Cambiamenti climatici. Sarà Meglio Adattarsi


Comincia a emergere la consapevolezza che sui cambiamenti climatici è meglio costruire risposte di adattamento piuttosto che inseguire esclusivamente prospettive irrealizzabili e costose di controllo delle emissioni di carbonio. Lettura critica delle conclusioni raggiunte nella Conferenza sui cambiamenti climatici, COP 21, a distanza di due anni.

In un articolo sull’Astrolabio di due anni fa (16 dicembre 2015) commentavo con preoccupazione i risultati della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici, COP 21.

“Non saranno i risultati del vertice mondale del clima che si è tenuto a Parigi a indicare come muoverci; abbiamo avuto ancora una volta solo previsioni di catastrofe universale, impegni generici sull’obiettivo di evitarla, ma nessuna concreta azione o almeno programma concreto di interventi condivisi, solo whisful thinking, come purtroppo è stato per i trascorsi 25 anni. Le novità sono state: una migliore cosmesi espositiva (coinvolgimento verbale anche dei paesi finora scettici come Cina e USA recentemente “rinsaviti” a parole – ma, forse, parole pronunciate “incrociando le dita” a significare non l’auspicio scaramantico di avveramento, ma al contrario la “riserva mentale” di origine gesuitica); la promessa di un futuribile fondo per i paesi svantaggiati; l’escamotage di una revisione periodica ogni 5 anni (forse nuove previsioni oracolistiche sull’avvicinamento o meno al tetto di 2° C che ci protegga dalla catastrofe); coinvolgimento della World Trade Organization WTO.”

L’articolo aveva una parte propositiva che indicava due percorsi in linea con l’originaria impostazione della prima fase dei lavori dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) quando la componente scientifica era veramente prevalente e si sosteneva la scelta di accompagnare l’azione di mitigation (evitare i cambiamenti climatici) con quella di adaptation (contenere i danni attesi dai cambiamenti climatici)…

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Produttività, stimolo della domanda e PIL: tre concetti economici al centro della discussione sulle ricette per superare la crisi


Ogni tanto ricompare questa canzoncina degli anni ’30 (anche in questo caso attenti alle fakenews: la cantava Rodolfo De Angelis e non Petrolini come si legge in rete).  E’ stata riproposta – grosso modo ogni quarto di secolo – per esempio nella versione del Quartetto Cetra e in quella di Gigi Proietti. A sentirla bene la canzonetta dà anche qualche spunto serio, compresi accenni all’equità (cfr. Piketty e Amartya Sen ante litteram), alla necessità di far circolare i capitali e alla sterilità delle grandi assisi internazionali.

Sui rapporti tra domanda, PIL e produttività è intervenuto su Linkedin il Prof. Puglisi con un quesito, apparentemente semplice, che ha generato variegate risposte, alcune serie, alcune divertenti, alcune non prive di qualche confusione.

Provo a rispondere al quesito “come fa a crescere il PIL pro capite se non cresce la produttività?” (tenendo anche conto delle risposte proposte) visto che l’autore non l’ha ancora fatto. Per la verità il tono ironico fa trasparire che l’autore sottintende la risposta: “è impossibile”.

Un paio di premesse:

  • Andrebbe precisato se si intende la produttività del complesso dei fattori produttivi: lavoro e capitale nelle sue varie forme (finanziario, strumentale, immateriale – lista solo orientativa, senza pretese) o solo del fattore lavoro. Questa banale precisazione è importante perché molte analisi si limitano a considerare la produttività del solo lavoro e danno luogo a descrizioni e deduzioni manifestamente distorcenti nel senso che si arriverebbe a ritenere come obiettivo desiderabile una fabbrica ad altissima intensità di capitale con nessun occupato; dovrebbe essere ovvio che quello che interessa per valutare il ruolo di un’impresa è la produttività intesa come il rapporto tra valore generato e costo di tutti i fattori.
  • Spesso accade in alcuni settori delle cosiddette soft science che si confonda un rapporto di correlazione tra due grandezze con un rapporto di causa effetto, a volte pure con l’aggravante che si scambia il ruolo di causa con quello di effetto; per commentare questa confusione si può discutere una news (sarà fake?): “i bambini portano le cicogne” (qui una versione semplicistica, ma sostanzialmente corretta).

Torniamo al quesito esaminando un caso semplice. Cresce la domanda estera cui si rivolge un’impresa che sta sotto utilizzando i propri impianti e il proprio personale; manifestamente cresce la produttività di tutti i fattori (e cresce anche il PIL). Quindi è vero che c’è correlazione inevitabile tra PIL e produttività, ma il centro della questione è quale sia il punto di partenza; nell’esempio è manifestamente la crescita della domanda e la spiegazione è banale: siamo in presenza di fattori produttivi sottoutilizzati. Se quelli che il prof. Puglisi chiama – con, diciamo, ironia – domandisti sostengono che in presenza di sottoutilizzazione di capacità produttiva è benefica la promozione della domanda non sono in errore.

La questione diventa triplice: a. se ci sia o meno in Italia in questa fase una consistente sottoutilizzazione della capacità produttiva; b. quali condizioni debbano essere soddisfatte perché la domanda potenziale sia colta; c. quali siano azioni sensate per promuovere la domanda (nelle due componenti, estera e interna).

A mio avviso la risposta alla prima questione è sì; purtroppo bisogna aggiungere che situazioni di sottoutilizzo non possono durare più di tanto e si trasformano in distruzione di imprese e correlata distruzione di valore del capitale materiale e immateriale. In questo senso il sostegno alla domanda è una finestra di opportunità che va colta “a tempo giusto”.

La risposta alla seconda questione è ovvia: per cogliere la domanda occorre saper offrire prodotti/servizi in sintonia con la domanda e attraenti rispetto ai competitori nel rapporto prestazioni prezzi. E’ qui che entra in gioco la produttività: se la produttività è bassa è difficile essere competitivi. Ma è necessaria un’avvertenza: in stagione di sottoutilizzo di capacità occorre una definizione dei prezzi che faccia riferimento al margine di contribuzione, cioè capire che è già un risultato, rispetto al blocco della produzione e al rischio di distruzione dell’azienda coprire oltre ai costi variabili, anche solo una parte dei costi fissi. E’ evidente che questa scelta non può essere che temporanea e che va sempre e comunque perseguito il miglioramento della produttività purché intesa come produttività totale (ricordiamo a questo proposito l’esperienza di quelle imprese che dopo tentativi di spostamento della produzione in paesi a basso costo del lavoro hanno preferito far ritornare la produzione in Italia). Non dimentichiamo che l’abbattimento degli oneri fiscali e contributivi è decisivo per favorire la competitività (in Italia incidenza “monstre” e vera e proprie follie quali il carico fiscale sul lavoro (tramite quota IRAP eliminata solo recentemente).

Quanto alla terza questione (come promuovere la domanda) la risposta è troppo complessa per essere trattata in questo ambito. Solo alcuni cenni: aumento del potere d’acquisto dei ceti medio bassi con effetti positivi sulla domanda interna; investimenti nei sistemi produttivi, opere pubbliche che superino handicap infrastrutturali sono d’aiuto. Spazi enormi si aprono sulla domanda estera: tanto per cominciare che senso hanno per l’Italia le sanzioni alla Russia nostro attivo cliente e comunque nostro fornitore di gas? I settori più promettente sono quelli del turismo, dei beni culturali, del cibo di qualità, in generale del made in Italy dove la competizione internazionale ci può vedere favoriti con bacini di utenti potenziali molto ampi (basta pensare alla Cina). In questi settori non valgono i modelli di impostazione micro economica basati sull’assunzione di una domanda rigida da spartire tra produttori. Due finora i fattori di debolezza: inadeguatezza delle azioni di comunicazione e coinvolgimento mirate a promuovere e qualificare la domanda e soprattutto inadeguatezza dei servizi tradizionali di supporto (tipico esempio: promuovere il turismo a Roma per poi offrire lo spettacolo di trasporti pubblici inaccessibili, scioperi selvaggi, sporcizia diffusa e degrado urbano da terzo mondo non è così proficuo).

Sono consapevole delle limitazioni dell’esposizione fin qui sviluppata, ma sono anche convinto che se “si sta sui social” per tentare di diffondere elementi di conoscenza e di riflessione e non per continuare in questa sede dispute accademiche tra colleghi o preparare una carriera da mattatore ai talk show, bisogna farsi carico di dare spiegazioni per farsi capire e alimentare discussioni auspicabilmente proficue, rischiando anche di essere inesatti o incompleti e di venire per questo criticati dai custodi del perfezionismo e del formalismo e, soprattutto, dell’ortodossia (o meglio di una ortodossia perchè di scuole di politica economica ce ne sono più d’una).

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Il Riformista (1981)


Federico Caffè

(il riformista, 1981)

Il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo.

La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distruggono. E’ agevole contrapporgli che, sin quando non cambi “il sistema”, le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare i buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o “contraddizioni”). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un “sistema”, di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale “del sistema”.

Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta l’acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose.

Il Riformista (1981)

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Consumo di suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemici


L’edizione 2017 del Rapporto sul consumo di suolo in Italia, la quarta dedicata a questo tema, fornisce il quadro aggiornato dei processi di trasformazione del nostro territorio, grazie alla cartografia aggiornata del Sistema Nazionale per la Protezione dell’Ambiente (SNPA), che vede ISPRA insieme alle Agenzie per la protezione dell’ambiente delle Regioni e delle Province Autonome, in un lavoro congiunto di monitoraggio svolto anche utilizzando le migliori informazioni che le nuove tecnologie sono in grado di offrire…




La cultura del senza


Gelati “senza glutine, senza saccarosio, senza lattosio, senza grassi idrogenati”, vanta un cartello in bella mostra in una gelateria di Roma. Il fatto che sia puntigliosamente elencato cosa manca scatena la nostra fantasia su di quali ingredienti non menzionati siano invece pieni i gelati in vendita: olio di palma? OGM? antibiotici? parabeni? (a proposito c’è qualcuno in grado di spiegarmi cosa siano i parabeni e perché siano da evitare accuratamente?).

Il fisico tedesco Licthenberg chiedeva se fosse possibile pensare ad un coltello senza lama, al quale manca il manico. Si può, cioè, definire qualcosa per ciò che non è o che non ha, oppure è necessario a ricorrere a concetti positivi?

Ma aldilà delle facili battute e dei quesiti filosofici , credo che questa cultura del senza meriti qualche riflessione. In effetti gli scaffali dei supermercati sono stracolmi di alimenti, di cosmetici e di prodotti per la cura della persona per i quali viene pubblicizzata con enfasi l’assenza di qualche componente. Sia inteso: sono perfettamente cosciente che esistono persone con particolari patologie, come la celiachia, il diabete, l’ipertensione, e via enumerando, o di allergie o intolleranze a particolari sostanze, e che queste persone devono essere messe nelle condizioni di seguire i dettami dietetici che assicurano loro una buona qualità di vita. Le etichette sono una componente essenziale della comunicazione per queste categorie di persone.

Ma per tutti gli altri, la stragrande maggioranza, dovrebbe essere più importante sapere quello che c’è, invece di quello che non c’è, in ciò che mangiano. Infatti fino a pochi anni fa la pubblicità decantava come vantaggio comparativi l’aggiunta di particolari ingredienti ai loro prodotti: con doppia panna, con uova freschissime, con estratti di carne, con frutta scelta, e via dicendo. Ricordo che si vendeva la pastina diglutinata (con contenuto raddoppiato di glutine) come alimento biofortificato da usare nello svezzamento di poppanti. Lo stessa valeva per i prodotti per la cura della persona: chi non ricorda la saponetta che per sedurre tre volte veniva addizionata con un “boccettino di vero profumo francese”?

Siccome ho piena fiducia nella professionalità degli esperti di marketing delle aziende alimentari e della grande distribuzione, credo che questo cambiamento radicale delle loro strategie sia da attribuire ad un cambiamento altrettanto radicale  delle percezioni e delle attitudini dei consumatori. L’aspirazione di soddisfare le esigenze nutritive, magari con qualche ammiccamento alla gola, sembra essere stata sostituita dalla paura o addirittura la convinzione che gli alimenti in vendita siano poco sani, se non pericolosi o nocivi per la nostra salute. Da qui la corsa a rassicurare il consumatore, cavalcando qualsiasi fobia collettiva, sia sostenuta da evidenze scientifiche, che priva di qualsiasi seria giustificazione.

Tutto questo mentre in Italia più di un terzo della popolazione adulta (35,3%) è in sovrappeso e poco più di una persona su dieci è obesa (9,8%) (dati 2015, fonte ISTAT). Complessivamente,  quasi la metà (45%) dei soggetti di adulti è in eccesso ponderale. E, secondo l’Osservatorio Nazionale sulla Salute nelle Regioni Italiane, “il sovrappeso e l’obesità sono tra i principali fattori di rischio per le patologie non trasmissibili, quali le malattie ischemiche del cuore, l’ictus, l’ipertensione arteriosa, il diabete tipo 2, le osteoartriti ed alcuni tipi di cancro, e la loro diffusione, sempre più in crescendo, è ormai un problema prioritario di salute pubblica a livello mondiale, con un grosso impatto sui sistemi sanitari nazionali”.

La conclusione di queste riflessioni è tanto ovvia che forse non mette nemmeno conto scriverla: il  rafforzamento della comunicazione sulla nutrizione è una priorità assoluta. Gli esperti di marketing sono maestri nell’interpretare le conoscenze, le attitudini e le percezioni dei consumatori e nell’indirizzare di conseguenza  l’offerta dell’industria alimentare. La parte pubblica dovrebbe invece cercare di influenzare i consumatori e di  orientare le loro preferenze alimentari verso consumi più consapevoli e più salutari.

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Monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque. Indicazioni per la scelta delle sostanze


Nell’ambito del monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque, l’ISPRA svolge una funzione di coordinamento e indirizzo tecnico-scientifico nei confronti di Regioni e Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Il presente documento amplia e aggiorna le informazioni utili per la scelta delle sostanze da considerare nella programmazione del monitoraggio, già fornite in precedenti documenti di indirizzo predisposti dall’Istituto…

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Rapporto Rifiuti Speciali – Edizione 2017


Il Rapporto Rifiuti Speciali, giunto alla sua sedicesima edizione, è frutto di una complessa attività di raccolta, analisi ed elaborazione di dati da parte del Centro Nazionale per il ciclo dei Rifiuti dell’ISPRA, con il contributo delle Agenzie regionali e provinciali per la Protezione dell’Ambiente…




La Legge sul Consumo di Suolo all’Esame delle Camere


L’approvazione in prima lettura, da parte della Camera, del disegno di legge sul contenimento del consumo di suolo è stata accompagnata da dure critiche da parte delle opposizioni e dei “movimenti”. In realtà, il testo rappresenta una mediazione fra le proposte di diversi partiti e punta ragionevolmente a contenere l’espansione urbana attraverso l’apposizione di nuovi vincoli. In assenza di politiche attive in favore del paesaggio e del territorio però, le nuove norme rischiano di sovrapporsi a vincoli preesistenti che, in molta parte del territorio, non sono mai stati resi operativi …

Il provvedimento è stato approvato dalla Camera con 256 sì e 190 no, e ora passa al Senato, dove è pressoché certo che sarà modificato e dove la discussione non si prevede breve. Una “specie di aborto”, secondo Fratelli d’Italia. “Il fratello ipocrita del vostro caro e amato Sblocca Italia», accusa per motivi opposti il M5S. “Una norma liberticida, per alcuni aspetti violenta”, rincara Forza Italia. “Tutto è andato come doveva andare: nel peggiore dei modi”, conclude sconsolata sull’altro fronte Sel, facendo propria la posizione di coloro che avrebbero preferito una bocciatura del testo, cioè del Forum Salviamo il Paesaggio, che ha provato a dettare ai parlamentari il testo da approvare e secondo il quale, dopo questo “delitto perfetto”, “ai cittadini non resta che l’indignazione”.

Per i favorevoli, il testo rappresenta un punto di mediazione tra l’esigenza di fermare il progressivo consumo del suolo agricolo e la necessità di evitare un blocco drastico delle costruzioni, che potrebbe avere gravi ripercussioni su un importante settore dell’economia. Secondo i contrari vicini ai movimenti, una legge sul consumo di suolo non avrebbe dovuto avere alcuna relazione con le norme di natura urbanistica, quanto, invece, essere ancorata alla legislazione in materia paesaggistica e ambientale. Questo avrebbe consentito al parlamento di esercitare appieno la materia di competenza esclusiva propria dello Stato, senza dover costruire un meccanismo di rimando agli enti territoriali, che rischia di inficiare l’intero percorso attuativo della norma…

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Fondi PSR, sulla spesa l'Italia comincia la rincorsa rispetto alla Ue e le proiezioni sono positive


Nonostante la “partenza ritardata” e alcune caratteristiche strutturali, le proiezioni sulla spesa delineano una prospettiva positiva atta a scacciare il rischio disimpegno e riportare l’Italia in linea con i nostri partner europei.

Come di consueto il mese di giugno ha rappresentato per le Autorità di gestione dei Programmi di sviluppo rurale un periodo molto intenso per gli adempimenti richiesti in ambito comunitario.
Infatti in questo mese le Autorità di gestione hanno dovuto approvare ed inviare entro i termini prestabiliti le Relazioni Annuali di Attuazione, l’analisi sul soddisfacimento delle condizionalità ex ante e l’esame sul raggiungimento dei target intermedi stabiliti nel quadro di efficacia di attuazione.
Tra i temi principali discussi negli incontri dei Comitati di Sorveglianza dei PSR, tenutosi lo scorso mese, troviamo lo stato di attuazione del Programma e i progressi raggiunti dal PSR da inizio programmazione.
Al riguardo,in diversi momenti di incontro sia con la Commissione Europea sia con le parti istituzionali è emerso il problema del ritardo dell’implementazione procedurale e finanziaria dei PSR visto che al primo trimestre 2017 (Q1 2017) la spesa italiana si attestava al 7,97% mentre quella UE era a più del doppio (16,1%).
Da un confronto dettagliato sull’attuazione della spesa dei PSR a livello UE, in base alle ultime le informazioni messe a disposizione dai servizi della CE, emerge che al 30 maggio 2017 la spesa dei PSR Italiani si arrestava all’11,7% mentre la media UE a 28 raggiungeva il 20%…




Fare a tempo a perdere tempo


Fare a tempo a perdere tempo, canta Ligabue, poliedrico artista emiliano. Con il senno di poi, ragionando oggi che i giochi sono, in gran parte, fatti, sembra facile sentenziare che l’industria italiana dello zucchero sia stata l’ispiratrice del nostro autore. I segnali di quello che sarebbe avvenuto, una volta entrati nella Unione Europea, e cioè la perdita di quella protezione da sempre vitale per la nostra industria, erano stati precisi e numerosi. Però, dai tempi in cui Omero cantò l’inutile chiaroveggenza di Cassandra, in Italia siamo molto restii ad ascoltare chi ci mette in guardia prevedendo per il futuro molte difficoltà. Abbiamo avuto davvero molto tempo per perdere tempo e siamo stati veloci solo nel decidere di dismettere, in maniera incentivata, la gran parte dei nostri impianti lasciando il poco che restava in balia di un mercato altalenante e speculativo. Anche da questa rivista abbiamo più volte segnalato, portando esempi e modelli concreti, che ormai una Società Saccarifera di solo zucchero non vive più e che in giro per il vasto mondo tutti coloro che operano in questo settore si sono dati da fare per affiancare alla produzione di zucchero numerose altre attività connesse, approfittando delle sinergie che ne possono derivare. Iniziative sono state, anche qui da noi, pensate ed abbozzate, ma è mancata la convinzione e forse anche la tenacia di chi intraprende un nuovo tipo di industria. In Italia non è stato sempre così. Un notevole esempio di una tentata innovazione veramente interessante e oggetto di notevoli studi è stato il modello di Zuccherificio Agricolo proposto da De Vecchis di cui in questa rivista sia Alessandro Lazzari sia Lorenzo Aldini ne danno completa descrizione. Accanto allo zuccherificio sono sorte in Italia un notevolissimo numero di distillerie sia da alcol carburante sia da alcol buongusto. E come non citare il modello molto studiato della baritazione del melasso con recupero della barite a lungo praticato a Legnago.

Dal melasso vennero ricavati, in altre fabbriche, carburanti, gomma ed anche esplosivi e glicerina prima ancora che lievito. Quando, molto più recentemente, era il 1969, venne inaugurato in pompa magna il sito produttivo di San Quirico non solo il Resto del Carlino, che aveva lo stesso proprietario di Eridania ZN intitolò a 9 colonne Buongiorno San Quirico in coro unanime si salutò il sito produttivo più moderno d’Europa (zucchero, lievito, energia). Anche i tentativi di colmare il gap tecnologico delle nostre barbabietole rispetto a quelle del centro Europa con l’utilizzo delle resine va ascritto ad una grande volontà competitiva che non ebbe successo poi

ché si dimenticò che l’ambiente veniva grandemente offeso da reflui veramente aggressivi. Oggi, per proseguire con il nostro Ligabue, fare in tempo ad avere futuro, per chi ancora produce zucchero italiano, appare quanto mai complicato. Leggendo Le betteravier belge, rivista dei bieticoltori belgi, troviamo: Il prezzo mondiale dello zucchero ha perso più del 30% a partire dal febbraio 2017 passando da 515 euro/ton a 360 € /t nel mese di giugno. Questi prezzi anticipano le montagne di zucchero che si prevedono prodotte nel 2017/2018 nel mondo. Secondo le previsioni si produrrà da 178 a 185 milioni di tonnellate con un aumento di 9 milioni sull’annata precedente. A questo surplus partecipano: India, Tailandia, Sud Africa e Pakistan. Anche in Europa è previsto un forte aumento di produzione visto il grande investimento a bietole. Russia ed Ucraina, che hanno avuto una primavera molto favorevole, hanno un forte investimento a bietole. In Ucraina l’industria saccarifera è in pieno sviluppo e si prevede un aumento produttivo del 19% e si prepara a raddoppiare la propria esportazione. In UE si ha un investimento a bietole in aumento del 17% a seguito della soppressione del regime delle quote. La Comunità potrebbe produrre 18,6 milioni di ton, ossia 2milioni più dell’anno scorso. Le esportazioni europee potrebbero essere pari 3 milioni di tonnellate e l’Europa diventerà esportatrice netta. Si deve, inoltre tener conto anche di un previsto rallentamento nel consumo mondiale dello zucchero. In numerosi Paesi si stanno svolgendo campagne contro lo zucchero (Coca Cola ha già lanciato un prodotto privo di zucchero). Secondo ISO si prevede un consumo mondiale di zucchero 2017/2018 di 174 milioni di ton. ed eccedenze a 3 milioni di ton.

Non c’è proprio da stare tranquilli stando così le cose. E viene da fare una amara riflessione su questa Comunità Europea che nel 2006 sceglie di diventare deficitaria in zucchero così da aiutare le esportazioni dei Paesi meno abbienti e 11 anni dopo andrà ad invadere quei mercati con prezzi d’occasione (dopo averlo fatto nei Paesi partners europei meno competitivi). Con la fine di luglio è, comunque il tempo della nostra campagna saccarifera. Minerbio ha iniziato la lavorazione il 24 di luglio e Pontelongo il 28. San Quirico è partito il primo di Agosto. La qualità delle barbabietole ed anche la produzione quantitativa è giudicata soddisfacente, anche se da zona a zona ci sono differenze consistenti a seconda dell’andamento pluviometrico, in generale molto scadente.

 «L’Industria Saccarifera Italiana», vol. 109, 2017, n. ¾, R i v i s t a b i m e s t r a le d e l l ‘A s s o c i a z i o n e  N a z i o n a l e f r a   i  T e c n i c i  d e l l o  Z u c c h e r o  e  d e l l ‘ A l c o l e

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