Quanto tempo staremo in recessione e in che modo se ne potrà uscire?


La recessione tecnica, o la stagnazione economica come preferisce chiamarla Tria, che era stata ampiamente prevista, è purtroppo arrivata. Adesso bisogna capire in che modo se ne può uscire.

Quelli che stanno al governo sostengono che è colpa di quelli di prima. Rimane però il fatto che dopo 14 trimestri di crescita congiunturale consecutiva, l’economia si è contratta nei due trimestri del secondo semestre 2018, dopo l’arrivo al governo di Di Maio e Salvini.

Conte sostiene che non dipende da noi ma dalla Cina e dalla Germania, che è il nostro primo cliente per l’export. E’ vero solo in piccola parte (non si conoscono i dati del quarto trimestre ma nei primi tre l’export ha avuto una crescita dell’1%). E comunque che ci sarebbe stata una congiuntura internazionale sfavorevole (soprattutto nel 2019) lo sapevano tutti, tranne forse Di Maio, Salvini e Conte. La recessione invece è chiaramente trainata da un forte peggioramento delle aspettative delle imprese e da un parallelo calo degli investimenti, oltre che degli acquisti di beni durevoli delle famiglie.

Il governo fa molto affidamento sul reddito di cittadinanza come stimolo per la domanda interna anche a parziale compensazione di quella esterna. Cioè gran parte del reddito di cittadinanza dovrebbe essere impiegato in acquisti che dovrebbero spingere le imprese ad aumentare la produzione. Questi auspici potrebbero però essere attenuati da alcune dinamiche tutte da valutare. La prima è capire quanta parte degli acquisti verrà veicolata verso produzioni italiane e quanta verso quelle estere. La seconda è capire quanta parte del reddito di cittadinanza verrà impiegato in sostituzione di spese che finora sono state sostenute con risorse (per esempio lavoro in nero, sostegno delle famiglie) che potrebbero essere nel futuro impiegate nel risparmio. La terza è che lo stimolo della domanda probabilmente interesserà soprattutto le imprese di alcune regioni come per esempio il Veneto, la Lombardia e l’Emilia Romagna. E molto di meno il Sud.

In un periodo di recessione sarebbe stato meglio utilizzare tutte le risorse (anche quelle di quota 100 delle pensioni) per stimolare la domanda interna attraverso cospicui investimenti nella realizzazione di infrastrutture abilitanti per una maggiore competitività del sistema Italia. Ma su questo fronte ci si scontra, oltre che con la scarsa disponibilità di risorse, soprattutto con le ideologie grilline fortemente contrarie alle infrastrutture. Il reddito di cittadinanza, come sostegno sociale ai cittadini in difficoltà, avrebbe dovuto avere un tetto molto più basso (come avviene nei paesi in cui esiste nei quali si attesta al di sotto dei 400 euro) per non entrare in competizione con i redditi più bassi da lavoro. Alcuni di quelli che guadagnano dai 600 ai 900 euro al mese, e sono tanti, potrebbero essere tentati dal comodo reddito di cittadinanza. E sarebbe comunque assolutamente necessario evitare di erogarlo a coloro che lavorano in nero.

Infine a breve non possiamo neanche sperare negli investimenti stranieri. Infatti nei primi mesi del 2018 vi era stato un afflusso netto di circa 41,7 miliardi di euro, ma da maggio a novembre il deflusso dai Bot, Btp e Cct ha raggiunto i 77,2 miliardi. Pertanto, nel complesso, gli stranieri hanno disinvestito circa 36 miliardi di euro dai titoli di stato italiani nel 2018. In compenso gli stranieri hanno fatto affluire circa lo stesso ammontare (35 miliardi) per impieghi nel settore privato non bancario, cioè il settore dell’economia residuale rispetto alle banche, lo stato e la Banca d’Italia. Gli stranieri sono stati quindi venditori netti di titoli del settore privato così come lo sono stati del settore pubblico. I capitali in ingresso che hanno permesso di più che compensare i deflussi si riferiscono a nuovi prestiti, che, incrociando i dati con quelli del debito estero, sono prevalentemente con scadenza inferiore a un anno. Si può ipotizzare che, stante le restrizioni (non di tasso) nell’offerta di credito che le banche italiane hanno messo in atto da giugno in poi, una parte del settore privato abbia ritenuto più conveniente rifinanziarsi presso istituzioni estere. Interessante sarà valutare se, dal mese di dicembre, con la distensione del rapporto tra governo e Commissione europea e la conseguente riduzione del tasso di rendimento dei titoli di stato, sia in atto una nuova ricomposizione delle decisioni di investimento orientata a una maggiore fiducia nel nostro sistema. Oppure se, dati i rischi di contrazione dell’economia, gli investitori esteri continuino a rimanere sostanzialmente alla finestra come farebbe supporre l’aumento dello spread registrato di nuovo in questi ultimi giorni.

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Crisi con UE per un deficit statale a 2,4 % del Pil anziché 2,0 %, mentre non utilizziamo fondi UE destinati all'Italia pari a quasi lo 0,7 % del Pil


Tragedia o tragicommedia? Elenchiamo alcuni dati di fatto per poi commentare un articolo di Panorama del 14 novembre.

Sono mesi che il numero 2,4 (entità del deficit previsto nel Bilancio dello Stato per il 2019 espresso in % del PIL) è diventato un numero “sacro o demoniaco” con il governo che lo considera un Piave rispetto al quale non arretrare (ricordiamoci che è una previsione di ulteriore debito a nostre spese non è un contributo UE) e la Commissione UE che lo considera un pericoloso salto nel buio minacciando sfracelli se non ci allontaniamo dal baratro (lasciando intendere dietro le quinte che un valore del 2% sarebbe accettabile). Appare sempre più evidente che da entrambe le parti c’è sostanzialmente l’esigenza, malintesa, di “salvare la faccia” (si usa dire che questa preoccupazione è caratteristica della cultura cinese, ma non è vero, è molto diffusa anche in Occidente). Per i partiti di maggioranza salvare la faccia nei confronti dell’elettorato al quale è stato promesso che “non ci saremmo arresi all’Europa” e per la Commissione a difesa del proprio ruolo nei confronti dei Governi rigoristi che ripetono come un mantra che bisogna rispettare le regole. Per salvare la faccia si trascura l’impatto negativo di queste polemiche sui mercati che debbono rinnovare il nostro vecchio debito in scadenza e sottoscrivere quello nuovo. Mercati che naturalmente vedono con favore la “scusa” per far pagare maggiori interessi a un debitore abbastanza in difficoltà da accettare tassi più elevati e abbastanza solido da non far correre il rischio di default (il “pollo” ideale da spennare).

A mio avviso “il mondo è altrove”:

  1. Qual è l’utilizzo del debito aggiuntivo? Se per spese correnti improduttive è male, se per spese di investimento per far ripartire l’economia è bene; questa distinzione sta purtroppo sullo sfondo ed è poco approfondita la domanda chiave: il reddito di cittadinanza e l’anticipazione dell’età pensionabile come giocheranno sulla crescita economica? La risposta è complicata in Italia dove c’è un deficit di domanda, ma è anche drammaticamente alta la quota di attività economica sommersa con conseguenti prevedibili distorsioni.
  2. Sul piano delle regole due osservazioni: a. quello che conta è il consuntivo non il preventivo (in passato le previsioni – un po’ più “rigoriste”- sono state sistematicamente disattese e i controllori dovrebbero preoccuparsi che il valore di preventivo venga rispettato, non concentrarsi sulla entità indicata inizialmente; b. il tetto nominale è fissato al 3 % e tanti Paesi a cominciare dalla Francia lo superano abbondantemente da anni.
  3. Allora la questione si focalizza sull’entità del debito cumulato che in Italia viaggia intorno al 130 % del PIL (e in effetti la Commissione minaccia procedura di infrazione per debito eccessivo); va ripetuto che conterà l’effetto a consuntivo delle misure varate e quindi, ora, conta la credibilità della previsione dei loro effetti sulla crescita (punto 1.) e va aggiunto che le polemiche non dovrebbero essere tali da fornire sostegno alle manovre degli speculatori. Altrimenti accadrà che il deficit reale a consuntivo è superiore alla previsione per effetto dell’incremento dei tassi di interesse da corrispondere. Pochi osservano che i rilievi della Commissione riguardano l’andamento del debito negli anni trascorsi e invitano ad avviare una riduzione; quindi accomunano nella critica le precedenti maggioranze e l’attuale (lo scaricabarile tra le forze politiche ma anche i commenti delle tifoserie contrapposte attive sui social ricordano proprio i polli di Renzo).

In sintesi, le polemiche fanno solo danno (si configura una situazione tragicomica Quante me ne ha date… ma quante gliene ho dette) mentre le discussioni dovrebbero essere riservate e professionali sui dettagli degli interventi proposti e sui modelli econometrici da utilizzare per prevederne gli effetti.

A conferma dell’osservazione che vengono disattesi i punti sostanziali riferisco sul mancato utilizzo da parte dell’Italia dei Fondi Europei a noi assegnati. Una analisi ricca e ben documentata si trova sull’articolo di Panorama di cui dicevo all’inizio e dal quale è tratta la figura del titolo. Qui mi soffermo sull’anno 2016 (ultimo anno per i quali i dati sono disponibili) relativamente al quale dall’Italia sono stati “in teoria ricevuti 11,6 miliardi … dei quali è riuscita a spendere solo il 2 % circa”. Se questa affermazione è corretta non siamo riusciti a utilizzare il 98% di 11,6 miliardi cioè 11,4 miliardi (i dati precedenti sono relativi al solo 2016; con riferimento all’arco temporale 2014 -2020 il mancato utilizzo è stato pari a 88,4% di una disponibilità di 76,1 miliardi). Ebbene, il famoso 0,4 % oggetto di discussione sul deficit – misurato rispetto al PIL – (la differenza di vedute che motiva la crisi dei rapporti con la Commissione UE) vale 6,7 miliardi (dati PIL del 2016 ). Basterebbe utilizzare al 60 % invece che al 2% le risorse assegnate per un anno e avremmo la stessa capacità di spesa per interventi pubblici di politica economica senza dover sottoscrivere 6,7 miliardi di nuovo ulteriore debito (e senza duellare con la Commissione UE con tutte le conseguenze del caso sui costi del debito).

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Le teorie dello sviluppo (e i relativi modelli) sono ancora troppo schematici per aiutarci a comprendere e prevedere i fenomeni socioeconomici?


Ho letto con molto interesse un libro che raccoglie scritti di Pierluigi Ciocca intitolato “Ai confini dell’economia. Elogio dell’interdisciplinarità”, ricco di interessanti spunti su questioni che sono decisive per comprendere e prevedere i fenomeni socio economici, ma vengono quasi sempre disattese dagli economisti “main stream” perché ritenute ai margini se non del tutto estranee al campo delle scienze economiche come tradizionalmente definite. Non ripeto qui le motivazioni che Ciocca adduce per spiegare questa carenza che ritiene molto grave (e io con lui).

Mi limito a richiamare l’attenzione sui contributi che, anche attingendo alla sua ampia e profonda conoscenza della storia dell’economia, Ciocca propone per arricchire l’elenco delle variabili aggiuntive (con relative interconnessioni) da prendere in considerazione per superare i limiti dei modelli che vanno per la maggiore. La figura introduttiva illustra un mio tentativo di estrema sintesi del contenuto del capitolo 2 della raccolta intitolato “Dei fattori non economici del progresso economico“. I contributi primari di Ciocca ritengo siano da una parte l’esplicitazione e l’articolazione dello strato intermedio composto da “quattro fasci di forze economiche… a valle di REI e a monte di CIP”, dall’altra la sottolineatura che per avere risultati su livello REI bisogna agire sui due livelli superiori.

Non si sottrae Ciocca alla sfida di indicare (vedi il capitolo 2 al paragrafo 6, intitolato “Una politica per l’economia italiana”, ma anche l’intero capitolo 4 intitolato “Un ordinamento per l’economia”) i principi ispiratori di un’azione che rivitalizzi l’economia italiana e fornisce suggerimenti che se attuati darebbero certamente un contributo positivo al rilancio del nostro sistema produttivo.

Un programma di lavoro per trasformare le riflessioni in un modello potrebbe articolarsi su quattro fronti.

  1. Esplicitare che come obiettivo non è da considerare il “Progresso Economico”, ma il ” BES Benessere Equo e Solidale” (trovo sorprendente che una serie di scritti mirati a sottolineare le dimensioni “ai confini dell’economia” esprima in termini riduttivistici l’obiettivo generale; forse è solo una questione di terminologia. Su questo fronte va proseguito ed esteso lo sforzo iniziato con l‘introduzione del BES nel Documento di Economia e Finanza (12 indicatori sono già inseriti nel DEF 2018) investendo nella costruzione di modelli che comprendano questi indicatori e li correlino con le altre grandezze in gioco. Non solo una generale attenzione al concetto di equità, ma anche la tenuta sociale, unitamente alla valutazione diffusa tra molti economisti che gli squilibri economici rallentino la crescita impongono di proseguire in questa direzione che è suggerita anche dalla manifesta inadeguatezza della grandezza PIL a rappresentare la dinamica economica di un paese.
  2. Costruire la rete di correlazione fra le grandezze rappresentate nello schema (non a caso uso il termine correlazione in quanto la maggioranza dei legami non è riconducibile a un semplicistico legame di causa effetto e anche perché sono numerose le controreazioni (feedback).
  3. Ampliare l’analisi e la rappresentazione nello schema della dimensione domanda; Ciocca osserva con riferimento all’Italia “la difficoltà di fuori uscire dalla più profonda depressione di domanda effettiva della sua storia”, ma non approfondisce questo aspetto come ritengo necessario anche come risposta agli opposti estremismi tra le pulsioni pauperistiche di una presunta “felicità della decrescita” e l’auspicio di una illimitata dinamica dei consumi (essendo la qualità dei consumi una potenziale composizione di questo scontro).
  4. Integrare lo schema con una rappresentazione dei processi decisionali partecipativi e soprattutto dei flussi informativi connessi che sono determinanti sul livello che Ciocca indica con l’acronimo CIP, ma anche sulla dimensione domanda di cui al punto 3.
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Un quinto suggerimento è ben più impegnativo: passare da una modellistica statica a una dinamica che consideri l’evoluzione nel tempo delle grandezze rappresentative e i ritardi nella manifestazione dei rapporti di causa ed effetto. A sviluppi di questo tipo è dedicato nel libro di Ciocca il capitolo 3 intitolato “Tempo storico e tempo logico in economia e finanza” dal quale trascrivo le conclusioni che evocano anche la questione di fondo di ogni tentativo previsionale: l’incertezza.

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Nella attuale realtà italiana lentezza e imprevedibilità dei meccanismi decisionali sia per l’intervento pubblico in economia e per le procedure autorizzativi sia per i processi giudiziari (amministrativi e civili) sono degli ostacoli spesso insormontabili per un’evoluzione positiva del quadro socio economico.

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Processi decisionali partecipativi ed efficaci, e verifica dei risultati delle azioni di governo


L’Italia e l’Europa stanno attraversando un periodo di grande criticità, formalmente dal 2008 ma in pratica almeno dal 2006 a causa: 1) del processo di riorganizzazione delle grandi aree sociali ed economiche (Stati Uniti, Cina, Russia, India) e contemporaneamente di globalizzazione (le diverse aeree sono molto più interconnesse che nel passato); 2) le tante automazioni, frutto della forte innovazione tecnologica, che stanno sostituendo quote sempre più rilevanti di lavoro umano sia ripetitivo che concettuale; 3) la grande difficoltà a rinnovare le burocrazie e a rinforzare i servizi strategici (sanità, scuola, università, ricerca) attraverso l’immissione di giovani con elevate competenze scientifiche e tecniche a causa del forte indebitamento pubblico (sei punti di differenza nell’occupazione giovanile tra l’Italia e paesi come la Germania, la Francia e il Regno Unito sono dovuti proprio al minor “assorbimento” delle amministrazioni pubbliche e dei servizi strategici); 4) il sistema della formazione (asilo, scuola, università) è strutturato per fornire le competenze del passato e non quelle che servono oggi e ancora di più nel futuro; 4) l’organizzazione del welfare focalizzata su una società statica che non esiste più in cui un lavoro era per tutta la vita e invece oggi che si cambia lavoro molto spesso, con pause di inattività anche molto lunghe, c’è bisogno di un significativo sostegno economico nelle pause di disoccupazione e una formazione orientata alle nuove professioni o comunque a quelle maggiormente richieste; 6) L’organizzazione dei processi decisionali (politici e burocratici) delle amministrazioni pubbliche adatti a società sostanzialmente “passive” e in lenta evoluzione in un panorama internazionale sostanzialmente stabile; 7) la mancanza di una prospettiva in tempi ragionevoli (5-6 anni) dell’Europa federale, fatto che mette i paesi europei, tutti nessuno escluso, nella condizione di vasi di coccio tra quelli di ferro (Usa, Russia, Cina, India…).

Eppure il declino non è né ineluttabile né irreversibile. Ma per sfuggire la crisi che sembra inarrestabile ed ineluttabile è necessario costruire soluzioni innovative (profondamente diverse da quelle del passato) per ognuna delle macro cause di crisi sopra elencate e per ogni settore di attività.

Ed è necessario partire dalla revisione radicale dei processi decisionali pubblici, sulla base del principio che un approccio partecipativo possa dare risultati migliori e facilitare la costruzione e l’accettazione sociale delle decisioni “politiche” e dei progetti di ricerca e di innovazione sociale.

Per fare questo da una parte le élite (governo, parlamento, burocrazia, ecc.) devono associare al processo decisionale i cittadini attraverso la costituzione di focus group in cui sono rappresentati, oltre agli esperti, tutti i gruppi sociali – da attivare sin dalla fasi della identificazione degli obiettivi e della discussione sulle possibili alternative disponibili, in modo da favorire un netto miglioramento sia nel prendere “decisioni” socialmente “sentite” come utili e necessarie, sia nella più veloce e ampia accettazione sociale delle decisioni “politiche”. I tempi più lunghi e i maggiori costi nella identificazione delle “esigenze” e nella costruzione del processo decisionale, saranno ampiamente compensati da “risultati” più rispondenti alle esigenze “sociali” e più facilmente e diffusamente accettati.

Dall’altra parte i cittadini devono imparare a costruire nuovi “strumenti” (sostanzialmente associazioni tra esperti e cittadini rappresentanti le diverse condizioni sociali) per poter partecipare efficacemente al processo della formazione delle decisioni “politiche”, attraverso il controllo della coerenza dei programmi politici (rispetto alle criticità sociali) e della loro fattibilità, e alla verifica dei risultati delle azioni di governo sia rispetto ai programmi dichiarati che alle criticità del Paese. Per poter esercitare in modo più consapevole il loro ruolo le “associazioni” dovranno avere le competenze per studiare soluzioni organizzative, tecnologiche e finanziarie in grado di migliorare il benessere sociale ed economico attraverso interventi sui principali sottosistemi motori dello sviluppo, quali per esempio la scuola, l’università, la ricerca, la salute, l’agricoltura, l’ambiente, la finanza. Devono promuovere studi, seminari, incontri, iniziative culturali, di comunicazione, confronto e formazione sui temi di interesse sociale, economico, territoriale e istituzionale, con particolare riferimento agli investimenti sociali, allo sviluppo, alla creatività, alla formazione. E infine devono promuovere l’innovazione tecnologica, organizzativa, finanziaria, burocratica, istituzionale anche in ambito europeo e internazionale attraverso la costituzione di reti e la condivisione e la valorizzazione delle conoscenze.

 

 

 

 

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Proviamo a darci un metodo di lavoro per superare lo stallo nel rapporto tra politica e cittadini che le elezioni hanno certificato?


E’ ancora radicato nella mentalità prevalente questo schema semplificato dei processi decisionali e dei flussi informativi connessi che vede due sorgenti di informazione (la conoscenza scientifica e i saperi tradizionali) e due attività decisionali ( rispettivamente privato e pubblico) mediate dai convincimenti della pubblica opinione e dall’attività di informazione e comunicazione attraverso i media. Aldilà di più o meno efficaci rappresentazioni delle linee di collegamento fra questi elementi, appare comunque evidente che lo schema è inadeguato già nella sua articolazione.

Uno schema più completo è rappresentato nella figura successiva nella quale l’elencazione delle componenti è più completa e sono evidenziati alcuni snodi critici che pur avendo elevato impatto sulla qualità dei processi non sempre sono oggetto dell’attenzione e del “presidio” che richiedono. La governabilità complessiva del sistema di relazioni nei processi decisionali e nei flussi informativi connessi sarebbe fortemente favorita se migliorasse la regolazione degli snodi critici qui individuati con la sigla SCC e SCD rispettivamente per i flussi di conoscenza e per i flussi decisionali.

SC 1 Snodo critico della conoscenza n. 1

E’ lo snodo più a monte nel percorso dall’acquisizione delle conoscenze alla loro fruizione.

Tre sono le provenienze:

-      eredità di esperienze, saperi pratici e buonsenso; nella pubblica opinione questi elementi hanno un peso notevole che le élite spesso sottovalutano; la si può considerare in linea di principio una “fonte neutrale”, ma in realtà è fortemente condizionata dalla specifica cultura di provenienza (una forma di principio di autorità che costituisce un ostacolo non marginale all’innovazione); nondimeno spesso tramanda saperi non acquisiti dalla scienza ufficiale dai quali, previa verifica, si possono cogliere spunti interessanti

-      patrimonio dinamico delle conoscenze della comunità scientifica; eccessiva specializzazione, notevole complessità, incompetenza nella divulgazione sono fattori che penalizzano la fruizione da parte del grande pubblico delle conoscenze scientifiche; per una pluralità di circostanze (confusione tra scienza, tecnologia e uso della tecnologia; tendenza a favore di saperi alternativi/tradizionali) è crescente una forma anche esplicita di diffidenza verso la “scienza ufficiale” accusata di chiusura e alterigia

-      messaggi da fonti non qualificate e/o ostili (fake news per leggerezza ignoranza, volontà di apparire o deliberata strumentalizzazione ivi inclusa la lotta politica).

Emerge la necessità di una regolazione del mix dei segnali, che miri al consenso del grande pubblico attraverso la partecipazione, ma salvaguardi il rigore del metodo scientifico; tra gli ostacoli da superare il cosiddetto bias cognitivo tendente a far selezionare solo le informazioni che confermano le convinzioni già consolidate (favorendo il mantenimento di pregiudizi). Tra gli interventi: fact checking, semplificazione del linguaggio, adozione di modalità di comunicazione efficaci). Cruciali i ruoli della comunità scientifica, dei media, degli opinion leaders.

Tre le destinazioni che corrispondono alla tipologia di soggetti coinvolti nei diversi processi:

-      l’opinione pubblica della quale sono rappresentati i convincimenti da intendersi nella loro dinamica e molto spesso nella loro aleatorietà, oltre che nella articolazione per categorie (relativismo culturale, proliferazione delle fonti, deperibilità dei focus di attenzione, perdita di elementi identitari hanno fortemente contribuito all’istaurarsi della “società liquida”)

-      i soggetti economici dei quali è preso in considerazione il posizionamento cioè i comportamenti corrispondenti ai loro interessi

-      i decisori politici dei quali in questo segmento sono prese in considerazione le valutazioni (interna corporis) e le esternazioni verso la pubblica opinione, mentre le decisioni conseguenti sono prese in esame più avanti.

 SC 2 Snodo critico della conoscenza n. 2

Alle tre provenienze che compongono il mix preso in esame con riferimento a SC 1 se ne aggiungono due non neutrali:

-      il posizionamento degli interessi dei soggetti economici; deve rafforzarsi e diffondersi la consapevolezza che i flussi informativi non sono asettici, ma pilotati da interessi non sempre espliciti e trasparenti; non a caso nelle analisi in merito viene posta enfasi su termini quali marketing, brandinginfluencer (e connessi); va rilevata la centralità assunta dai dati personali relativi agli individui con riferimento sia al loro valore commerciale, sia ai diritti d’uso e di proprietà, sia ai meccanismi di protezione della riservatezza

-      le valutazioni ed esternazioni dei decisori politici; non poche forze politiche si configurano sempre più come sede di ascolto e raccolta del sentiment degli elettori in vista dell’acquisizione e del mantenimento del consenso che come strumento di leadership di proposta e orientamento.

Il totale delle provenienze arriva a cinque e la conoscenza di origine scientifica è ulteriormente stemperata in un pluralismo dissonante.

Una la destinazione:

-      i convincimenti dell’opinione pubblica; il peso della pubblica opinione cresce, ma la scuola e più in generale i sistemi della formazione e dell’informazione stentano a tenere il passo con l’evolvere del quadro delle conoscenze e degli skill necessari per affrontare l’attuale crescente complessità; il confronto costruttivo come metodo di riferimento perde peso rispetto a una dialettica frammentata e aggressiva; i corpi intermedi perdono ruolo e consistenza nel processo di formazione dei convincimenti; una prospettiva promettente è quella dell’approccio partecipativo fin dalla fase di condivisione delle conoscenze.

I meccanismi di regolazione di questo snodo sono all’attenzione dell’opinione pubblica e delle autorità politiche a tutti i livelli, ma sono ancora in fase di implementazione e nel quadro della globalizzazione e dello sviluppo tumultuoso delle ICT sono lungi dall’aver raggiunto un livello soddisfacente. Il dibattito viene sviluppato in termini di governancedella rete perché la rete è il “luogo” dove le informazioni, transitano, si accumulano e vengono selezionate , ma in realtà le questioni relative sono universali e hanno sempre condizionato i rapporti all’interno della società dalle comunicazioni orali (come ci insegnano per esempio i classici greci e latini) ai media più sofisticati.

 SC 3 Snodo critico della conoscenza n. 3

Tre sono le provenienze, già brevemente commentate sopra:

-      il posizionamento degli interessi dei soggetti economici

-      patrimonio dinamico delle conoscenze della comunità scientifica

-      i convincimenti dell’opinione pubblica

Una la destinazione, anche questa già accennata:

-      le valutazioni ed esternazioni dei decisori politici;

La regolazione di questo snodo implica l’approfondimento di una molteplicità di temi tra i quali: l’individuazione e la regolamentazione delle lobby; il rapporto tra politici ed “esperti”; la selezione e la formazione della classe politica; la comunicazione politica; il leaderismo e il ruolo evanescente dei corpi intermedi come sedi di dibattito, individuazione di proposte, costruzione del consenso; il prevalere della logica di breve periodo o addirittura emergenziale; la proliferazione dei livelli istituzionali (Enti locali, Regioni, Stato Unione europea, organismi internazionali) sedi di decisione e gestione.

  SCD 1 Snodo critico delle decisioni n. 1

Due sono le provenienze:

-      le valutazioni ed esternazioni dei decisori politici; nello schema sono rappresentate separatamente rispetto all’adozione di provvedimenti per sottolineare che la coerenza tra questi due passaggi non è sempre assicurata e conseguentemente si pone una questione etica riguardo la strumentalità della comunicazione e più specificamente in merito al rispetto dei programmi elettorali

-      le manifestazioni delle posizioni di cittadini coinvolti; un meccanismo relativamente nuovo e in crescita di fronte a un bivio tra opportunità di coinvolgimento e condivisione e strumento di opposizione paralizzante e destabilizzante; tra i punti critici la non coincidenza della ripartizione territoriale di costi e benefici (fenomeno NIMBY)

Un’unica destinazione:

-      l’adozione di provvedimenti dei decisori pubblici; si è già fatto cenno al ruolo della politica; va aggiunta una considerazione sui limiti dl potere reale della politica a livello Stato, nel mondo della globalizzazione e della finanziarizzazione dell’economia

La regolazione attiene a questioni di fondo come democrazia diretta vs. democrazia rappresentativa, il significato di delega dai cittadini al politico, la trasparenza e la partecipazione.

 SCD 2 Snodo critico delle decisioni n. 2

Tre sono le provenienze:

-      i convincimenti dell’opinione pubblica; si è già commentato in merito ai meccanismi di influenza sui convincimenti fino all’estremo del cittadino consumatore anche con riferimento alla teorizzazione della fine del lavoro

-      l’adozione di provvedimenti dei decisori pubblici; sono crescenti i condizionamenti sulle decisioni individuali derivanti da norme di disparata provenienza e valenza dai meccanismi di welfare alla politica fiscale, agli interventi di incentivazione e disincentivazione

-      vincoli esterniva osservato preliminarmente che agiscono fin dalla fase di acquisizione delle conoscenze; la globalizzazione dei mercati e in particolare la finanza globalizzata, le migrazioni, il terrorismo, le tensioni nella politica internazionale, il debito pubblico e le politiche di austerity, l’innovazione tecnologica, la percezione di insicurezza, le aspettative di welfare incompatibili con demografia e finanza pubblica, l’accentuarsi delle disuguaglianze son esempi di fenomeni esterni che condiziona fortemente i meccanismi decisionali a livello sia individuale sia istituzionale; occorre una crescente consapevolezza della portata e dell’impatto di questi fenomeni e delle mutue interconnessioni per trovare un punto di equilibrio tra sottovalutazione e resa incondizionata alle temute conseguenze.

Un’unica destinazione:

-      l’adozione di decisioni individuali; in estrema sintesi si deve rilevare che trattasi di una potestà decisionale fortemente limitata da molti punti di vista

La regolazione verte sulla coerenza fra diritti e doveri, sulla realizzazione del cosiddetto empowerment (nel senso di messa in grado di esercitare i diritti) e sull’equilibrio tra libertà e uguaglianza. Un buon inizio può essere una ricognizione e una equilibrata formulazione di tesi in vista non del conflitto e della demolizione dell’avversario, ma piuttosto del raggiungimento di un ragionevole compromesso; invece questa sembra la stagione della rigidità che paradossalmente nell’accordo vede un disvalore.

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In Europa si decide tutto nei prossimi due mesi, ma i nostri candidati premier nemmeno lo sanno


Il 22 gennaio Francia e Germania firmeranno l’accordo per cambiare l’Unione Europea, il 22 marzo presenteranno la loro idea di riforma della zona Euro. In mezzo, un Eurogruppo sulle banche e un vertice Nato sulla Russia. Che ne pensano, i nostri candidati premier? Mistero

Piccola agenda europea, a uso e consumo dei nostri eroi elettorali, impegnati nella battaglia a chi abolisce più tasse da qui al 4 marzo. Il 22 gennaio prossimo, il parlamento francese e quello tedesco voteranno e firmeranno un documento congiunto per dare un «impulso decisivo ad una Unione europea oggi troppo debole, inefficiente e lenta». Di fatto, quel che decideranno tra loro diventerà presto regola per l’intero continente. Non vi sfugga che tra i tre grandi Paesi fondatori dell’Unione ne manca uno, in questo nuovo nucleo progettuale. Nè vi sfugga che non risultino dichiarazioni politiche di nessuno dei candidati alla Presidenza del Consiglio sul tema. Peccato, perché sarebbe interessante capire cosa ne pensino. Rinunceremmo persino alla loro fondamentale opinione sui sacchetti di plastica, per scoprirlo…

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Spiragli da individuare, selezionare e percorrere in vista di una prospettiva positiva per l'Italia


Ho raccolto in un recente post qualche considerazione sul significato della parola spiraglio con riferimento alle prospettive che abbiamo di fronte per la società italiana.

Dopo aver osservato che sostanzialmente si possono individuare tre significati del termine: possibilità remota / piccola speranza; raggio di luce che illumina, ma niente di più; varco angusto, ma attraverso il quale si può passare, ho espresso l’opinione che occorra concentrarsi sul terzo significato quello di varco angusto, ma percorribile ben consapevoli che la possibilità di passare non è automatica ma va costruita con una volontà determinata e realistica. Scendendo nei dettagli ho riscontrato che anche limitandosi al significato di varco sono possibili diverse specificazioni che incidono profondamente sulle conseguenze operative che ne discendono.

Qualcuno è convinto che il futuro davanti a noi sia abbastanza agevole (quelli della luce in fondo al tunnel) e se parli con lui di spiragli gli viene in mente la prima immagine: una porta spalancata: basta procedere – avanti tutta – e ogni cosa andrà per il meglio (c’è pure il rosone che funge da luce di emergenza).

Altri invece fanno riferimento alla seconda immagine: si rendono conto che il varco va allargato, ma sono fiduciosi che la porta si aprirà anche perché contano su di una donzella che, novella Beatrice, ci guiderà per il nostro bene aprendo questa porta e tutte le altre porte che incontreremo (sono gli appartenenti a una certa intellighenzia italica con imprinting esterofilo che sostengono la nostra unica speranza essere quella di farci salvare dalla UE a guida tedesca e con le attuali regole, e non si rendono conto che la leggiadra guida in figura potrebbe anche essere una personificazione del demonio e connazionale del grande poeta del Faust).

Alla terza immagine fanno riferimento i semplicisti: c’è un varco per la verità molto stretto, ma basterà prendere una sola decisione (l’unica giusta) e poi avremo pascoli verdi a nostra disposizione (sono quelli del fuori dall’Europa subito e comunque, esaltati dalla Brexit – dimenticando che UK aveva ottenuto condizioni peculiari in UE, non era nell’euro, ha rapporti strettissimi con USA e soprattutto che ancora non è ben chiaro se e come ci saranno per UK reali vantaggi dall’uscita).

Purtroppo sono numerosi in Italia quelli che si sentono imprigionati in una situazione senza via d’uscita o peggio ancora in una situazione dove le soluzioni ci sarebbero pure, ma sono rese inaccessibili da impedimenti non rimovibili, come le sbarre della finestra di una prigione. Fanno riferimento alla quarta immagine – varco inaccessibile – e sono quelli rassegnati, rancorosi, in conflitto tra loro, in sostanziale coerenza con una classe politica assolutamente inadeguata. Per la verità alcuni sostengono (per esempio lo psichiatra Vittorino Andreoli) che la gran parte degli Italiani sono condannati al declino perché affetti costituzionalmente da una sindrome che integra quattro patologie (esibizionismo, individualismo, masochismo, fatalismo) e ne traggono una valutazione di pessimismo irrecuperabile. Con riferimento alla foto, fuori c’è un parco e noi siamo in gattabuia all’ergastolo.

Credo che chi si dà da fare per contribuire nei limiti delle possibilità di ciascuno, a costruire un progetto di futuro con relativo programma d’azione abbia, come riferimento l’ultima immagine. Purtroppo perchè la porta è sbarrata, l’ambiente non è certo confortevole, spifferi dappertutto; per fortuna perchè la porta è malconcia e potrebbe non resistere a colpi ben assestati, i fori sono numerosi e si può sperare di allargarli, con uno sforzo collettivo chi è rinchiuso può liberarsi e dalla costrizione attuale. Questi sono gli spiragli che piacciono a me e mi appresto a redigerne un breve elenco commentato.

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Considerazioni sulle prospettive della società italiana stimolate dalla domanda di un bambino di 6 anni: nonno, che vuol dire spiragli?


La settimana appena trascorsa per me è stata caratterizzata da una parola “spiragli”. Affrontiamola, perché le parole sono pietre come ci ha insegnato Carlo Levi e condizionano il cammino.

Ho cominciato a menzionare gli spiragli concludendo un post dedicato all’analisi poco confortante della situazione italiana con la frase seguente:

“Ma se si deve auspicare, per avere speranze di salvezza, che larghi strati della classe dirigente deliberatamente disattendano le promesse elettorali, vuol dire che i rapporti politici tra vertice e base sono diventati una presa per i fondelli con mortale minaccia alla democrazia. Sembrerebbe proprio una situazione senza vie d’uscita. Domani tenterò di descrivere quali spiragli si possono intravvedere.”

Il corpo a corpo con la parola spiragli è proseguito quando ho usato questa parola commentando un ‘immagine relativa all’episodio di Geppetto e Pinocchio nella pancia del pescecane e il nipotino di 6 anni ha chiesto “Nonno, che vuol dire spiragli? Ma ci si passa dentro?” Nell’immagine, di spiragli se ne vedono due: uno all’interno, il piccolo fascio di luce del mozzicone di candela, l’altro una luminosità proveniente dall’esterno attraverso l’enorme bocca del pescecane. Il bambino evidentemente è stato colpito dal secondo spiraglio quello che rappresenta la possibilità di uscire.

Tra le varie definizioni di spiraglio trovate mi è sembrata più completa quella del Dizionario Sinonimi e Contrari della RCS

La risposta è che ci sono tanti tipi di spiragli: semplificando, tre: possibilità remota / piccola speranza; raggio di luce che illumina, ma niente di più; varco angusto, ma attraverso il quale si può passare. All’analisi delle prospettive della situazione italiana si possono applicare tutte e tre i significati.

Nel senso figurato è, a mio avviso, evidente che se non alimentiamo speranze siamo nel tipico caso di profezie negative auto-avverantesi (per convincersene basta leggere i termini indicati nel dizionario come contrari: “difficoltà, improbabilità, impossibilità” in un crescendo di negatività,). Tre sono i prerequisiti che ho più volte richiamato (alcuni esempi):

Nel senso di raggi di luce che illuminano, ma niente di più, senza indicare vie d’uscita, gli spiragli possono essere una illusione che diventa trappola: il mozzicone di candela di Geppetto prima o poi finisce e ci si riduce a una lotta per prolungare la sopravvivenza (il vecchio proverbio “finché dura fa verdura”) rallentando il declino; è evidente che il distacco aumenta (sia per la crescita di numero e capacità dei nuovi competitori, sia per l’inevitabile accelerazione del degrado: i vecchi business tendono a scomparire, le persone migliori, per qualificazione e intraprendenza, se ne vanno) .

Non resta che concentrarsi sul terzo significato quello di varco angusto, ma attraverso il quale si può passare ben consapevoli che la possibilità di passare non è automatica ma va costruita con una volontà che mi piace etichettare “No al declino dell’Italia. Dalle parole agli interventi costruttivi” per sottolineare una scelta contraria a quella della rassegnazione appena stigmatizzata.

L’impostazione generale e la ricognizione delle possibilità che si aprono (obiettivi da condividere e possibili linee d’azione) sono esposte in un post di fine estate

Nel seguito di questo post, che è già diventato troppo lungo proverò ad indicare i passaggi da percorrere ampliando i varchi esistenti, in contrappunto con le preoccupazioni dell’articolo di Michele Salvati commentando il quale l’attenzione agli spiragli è partita.

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Continua la serie sulla visione “mezzo pieno” o “mezzo vuoto” riguardo alla situazione italiana


Debbo ringraziare Massimo Manca perché mi fa da sparring partner negli esercizi di descrizione non disperatamente pessimistica della situazione italiana, in quanto sfida le mie argomentazioni a sostegno della tesi che non è messa così male come noi Italiani prevalentemente la raccontiamo e mi dà l’occasione per approfondire.

L’ultimo suo intervento in coda a un mio commento di un post di ieri di Ilario Bonomii sul confronto internazionale relativamente all’uso del carbone che vedeva l’Italia in posizione più che buona, è stato:

Massimo Manca : “Il problema è che l’Italia è il paese con l’aria più inquinata di tutta l’Europa occidentale. Oltre ad avere dei posticini come Taranto, il Sulcis, Brescia dove l’inquinamento ambientale è al top.”

Fermo restando che la situazione salute in Italia è, checché se ne dica, tra le migliori al mondo (primo quadrante della figura), proviamo a raccogliere dati sull’inquinamento da PM10 (particelle con effetti nocivi). In effetti non stiamo messi bene (secondo quadrante, da Air quality in Europe — 2016 report – European Environment Agency Map 4.1, pg. 28 pdf da scaricare). Ma passiamo dalle figure ai numeri (terzo quadrante, stessa fonte fig. 4.1 pg. 29 ) per vedere quanto stiamo messi male. Certo è necessario migliorare, ma siamo relativamente vicini alla meta.

Due elementi ulteriori: a. il trend di inquinamento da PM10 in Italia indica un sistematico miglioramento: dal 1995 al 2014 la riduzione è stata del 40 %,  (quarto quadrante da Rapporto ISPRA R 203 2014 Fig. 3.1.1), ma si deve riconoscere che il miglioramento è rallentato negli ultimi anni; b. le normative europee diventeranno dall’anno prossimo più restrittive (motivo in più per aumentare l’impegno a migòiorare).

La mia affermazione di fondo “possiamo farcela, se ci diamo da fare” mi sembra sia ancora difendibile. E soprattutto non rappresentiamoci peggio di quel che siamo, se vogliamo vederci riconosciuto il ruolo che ci spetta.

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Vogliamo uscire dalla crisi?