Le teorie dello sviluppo (e i relativi modelli) sono ancora troppo schematici per aiutarci a comprendere e prevedere i fenomeni socioeconomici?


Ho letto con molto interesse un libro che raccoglie scritti di Pierluigi Ciocca intitolato “Ai confini dell’economia. Elogio dell’interdisciplinarità”, ricco di interessanti spunti su questioni che sono decisive per comprendere e prevedere i fenomeni socio economici, ma vengono quasi sempre disattese dagli economisti “main stream” perché ritenute ai margini se non del tutto estranee al campo delle scienze economiche come tradizionalmente definite. Non ripeto qui le motivazioni che Ciocca adduce per spiegare questa carenza che ritiene molto grave (e io con lui).

Mi limito a richiamare l’attenzione sui contributi che, anche attingendo alla sua ampia e profonda conoscenza della storia dell’economia, Ciocca propone per arricchire l’elenco delle variabili aggiuntive (con relative interconnessioni) da prendere in considerazione per superare i limiti dei modelli che vanno per la maggiore. La figura introduttiva illustra un mio tentativo di estrema sintesi del contenuto del capitolo 2 della raccolta intitolato “Dei fattori non economici del progresso economico“. I contributi primari di Ciocca ritengo siano da una parte l’esplicitazione e l’articolazione dello strato intermedio composto da “quattro fasci di forze economiche… a valle di REI e a monte di CIP”, dall’altra la sottolineatura che per avere risultati su livello REI bisogna agire sui due livelli superiori.

Non si sottrae Ciocca alla sfida di indicare (vedi il capitolo 2 al paragrafo 6, intitolato “Una politica per l’economia italiana”, ma anche l’intero capitolo 4 intitolato “Un ordinamento per l’economia”) i principi ispiratori di un’azione che rivitalizzi l’economia italiana e fornisce suggerimenti che se attuati darebbero certamente un contributo positivo al rilancio del nostro sistema produttivo.

Un programma di lavoro per trasformare le riflessioni in un modello potrebbe articolarsi su quattro fronti.

  1. Esplicitare che come obiettivo non è da considerare il “Progresso Economico”, ma il ” BES Benessere Equo e Solidale” (trovo sorprendente che una serie di scritti mirati a sottolineare le dimensioni “ai confini dell’economia” esprima in termini riduttivistici l’obiettivo generale; forse è solo una questione di terminologia. Su questo fronte va proseguito ed esteso lo sforzo iniziato con l‘introduzione del BES nel Documento di Economia e Finanza (12 indicatori sono già inseriti nel DEF 2018) investendo nella costruzione di modelli che comprendano questi indicatori e li correlino con le altre grandezze in gioco. Non solo una generale attenzione al concetto di equità, ma anche la tenuta sociale, unitamente alla valutazione diffusa tra molti economisti che gli squilibri economici rallentino la crescita impongono di proseguire in questa direzione che è suggerita anche dalla manifesta inadeguatezza della grandezza PIL a rappresentare la dinamica economica di un paese.
  2. Costruire la rete di correlazione fra le grandezze rappresentate nello schema (non a caso uso il termine correlazione in quanto la maggioranza dei legami non è riconducibile a un semplicistico legame di causa effetto e anche perché sono numerose le controreazioni (feedback).
  3. Ampliare l’analisi e la rappresentazione nello schema della dimensione domanda; Ciocca osserva con riferimento all’Italia “la difficoltà di fuori uscire dalla più profonda depressione di domanda effettiva della sua storia”, ma non approfondisce questo aspetto come ritengo necessario anche come risposta agli opposti estremismi tra le pulsioni pauperistiche di una presunta “felicità della decrescita” e l’auspicio di una illimitata dinamica dei consumi (essendo la qualità dei consumi una potenziale composizione di questo scontro).
  4. Integrare lo schema con una rappresentazione dei processi decisionali partecipativi e soprattutto dei flussi informativi connessi che sono determinanti sul livello che Ciocca indica con l’acronimo CIP, ma anche sulla dimensione domanda di cui al punto 3.
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Un quinto suggerimento è ben più impegnativo: passare da una modellistica statica a una dinamica che consideri l’evoluzione nel tempo delle grandezze rappresentative e i ritardi nella manifestazione dei rapporti di causa ed effetto. A sviluppi di questo tipo è dedicato nel libro di Ciocca il capitolo 3 intitolato “Tempo storico e tempo logico in economia e finanza” dal quale trascrivo le conclusioni che evocano anche la questione di fondo di ogni tentativo previsionale: l’incertezza.

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Nella attuale realtà italiana lentezza e imprevedibilità dei meccanismi decisionali sia per l’intervento pubblico in economia e per le procedure autorizzativi sia per i processi giudiziari (amministrativi e civili) sono degli ostacoli spesso insormontabili per un’evoluzione positiva del quadro socio economico.

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Processi decisionali partecipativi ed efficaci, e verifica dei risultati delle azioni di governo


L’Italia e l’Europa stanno attraversando un periodo di grande criticità, formalmente dal 2008 ma in pratica almeno dal 2006 a causa: 1) del processo di riorganizzazione delle grandi aree sociali ed economiche (Stati Uniti, Cina, Russia, India) e contemporaneamente di globalizzazione (le diverse aeree sono molto più interconnesse che nel passato); 2) le tante automazioni, frutto della forte innovazione tecnologica, che stanno sostituendo quote sempre più rilevanti di lavoro umano sia ripetitivo che concettuale; 3) la grande difficoltà a rinnovare le burocrazie e a rinforzare i servizi strategici (sanità, scuola, università, ricerca) attraverso l’immissione di giovani con elevate competenze scientifiche e tecniche a causa del forte indebitamento pubblico (sei punti di differenza nell’occupazione giovanile tra l’Italia e paesi come la Germania, la Francia e il Regno Unito sono dovuti proprio al minor “assorbimento” delle amministrazioni pubbliche e dei servizi strategici); 4) il sistema della formazione (asilo, scuola, università) è strutturato per fornire le competenze del passato e non quelle che servono oggi e ancora di più nel futuro; 4) l’organizzazione del welfare focalizzata su una società statica che non esiste più in cui un lavoro era per tutta la vita e invece oggi che si cambia lavoro molto spesso, con pause di inattività anche molto lunghe, c’è bisogno di un significativo sostegno economico nelle pause di disoccupazione e una formazione orientata alle nuove professioni o comunque a quelle maggiormente richieste; 6) L’organizzazione dei processi decisionali (politici e burocratici) delle amministrazioni pubbliche adatti a società sostanzialmente “passive” e in lenta evoluzione in un panorama internazionale sostanzialmente stabile; 7) la mancanza di una prospettiva in tempi ragionevoli (5-6 anni) dell’Europa federale, fatto che mette i paesi europei, tutti nessuno escluso, nella condizione di vasi di coccio tra quelli di ferro (Usa, Russia, Cina, India…).

Eppure il declino non è né ineluttabile né irreversibile. Ma per sfuggire la crisi che sembra inarrestabile ed ineluttabile è necessario costruire soluzioni innovative (profondamente diverse da quelle del passato) per ognuna delle macro cause di crisi sopra elencate e per ogni settore di attività.

Ed è necessario partire dalla revisione radicale dei processi decisionali pubblici, sulla base del principio che un approccio partecipativo possa dare risultati migliori e facilitare la costruzione e l’accettazione sociale delle decisioni “politiche” e dei progetti di ricerca e di innovazione sociale.

Per fare questo da una parte le élite (governo, parlamento, burocrazia, ecc.) devono associare al processo decisionale i cittadini attraverso la costituzione di focus group in cui sono rappresentati, oltre agli esperti, tutti i gruppi sociali – da attivare sin dalla fasi della identificazione degli obiettivi e della discussione sulle possibili alternative disponibili, in modo da favorire un netto miglioramento sia nel prendere “decisioni” socialmente “sentite” come utili e necessarie, sia nella più veloce e ampia accettazione sociale delle decisioni “politiche”. I tempi più lunghi e i maggiori costi nella identificazione delle “esigenze” e nella costruzione del processo decisionale, saranno ampiamente compensati da “risultati” più rispondenti alle esigenze “sociali” e più facilmente e diffusamente accettati.

Dall’altra parte i cittadini devono imparare a costruire nuovi “strumenti” (sostanzialmente associazioni tra esperti e cittadini rappresentanti le diverse condizioni sociali) per poter partecipare efficacemente al processo della formazione delle decisioni “politiche”, attraverso il controllo della coerenza dei programmi politici (rispetto alle criticità sociali) e della loro fattibilità, e alla verifica dei risultati delle azioni di governo sia rispetto ai programmi dichiarati che alle criticità del Paese. Per poter esercitare in modo più consapevole il loro ruolo le “associazioni” dovranno avere le competenze per studiare soluzioni organizzative, tecnologiche e finanziarie in grado di migliorare il benessere sociale ed economico attraverso interventi sui principali sottosistemi motori dello sviluppo, quali per esempio la scuola, l’università, la ricerca, la salute, l’agricoltura, l’ambiente, la finanza. Devono promuovere studi, seminari, incontri, iniziative culturali, di comunicazione, confronto e formazione sui temi di interesse sociale, economico, territoriale e istituzionale, con particolare riferimento agli investimenti sociali, allo sviluppo, alla creatività, alla formazione. E infine devono promuovere l’innovazione tecnologica, organizzativa, finanziaria, burocratica, istituzionale anche in ambito europeo e internazionale attraverso la costituzione di reti e la condivisione e la valorizzazione delle conoscenze.

 

http://www.lafonte.tv/la-rivista/

 

 

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Proviamo a darci un metodo di lavoro per superare lo stallo nel rapporto tra politica e cittadini che le elezioni hanno certificato?


E’ ancora radicato nella mentalità prevalente uno schema semplificato dei processi decisionali e dei flussi informativi connessi che vede due sorgenti di informazione (la conoscenza scientifica e i saperi tradizionali) e due attività decisionali (rispettivamente privato e pubblico) mediate dai convincimenti della pubblica opinione e dall’attività di informazione e comunicazione attraverso i media.

Aldilà di più o meno efficaci rappresentazioni delle linee di collegamento fra questi elementi, appare comunque evidente che lo schema è inadeguato già nella sua articolazione.

Modello incompleto dei processi decisionali e dei flussi informativi connessi…

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In Europa si decide tutto nei prossimi due mesi, ma i nostri candidati premier nemmeno lo sanno


Il 22 gennaio Francia e Germania firmeranno l’accordo per cambiare l’Unione Europea, il 22 marzo presenteranno la loro idea di riforma della zona Euro. In mezzo, un Eurogruppo sulle banche e un vertice Nato sulla Russia. Che ne pensano, i nostri candidati premier? Mistero

Piccola agenda europea, a uso e consumo dei nostri eroi elettorali, impegnati nella battaglia a chi abolisce più tasse da qui al 4 marzo. Il 22 gennaio prossimo, il parlamento francese e quello tedesco voteranno e firmeranno un documento congiunto per dare un «impulso decisivo ad una Unione europea oggi troppo debole, inefficiente e lenta». Di fatto, quel che decideranno tra loro diventerà presto regola per l’intero continente. Non vi sfugga che tra i tre grandi Paesi fondatori dell’Unione ne manca uno, in questo nuovo nucleo progettuale. Nè vi sfugga che non risultino dichiarazioni politiche di nessuno dei candidati alla Presidenza del Consiglio sul tema. Peccato, perché sarebbe interessante capire cosa ne pensino. Rinunceremmo persino alla loro fondamentale opinione sui sacchetti di plastica, per scoprirlo…

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Spiragli da individuare, selezionare e percorrere in vista di una prospettiva positiva per l'Italia


Ho raccolto in un recente post qualche considerazione sul significato della parola spiraglio con riferimento alle prospettive che abbiamo di fronte per la società italiana.

Dopo aver osservato che sostanzialmente si possono individuare tre significati del termine: possibilità remota / piccola speranza; raggio di luce che illumina, ma niente di più; varco angusto, ma attraverso il quale si può passare, ho espresso l’opinione che occorra concentrarsi sul terzo significato quello di varco angusto, ma percorribile ben consapevoli che la possibilità di passare non è automatica ma va costruita con una volontà determinata e realistica. Scendendo nei dettagli ho riscontrato che anche limitandosi al significato di varco sono possibili diverse specificazioni che incidono profondamente sulle conseguenze operative che ne discendono.

Qualcuno è convinto che il futuro davanti a noi sia abbastanza agevole (quelli della luce in fondo al tunnel) e se parli con lui di spiragli gli viene in mente la prima immagine: una porta spalancata: basta procedere – avanti tutta – e ogni cosa andrà per il meglio (c’è pure il rosone che funge da luce di emergenza).

Altri invece fanno riferimento alla seconda immagine: si rendono conto che il varco va allargato, ma sono fiduciosi che la porta si aprirà anche perché contano su di una donzella che, novella Beatrice, ci guiderà per il nostro bene aprendo questa porta e tutte le altre porte che incontreremo (sono gli appartenenti a una certa intellighenzia italica con imprinting esterofilo che sostengono la nostra unica speranza essere quella di farci salvare dalla UE a guida tedesca e con le attuali regole, e non si rendono conto che la leggiadra guida in figura potrebbe anche essere una personificazione del demonio e connazionale del grande poeta del Faust).

Alla terza immagine fanno riferimento i semplicisti: c’è un varco per la verità molto stretto, ma basterà prendere una sola decisione (l’unica giusta) e poi avremo pascoli verdi a nostra disposizione (sono quelli del fuori dall’Europa subito e comunque, esaltati dalla Brexit – dimenticando che UK aveva ottenuto condizioni peculiari in UE, non era nell’euro, ha rapporti strettissimi con USA e soprattutto che ancora non è ben chiaro se e come ci saranno per UK reali vantaggi dall’uscita).

Purtroppo sono numerosi in Italia quelli che si sentono imprigionati in una situazione senza via d’uscita o peggio ancora in una situazione dove le soluzioni ci sarebbero pure, ma sono rese inaccessibili da impedimenti non rimovibili, come le sbarre della finestra di una prigione. Fanno riferimento alla quarta immagine – varco inaccessibile – e sono quelli rassegnati, rancorosi, in conflitto tra loro, in sostanziale coerenza con una classe politica assolutamente inadeguata. Per la verità alcuni sostengono (per esempio lo psichiatra Vittorino Andreoli) che la gran parte degli Italiani sono condannati al declino perché affetti costituzionalmente da una sindrome che integra quattro patologie (esibizionismo, individualismo, masochismo, fatalismo) e ne traggono una valutazione di pessimismo irrecuperabile. Con riferimento alla foto, fuori c’è un parco e noi siamo in gattabuia all’ergastolo.

Credo che chi si dà da fare per contribuire nei limiti delle possibilità di ciascuno, a costruire un progetto di futuro con relativo programma d’azione abbia, come riferimento l’ultima immagine. Purtroppo perchè la porta è sbarrata, l’ambiente non è certo confortevole, spifferi dappertutto; per fortuna perchè la porta è malconcia e potrebbe non resistere a colpi ben assestati, i fori sono numerosi e si può sperare di allargarli, con uno sforzo collettivo chi è rinchiuso può liberarsi e dalla costrizione attuale. Questi sono gli spiragli che piacciono a me e mi appresto a redigerne un breve elenco commentato.

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Considerazioni sulle prospettive della società italiana stimolate dalla domanda di un bambino di 6 anni: nonno, che vuol dire spiragli?


La settimana appena trascorsa per me è stata caratterizzata da una parola “spiragli”. Affrontiamola, perché le parole sono pietre come ci ha insegnato Carlo Levi e condizionano il cammino.

Ho cominciato a menzionare gli spiragli concludendo un post dedicato all’analisi poco confortante della situazione italiana con la frase seguente:

“Ma se si deve auspicare, per avere speranze di salvezza, che larghi strati della classe dirigente deliberatamente disattendano le promesse elettorali, vuol dire che i rapporti politici tra vertice e base sono diventati una presa per i fondelli con mortale minaccia alla democrazia. Sembrerebbe proprio una situazione senza vie d’uscita. Domani tenterò di descrivere quali spiragli si possono intravvedere.”

Il corpo a corpo con la parola spiragli è proseguito quando ho usato questa parola commentando un ‘immagine relativa all’episodio di Geppetto e Pinocchio nella pancia del pescecane e il nipotino di 6 anni ha chiesto “Nonno, che vuol dire spiragli? Ma ci si passa dentro?” Nell’immagine, di spiragli se ne vedono due: uno all’interno, il piccolo fascio di luce del mozzicone di candela, l’altro una luminosità proveniente dall’esterno attraverso l’enorme bocca del pescecane. Il bambino evidentemente è stato colpito dal secondo spiraglio quello che rappresenta la possibilità di uscire.

Tra le varie definizioni di spiraglio trovate mi è sembrata più completa quella del Dizionario Sinonimi e Contrari della RCS

La risposta è che ci sono tanti tipi di spiragli: semplificando, tre: possibilità remota / piccola speranza; raggio di luce che illumina, ma niente di più; varco angusto, ma attraverso il quale si può passare. All’analisi delle prospettive della situazione italiana si possono applicare tutte e tre i significati.

Nel senso figurato è, a mio avviso, evidente che se non alimentiamo speranze siamo nel tipico caso di profezie negative auto-avverantesi (per convincersene basta leggere i termini indicati nel dizionario come contrari: “difficoltà, improbabilità, impossibilità” in un crescendo di negatività,). Tre sono i prerequisiti che ho più volte richiamato (alcuni esempi):

Nel senso di raggi di luce che illuminano, ma niente di più, senza indicare vie d’uscita, gli spiragli possono essere una illusione che diventa trappola: il mozzicone di candela di Geppetto prima o poi finisce e ci si riduce a una lotta per prolungare la sopravvivenza (il vecchio proverbio “finché dura fa verdura”) rallentando il declino; è evidente che il distacco aumenta (sia per la crescita di numero e capacità dei nuovi competitori, sia per l’inevitabile accelerazione del degrado: i vecchi business tendono a scomparire, le persone migliori, per qualificazione e intraprendenza, se ne vanno) .

Non resta che concentrarsi sul terzo significato quello di varco angusto, ma attraverso il quale si può passare ben consapevoli che la possibilità di passare non è automatica ma va costruita con una volontà che mi piace etichettare “No al declino dell’Italia. Dalle parole agli interventi costruttivi” per sottolineare una scelta contraria a quella della rassegnazione appena stigmatizzata.

L’impostazione generale e la ricognizione delle possibilità che si aprono (obiettivi da condividere e possibili linee d’azione) sono esposte in un post di fine estate

Nel seguito di questo post, che è già diventato troppo lungo proverò ad indicare i passaggi da percorrere ampliando i varchi esistenti, in contrappunto con le preoccupazioni dell’articolo di Michele Salvati commentando il quale l’attenzione agli spiragli è partita.

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Continua la serie sulla visione “mezzo pieno” o “mezzo vuoto” riguardo alla situazione italiana


Debbo ringraziare Massimo Manca perché mi fa da sparring partner negli esercizi di descrizione non disperatamente pessimistica della situazione italiana, in quanto sfida le mie argomentazioni a sostegno della tesi che non è messa così male come noi Italiani prevalentemente la raccontiamo e mi dà l’occasione per approfondire.

L’ultimo suo intervento in coda a un mio commento di un post di ieri di Ilario Bonomii sul confronto internazionale relativamente all’uso del carbone che vedeva l’Italia in posizione più che buona, è stato:

Massimo Manca : “Il problema è che l’Italia è il paese con l’aria più inquinata di tutta l’Europa occidentale. Oltre ad avere dei posticini come Taranto, il Sulcis, Brescia dove l’inquinamento ambientale è al top.”

Fermo restando che la situazione salute in Italia è, checché se ne dica, tra le migliori al mondo (primo quadrante della figura), proviamo a raccogliere dati sull’inquinamento da PM10 (particelle con effetti nocivi). In effetti non stiamo messi bene (secondo quadrante, da Air quality in Europe — 2016 report – European Environment Agency Map 4.1, pg. 28 pdf da scaricare). Ma passiamo dalle figure ai numeri (terzo quadrante, stessa fonte fig. 4.1 pg. 29 ) per vedere quanto stiamo messi male. Certo è necessario migliorare, ma siamo relativamente vicini alla meta.

Due elementi ulteriori: a. il trend di inquinamento da PM10 in Italia indica un sistematico miglioramento: dal 1995 al 2014 la riduzione è stata del 40 %,  (quarto quadrante da Rapporto ISPRA R 203 2014 Fig. 3.1.1), ma si deve riconoscere che il miglioramento è rallentato negli ultimi anni; b. le normative europee diventeranno dall’anno prossimo più restrittive (motivo in più per aumentare l’impegno a migòiorare).

La mia affermazione di fondo “possiamo farcela, se ci diamo da fare” mi sembra sia ancora difendibile. E soprattutto non rappresentiamoci peggio di quel che siamo, se vogliamo vederci riconosciuto il ruolo che ci spetta.

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Vogliamo uscire dalla crisi?


 




Sovranità monetaria e debito pubblico


Si amplia il coro di chi attribuisce all’euro, spesso confuso con l’Ue, una lunga serie di colpe. Una parola d’ordine oggi molto diffusa propone l’uscita dall’euro recuperando la sovranità monetaria del nostro paese. È il rimpianto per un tempo ed una politica monetaria che coincidono con un periodo della nostra economia più felice. Si individua in questo concetto la speranza di restituire al Paese quell’orgoglio e quella capacità autonoma di risolvere la crisi che avevano generato la crescita economica. Traspare, nel fascino un po’ ancien régime della parola, il desiderio di una conduzione della politica economica e monetaria più forte ed autorevole di quella attuale, confusa e abborracciata.

La sovranità nello stato moderno, semplificando, presenta due aspetti: l’origine dell’ordinamento dello Stato, nata dal popolo e che non deriva da nessun altro potere e l’indipendenza dello Stato da ogni forma di potere esterna o presente al suo interno. Il concetto è chiaro se si esemplifica con la sovranità territoriale. Ma non sempre è altrettanto semplice, perché lo Stato può decidere nella sua sovranità di accettare regole nei rapporti fra Stati oppure di cedere una parte dei suoi poteri ad altri organismi internazionali, possibilità prevista dalla stessa Costituzione. L’attuale ondata “sovranista” sembra voler escludere queste ipotesi per puntare ad un sorprendente e poco praticabile potere sovrano assoluto, quasi dimenticando che il mondo è molto più complesso sia per le concessioni a regole comuni fra Stati, sia per la cessione di una parte di poteri sovrani a organismi internazionali. I sovranisti tacitamente sembrano accettare le prime, ma si ribellano alle seconde. Da ciò nasce la spinta a rovesciare totalmente quegli accordi europei sino ad oggi considerati una sorta di dogma inattaccabile.
La restaurazione più sollecitata riguarda la sovranità monetaria che comprende molti passaggi fra cui: a) uscita dall’euro, moneta comune di gran parte dei paesi Ue, b) conseguente (ri)nascita della moneta nazionale, per affetto e consuetudine la Lira, con la definizione di valore iniziale e regole di gestione e di intervento sui cambi, c) gestione delle riserve in oro e valute, in parte depositate presso la Banca Centrale Europea ed altre organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale, d) restituzione degli antichi poteri all’istituto di emissione, la Banca d’Italia, e) stampa di moneta secondo criteri autonomamente decisi.  Tutto ciò oggi avviene in accordo con gli altri paesi dell’euro attraverso il Sistema Europeo delle Banche Centrali  che unisce le banche centrali di ognuno e la BCE…
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Tutti chiedono investimenti per competitività e occupazione. Ma molti si oppongono a opere pubbliche o impianti industriali nel loro territorio


Nell’attuale situazione socio-economica è determinante da vari punti di vista il rilievo degli investimenti infrastrutturali (in primis riassetto del territorio, ma anche le reti – viabilità e ferrovie, elettricità, gas naturale, telecomunicazioni, trattamento rifiuti – e lo sviluppo degli impianti industriali). Gli investimenti infrastrutturali, infatti, oltre ad aumentare direttamente l’entità del PIL, il mitico indicatore cui tutti rivolgono l’attenzione:

  • stimolano la domanda, il principale punto debole rispetto al superamento della crisi, riorientandola dai consumi fine a se stessi al rafforzamento della competitività del nostro sistema produttivo e al soddisfacimento di esigenze primarie dei cittadini
  • aumentano i posti di lavoro (qualcuno finge di dimenticare che i posti di lavoro nascono nelle imprese) una priorità assoluta
  • facilitano lo sviluppo dell’innovazione in particolare nel mondo digitale (si pensi alle reti e ai sistemi ICT)
  • consentono l’utilizzo in materia proficua di fondi europei che invece non riusciamo a spendere integralmente e comunque spesso – quando riusciamo ad utilizzarli – destiniamo ad interventi “a pioggia” privi di effetto moltiplicatore.

In questo quadro si deve però registrare che, a fronte di un consenso generale (e generico) sulla necessità di nuovi investimenti di questo tipo, all’atto pratico molte iniziative sono bloccate dalla nota sindrome NIMBY (Not In My Back Yard) cioè da un’opposizione a livello locale spesso immotivata e aprioristica. Si poteva pensare che il fenomeno, particolarmente virulento in Italia, si attenuasse in occasione di una crisi ormai ultra-quinquennale, con effetti pesanti. Invece non è così. Tra gli esempi recenti si possono citare il completamento della rete elettrica in Sicilia e le possibilità di estrazione di gas naturale nei mari italiani.

Una disamina sistematica è esposta nel nuovo rapporto presentato da Nimby Forum nel novembre 2016, dal quale risulta che

“Nel 2015 c’è stato un picco delle nuove contestazioni (22%), mentre il totale delle opere contestate è in leggero calo, -3,5%. Sembrano due dati in contraddizione. Ma non è così. Chi stava realizzando un progetto spesso lascia perdere, magari dirottando il suo investimento verso un altro Paese.”

Lorenzo Salvia, autore dell’articolo sul Corriere della Sera, che commenta il rapporto, prosegue osservando

“Sia chiaro, l’attenzione al territorio è sacrosanta, perché questa è la vera ricchezza del nostro Paese, l’unica capace di portare una crescita reale e non solo in termini di Pil. Ed è sacrosanta anche la voglia di informarsi e di informare che anima i comitati di protesta contro questo o quel cantiere. Ma sarebbe troppo semplice chiuderla qui. Il rapporto del Nimby forum dice che una volta su due, dietro le contestazioni, ci sono partiti politici locali ed enti pubblici. I partiti, proprio loro. Accusati di non ascoltare la voce dei loro (potenziali) elettori eppure prontissimi a trovare uno strapuntino sul carro della protesta. Dire di no è legittimo. Chiedere spiegazioni ancora di più. Ma dopo la discussione (vera e non tanto per fare) ci deve essere il momento della decisione. ”

Tra i rimedi ipotizzati:

  • la definizione di un modello di sviluppo condiviso, come obiettivo nazionale, con i cittadini e gli enti locali.
  • la procedura di consultazione dei cittadini che assicuri il coinvolgimento ma nel contempo la certezza dei tempi, introdotta dal nuovo codice degli appalti
  • la riqualificazione dei civil servant italiani per educarli a fare, non a difendersi da pressioni o rischi di decisioni censurabili e in simultanea un’efficace lotta alla corruzione
  • un superamento dello sgangherato trasferimento di competenze a Regioni ed Enti Locali su tematiche di rilevanza nazionale con implicazioni e difficoltà ben aldilà delle loro reali capacità operative.

Molti sono scettici sulle possibilità di uno sblocco (tra i pessimisti Jacopo Giliberto autore dell’articolo sul Sole 24 ore che espone le risultanze della discussione organizzata in occasione della presentazione dello studio Nimby) perché sono preoccupati del quadro generale di confusione nella percezione del rischio condizionata da allarmismo e disinformazione: una questione cruciale per lo sviluppo che non si riesce a affrontare razionalmente se non attraverso una sistematica opera di medio termine rivolta all’informazione della pubblica opinione e all’educazione dei giovani. Certo la frequente presenza in particolare sui media di informazioni incomplete e distorte (per non parlare di quelle addirittura false ) complica notevolmente il quadro.

Se non si trova una soluzione e continueranno a vincere quelli che, con riferimento alla geotermia, Jacopo Fo ha battezzato gli “annientalisti” (ambientalisti estremi che rifiutano ogni nuova opera) le conseguenze negative sul superamento della crisi e in particolare sull’occupazione saranno pesanti.

Concludo segnalando che la lentezza e l’incertezza del processo decisionale italiano su nuovi insediamenti produttivi è fra i principali fattori che scoraggiano investimenti esteri in Italia e che la capacità di realizzare infrastrutture pesa anche nel giudizio in generale sulle prospettive della nostra economia da parte dei vari “medici e maestri” che ci valutano e condizionano, dalle agenzie di rating, all’OECD, ai vari Organismi dell’Unione Europea. Più specificamente la capacità di realizzare infrastrutture pesa sulle famose nostre richieste di deroga rispetto al limite sul deficit, tanto più in una auspicabile logica che distingua i negativi sforamenti per la copertura della spesa corrente dai debiti contratti per investimenti capaci di migliorare la produttività, la competitività e la sostenibilità della nostra economia.

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