avuto ancora una volta solo previsioni di catastrofe universale, impegni generici sull’obiettivo di evitarla, ma nessuna concreta azione o almeno programma concreto di interventi condivisi, solo whisful thinking, come purtroppo è stato per i trascorsi 25 anni. Le novità sono state: una migliore cosmesi espositiva (coinvolgimento verbale anche dei paesi finora scettici come Cina e USA recentemente “rinsaviti” a parole – ma, forse, parole pronunciate “incrociando le dita” a significare non l’auspicio scaramantico di avveramento, ma al contrario la “riserva mentale” di origine gesuitica); la promessa di un futuribile fondo per i paesi svantaggiati; l’escamotage di una revisione periodica ogni 5 anni (forse nuove previsioni oracolistiche sull’avvicinamento o meno al tetto di 2° C che ci protegga dalla catastrofe); coinvolgimento della World Trade Organization WTO.”

L’articolo aveva una parte propositiva che indicava due percorsi in linea con l’originaria impostazione della prima fase dei lavori dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) quando la componente scientifica era veramente prevalente e si sosteneva la scelta di accompagnare l’azione di mitigation (evitare i cambiamenti climatici) con quella di adaptation (contenere i danni attesi dai cambiamenti climatici)…

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Produttività, stimolo della domanda e PIL: tre concetti economici al centro della discussione sulle ricette per superare la crisi


Ogni tanto ricompare questa canzoncina degli anni ’30 (anche in questo caso attenti alle fakenews: la cantava Rodolfo De Angelis e non Petrolini come si legge in rete).  E’ stata riproposta – grosso modo ogni quarto di secolo – per esempio nella versione del Quartetto Cetra e in quella di Gigi Proietti. A sentirla bene la canzonetta dà anche qualche spunto serio, compresi accenni all’equità (cfr. Piketty e Amartya Sen ante litteram), alla necessità di far circolare i capitali e alla sterilità delle grandi assisi internazionali.

Sui rapporti tra domanda, PIL e produttività è intervenuto su Linkedin il Prof. Puglisi con un quesito, apparentemente semplice, che ha generato variegate risposte, alcune serie, alcune divertenti, alcune non prive di qualche confusione.

Provo a rispondere al quesito “come fa a crescere il PIL pro capite se non cresce la produttività?” (tenendo anche conto delle risposte proposte) visto che l’autore non l’ha ancora fatto. Per la verità il tono ironico fa trasparire che l’autore sottintende la risposta: “è impossibile”.

Un paio di premesse:

  • Andrebbe precisato se si intende la produttività del complesso dei fattori produttivi: lavoro e capitale nelle sue varie forme (finanziario, strumentale, immateriale – lista solo orientativa, senza pretese) o solo del fattore lavoro. Questa banale precisazione è importante perché molte analisi si limitano a considerare la produttività del solo lavoro e danno luogo a descrizioni e deduzioni manifestamente distorcenti nel senso che si arriverebbe a ritenere come obiettivo desiderabile una fabbrica ad altissima intensità di capitale con nessun occupato; dovrebbe essere ovvio che quello che interessa per valutare il ruolo di un’impresa è la produttività intesa come il rapporto tra valore generato e costo di tutti i fattori.
  • Spesso accade in alcuni settori delle cosiddette soft science che si confonda un rapporto di correlazione tra due grandezze con un rapporto di causa effetto, a volte pure con l’aggravante che si scambia il ruolo di causa con quello di effetto; per commentare questa confusione si può discutere una news (sarà fake?): “i bambini portano le cicogne” (qui una versione semplicistica, ma sostanzialmente corretta).

Torniamo al quesito esaminando un caso semplice. Cresce la domanda estera cui si rivolge un’impresa che sta sotto utilizzando i propri impianti e il proprio personale; manifestamente cresce la produttività di tutti i fattori (e cresce anche il PIL). Quindi è vero che c’è correlazione inevitabile tra PIL e produttività, ma il centro della questione è quale sia il punto di partenza; nell’esempio è manifestamente la crescita della domanda e la spiegazione è banale: siamo in presenza di fattori produttivi sottoutilizzati. Se quelli che il prof. Puglisi chiama – con, diciamo, ironia – domandisti sostengono che in presenza di sottoutilizzazione di capacità produttiva è benefica la promozione della domanda non sono in errore.

La questione diventa triplice: a. se ci sia o meno in Italia in questa fase una consistente sottoutilizzazione della capacità produttiva; b. quali condizioni debbano essere soddisfatte perché la domanda potenziale sia colta; c. quali siano azioni sensate per promuovere la domanda (nelle due componenti, estera e interna).

A mio avviso la risposta alla prima questione è sì; purtroppo bisogna aggiungere che situazioni di sottoutilizzo non possono durare più di tanto e si trasformano in distruzione di imprese e correlata distruzione di valore del capitale materiale e immateriale. In questo senso il sostegno alla domanda è una finestra di opportunità che va colta “a tempo giusto”.

La risposta alla seconda questione è ovvia: per cogliere la domanda occorre saper offrire prodotti/servizi in sintonia con la domanda e attraenti rispetto ai competitori nel rapporto prestazioni prezzi. E’ qui che entra in gioco la produttività: se la produttività è bassa è difficile essere competitivi. Ma è necessaria un’avvertenza: in stagione di sottoutilizzo di capacità occorre una definizione dei prezzi che faccia riferimento al margine di contribuzione, cioè capire che è già un risultato, rispetto al blocco della produzione e al rischio di distruzione dell’azienda coprire oltre ai costi variabili, anche solo una parte dei costi fissi. E’ evidente che questa scelta non può essere che temporanea e che va sempre e comunque perseguito il miglioramento della produttività purché intesa come produttività totale (ricordiamo a questo proposito l’esperienza di quelle imprese che dopo tentativi di spostamento della produzione in paesi a basso costo del lavoro hanno preferito far ritornare la produzione in Italia). Non dimentichiamo che l’abbattimento degli oneri fiscali e contributivi è decisivo per favorire la competitività (in Italia incidenza “monstre” e vera e proprie follie quali il carico fiscale sul lavoro (tramite quota IRAP eliminata solo recentemente).

Quanto alla terza questione (come promuovere la domanda) la risposta è troppo complessa per essere trattata in questo ambito. Solo alcuni cenni: aumento del potere d’acquisto dei ceti medio bassi con effetti positivi sulla domanda interna; investimenti nei sistemi produttivi, opere pubbliche che superino handicap infrastrutturali sono d’aiuto. Spazi enormi si aprono sulla domanda estera: tanto per cominciare che senso hanno per l’Italia le sanzioni alla Russia nostro attivo cliente e comunque nostro fornitore di gas? I settori più promettente sono quelli del turismo, dei beni culturali, del cibo di qualità, in generale del made in Italy dove la competizione internazionale ci può vedere favoriti con bacini di utenti potenziali molto ampi (basta pensare alla Cina). In questi settori non valgono i modelli di impostazione micro economica basati sull’assunzione di una domanda rigida da spartire tra produttori. Due finora i fattori di debolezza: inadeguatezza delle azioni di comunicazione e coinvolgimento mirate a promuovere e qualificare la domanda e soprattutto inadeguatezza dei servizi tradizionali di supporto (tipico esempio: promuovere il turismo a Roma per poi offrire lo spettacolo di trasporti pubblici inaccessibili, scioperi selvaggi, sporcizia diffusa e degrado urbano da terzo mondo non è così proficuo).

Sono consapevole delle limitazioni dell’esposizione fin qui sviluppata, ma sono anche convinto che se “si sta sui social” per tentare di diffondere elementi di conoscenza e di riflessione e non per continuare in questa sede dispute accademiche tra colleghi o preparare una carriera da mattatore ai talk show, bisogna farsi carico di dare spiegazioni per farsi capire e alimentare discussioni auspicabilmente proficue, rischiando anche di essere inesatti o incompleti e di venire per questo criticati dai custodi del perfezionismo e del formalismo e, soprattutto, dell’ortodossia (o meglio di una ortodossia perchè di scuole di politica economica ce ne sono più d’una).

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