Processi decisionali partecipativi ed efficaci, e verifica dei risultati delle azioni di governo


L’Italia e l’Europa stanno attraversando un periodo di grande criticità, formalmente dal 2008 ma in pratica almeno dal 2006 a causa: 1) del processo di riorganizzazione delle grandi aree sociali ed economiche (Stati Uniti, Cina, Russia, India) e contemporaneamente di globalizzazione (le diverse aeree sono molto più interconnesse che nel passato); 2) le tante automazioni, frutto della forte innovazione tecnologica, che stanno sostituendo quote sempre più rilevanti di lavoro umano sia ripetitivo che concettuale; 3) la grande difficoltà a rinnovare le burocrazie e a rinforzare i servizi strategici (sanità, scuola, università, ricerca) attraverso l’immissione di giovani con elevate competenze scientifiche e tecniche a causa del forte indebitamento pubblico (sei punti di differenza nell’occupazione giovanile tra l’Italia e paesi come la Germania, la Francia e il Regno Unito sono dovuti proprio al minor “assorbimento” delle amministrazioni pubbliche e dei servizi strategici); 4) il sistema della formazione (asilo, scuola, università) è strutturato per fornire le competenze del passato e non quelle che servono oggi e ancora di più nel futuro; 4) l’organizzazione del welfare focalizzata su una società statica che non esiste più in cui un lavoro era per tutta la vita e invece oggi che si cambia lavoro molto spesso, con pause di inattività anche molto lunghe, c’è bisogno di un significativo sostegno economico nelle pause di disoccupazione e una formazione orientata alle nuove professioni o comunque a quelle maggiormente richieste; 6) L’organizzazione dei processi decisionali (politici e burocratici) delle amministrazioni pubbliche adatti a società sostanzialmente “passive” e in lenta evoluzione in un panorama internazionale sostanzialmente stabile; 7) la mancanza di una prospettiva in tempi ragionevoli (5-6 anni) dell’Europa federale, fatto che mette i paesi europei, tutti nessuno escluso, nella condizione di vasi di coccio tra quelli di ferro (Usa, Russia, Cina, India…).

Eppure il declino non è né ineluttabile né irreversibile. Ma per sfuggire la crisi che sembra inarrestabile ed ineluttabile è necessario costruire soluzioni innovative (profondamente diverse da quelle del passato) per ognuna delle macro cause di crisi sopra elencate e per ogni settore di attività.

Ed è necessario partire dalla revisione radicale dei processi decisionali pubblici, sulla base del principio che un approccio partecipativo possa dare risultati migliori e facilitare la costruzione e l’accettazione sociale delle decisioni “politiche” e dei progetti di ricerca e di innovazione sociale.

Per fare questo da una parte le élite (governo, parlamento, burocrazia, ecc.) devono associare al processo decisionale i cittadini attraverso la costituzione di focus group in cui sono rappresentati, oltre agli esperti, tutti i gruppi sociali – da attivare sin dalla fasi della identificazione degli obiettivi e della discussione sulle possibili alternative disponibili, in modo da favorire un netto miglioramento sia nel prendere “decisioni” socialmente “sentite” come utili e necessarie, sia nella più veloce e ampia accettazione sociale delle decisioni “politiche”. I tempi più lunghi e i maggiori costi nella identificazione delle “esigenze” e nella costruzione del processo decisionale, saranno ampiamente compensati da “risultati” più rispondenti alle esigenze “sociali” e più facilmente e diffusamente accettati.

Dall’altra parte i cittadini devono imparare a costruire nuovi “strumenti” (sostanzialmente associazioni tra esperti e cittadini rappresentanti le diverse condizioni sociali) per poter partecipare efficacemente al processo della formazione delle decisioni “politiche”, attraverso il controllo della coerenza dei programmi politici (rispetto alle criticità sociali) e della loro fattibilità, e alla verifica dei risultati delle azioni di governo sia rispetto ai programmi dichiarati che alle criticità del Paese. Per poter esercitare in modo più consapevole il loro ruolo le “associazioni” dovranno avere le competenze per studiare soluzioni organizzative, tecnologiche e finanziarie in grado di migliorare il benessere sociale ed economico attraverso interventi sui principali sottosistemi motori dello sviluppo, quali per esempio la scuola, l’università, la ricerca, la salute, l’agricoltura, l’ambiente, la finanza. Devono promuovere studi, seminari, incontri, iniziative culturali, di comunicazione, confronto e formazione sui temi di interesse sociale, economico, territoriale e istituzionale, con particolare riferimento agli investimenti sociali, allo sviluppo, alla creatività, alla formazione. E infine devono promuovere l’innovazione tecnologica, organizzativa, finanziaria, burocratica, istituzionale anche in ambito europeo e internazionale attraverso la costituzione di reti e la condivisione e la valorizzazione delle conoscenze.

 

http://www.lafonte.tv/la-rivista/

 

 

 tsp010




Proviamo a darci un metodo di lavoro per superare lo stallo nel rapporto tra politica e cittadini che le elezioni hanno certificato?


E’ ancora radicato nella mentalità prevalente uno schema semplificato dei processi decisionali e dei flussi informativi connessi che vede due sorgenti di informazione (la conoscenza scientifica e i saperi tradizionali) e due attività decisionali (rispettivamente privato e pubblico) mediate dai convincimenti della pubblica opinione e dall’attività di informazione e comunicazione attraverso i media.

Aldilà di più o meno efficaci rappresentazioni delle linee di collegamento fra questi elementi, appare comunque evidente che lo schema è inadeguato già nella sua articolazione.

Modello incompleto dei processi decisionali e dei flussi informativi connessi…

Vedi articolo

stes_lg




In Europa si decide tutto nei prossimi due mesi, ma i nostri candidati premier nemmeno lo sanno


Il 22 gennaio Francia e Germania firmeranno l’accordo per cambiare l’Unione Europea, il 22 marzo presenteranno la loro idea di riforma della zona Euro. In mezzo, un Eurogruppo sulle banche e un vertice Nato sulla Russia. Che ne pensano, i nostri candidati premier? Mistero

Piccola agenda europea, a uso e consumo dei nostri eroi elettorali, impegnati nella battaglia a chi abolisce più tasse da qui al 4 marzo. Il 22 gennaio prossimo, il parlamento francese e quello tedesco voteranno e firmeranno un documento congiunto per dare un «impulso decisivo ad una Unione europea oggi troppo debole, inefficiente e lenta». Di fatto, quel che decideranno tra loro diventerà presto regola per l’intero continente. Non vi sfugga che tra i tre grandi Paesi fondatori dell’Unione ne manca uno, in questo nuovo nucleo progettuale. Nè vi sfugga che non risultino dichiarazioni politiche di nessuno dei candidati alla Presidenza del Consiglio sul tema. Peccato, perché sarebbe interessante capire cosa ne pensino. Rinunceremmo persino alla loro fondamentale opinione sui sacchetti di plastica, per scoprirlo…

Vedi articolo

cll_eur2_lg




Spiragli da individuare, selezionare e percorrere in vista di una prospettiva positiva per l'Italia


Ho raccolto in un recente post qualche considerazione sul significato della parola spiraglio con riferimento alle prospettive che abbiamo di fronte per la società italiana.

Dopo aver osservato che sostanzialmente si possono individuare tre significati del termine: possibilità remota / piccola speranza; raggio di luce che illumina, ma niente di più; varco angusto, ma attraverso il quale si può passare, ho espresso l’opinione che occorra concentrarsi sul terzo significato quello di varco angusto, ma percorribile ben consapevoli che la possibilità di passare non è automatica ma va costruita con una volontà determinata e realistica. Scendendo nei dettagli ho riscontrato che anche limitandosi al significato di varco sono possibili diverse specificazioni che incidono profondamente sulle conseguenze operative che ne discendono.

Qualcuno è convinto che il futuro davanti a noi sia abbastanza agevole (quelli della luce in fondo al tunnel) e se parli con lui di spiragli gli viene in mente la prima immagine: una porta spalancata: basta procedere – avanti tutta – e ogni cosa andrà per il meglio (c’è pure il rosone che funge da luce di emergenza).

Altri invece fanno riferimento alla seconda immagine: si rendono conto che il varco va allargato, ma sono fiduciosi che la porta si aprirà anche perché contano su di una donzella che, novella Beatrice, ci guiderà per il nostro bene aprendo questa porta e tutte le altre porte che incontreremo (sono gli appartenenti a una certa intellighenzia italica con imprinting esterofilo che sostengono la nostra unica speranza essere quella di farci salvare dalla UE a guida tedesca e con le attuali regole, e non si rendono conto che la leggiadra guida in figura potrebbe anche essere una personificazione del demonio e connazionale del grande poeta del Faust).

Alla terza immagine fanno riferimento i semplicisti: c’è un varco per la verità molto stretto, ma basterà prendere una sola decisione (l’unica giusta) e poi avremo pascoli verdi a nostra disposizione (sono quelli del fuori dall’Europa subito e comunque, esaltati dalla Brexit – dimenticando che UK aveva ottenuto condizioni peculiari in UE, non era nell’euro, ha rapporti strettissimi con USA e soprattutto che ancora non è ben chiaro se e come ci saranno per UK reali vantaggi dall’uscita).

Purtroppo sono numerosi in Italia quelli che si sentono imprigionati in una situazione senza via d’uscita o peggio ancora in una situazione dove le soluzioni ci sarebbero pure, ma sono rese inaccessibili da impedimenti non rimovibili, come le sbarre della finestra di una prigione. Fanno riferimento alla quarta immagine – varco inaccessibile – e sono quelli rassegnati, rancorosi, in conflitto tra loro, in sostanziale coerenza con una classe politica assolutamente inadeguata. Per la verità alcuni sostengono (per esempio lo psichiatra Vittorino Andreoli) che la gran parte degli Italiani sono condannati al declino perché affetti costituzionalmente da una sindrome che integra quattro patologie (esibizionismo, individualismo, masochismo, fatalismo) e ne traggono una valutazione di pessimismo irrecuperabile. Con riferimento alla foto, fuori c’è un parco e noi siamo in gattabuia all’ergastolo.

Credo che chi si dà da fare per contribuire nei limiti delle possibilità di ciascuno, a costruire un progetto di futuro con relativo programma d’azione abbia, come riferimento l’ultima immagine. Purtroppo perchè la porta è sbarrata, l’ambiente non è certo confortevole, spifferi dappertutto; per fortuna perchè la porta è malconcia e potrebbe non resistere a colpi ben assestati, i fori sono numerosi e si può sperare di allargarli, con uno sforzo collettivo chi è rinchiuso può liberarsi e dalla costrizione attuale. Questi sono gli spiragli che piacciono a me e mi appresto a redigerne un breve elenco commentato.

Vedi articolo

opbok_lg




Considerazioni sulle prospettive della società italiana stimolate dalla domanda di un bambino di 6 anni: nonno, che vuol dire spiragli?


La settimana appena trascorsa per me è stata caratterizzata da una parola “spiragli”. Affrontiamola, perché le parole sono pietre come ci ha insegnato Carlo Levi e condizionano il cammino.

Ho cominciato a menzionare gli spiragli concludendo un post dedicato all’analisi poco confortante della situazione italiana con la frase seguente:

“Ma se si deve auspicare, per avere speranze di salvezza, che larghi strati della classe dirigente deliberatamente disattendano le promesse elettorali, vuol dire che i rapporti politici tra vertice e base sono diventati una presa per i fondelli con mortale minaccia alla democrazia. Sembrerebbe proprio una situazione senza vie d’uscita. Domani tenterò di descrivere quali spiragli si possono intravvedere.”

Il corpo a corpo con la parola spiragli è proseguito quando ho usato questa parola commentando un ‘immagine relativa all’episodio di Geppetto e Pinocchio nella pancia del pescecane e il nipotino di 6 anni ha chiesto “Nonno, che vuol dire spiragli? Ma ci si passa dentro?” Nell’immagine, di spiragli se ne vedono due: uno all’interno, il piccolo fascio di luce del mozzicone di candela, l’altro una luminosità proveniente dall’esterno attraverso l’enorme bocca del pescecane. Il bambino evidentemente è stato colpito dal secondo spiraglio quello che rappresenta la possibilità di uscire.

Tra le varie definizioni di spiraglio trovate mi è sembrata più completa quella del Dizionario Sinonimi e Contrari della RCS

La risposta è che ci sono tanti tipi di spiragli: semplificando, tre: possibilità remota / piccola speranza; raggio di luce che illumina, ma niente di più; varco angusto, ma attraverso il quale si può passare. All’analisi delle prospettive della situazione italiana si possono applicare tutte e tre i significati.

Nel senso figurato è, a mio avviso, evidente che se non alimentiamo speranze siamo nel tipico caso di profezie negative auto-avverantesi (per convincersene basta leggere i termini indicati nel dizionario come contrari: “difficoltà, improbabilità, impossibilità” in un crescendo di negatività,). Tre sono i prerequisiti che ho più volte richiamato (alcuni esempi):

Nel senso di raggi di luce che illuminano, ma niente di più, senza indicare vie d’uscita, gli spiragli possono essere una illusione che diventa trappola: il mozzicone di candela di Geppetto prima o poi finisce e ci si riduce a una lotta per prolungare la sopravvivenza (il vecchio proverbio “finché dura fa verdura”) rallentando il declino; è evidente che il distacco aumenta (sia per la crescita di numero e capacità dei nuovi competitori, sia per l’inevitabile accelerazione del degrado: i vecchi business tendono a scomparire, le persone migliori, per qualificazione e intraprendenza, se ne vanno) .

Non resta che concentrarsi sul terzo significato quello di varco angusto, ma attraverso il quale si può passare ben consapevoli che la possibilità di passare non è automatica ma va costruita con una volontà che mi piace etichettare “No al declino dell’Italia. Dalle parole agli interventi costruttivi” per sottolineare una scelta contraria a quella della rassegnazione appena stigmatizzata.

L’impostazione generale e la ricognizione delle possibilità che si aprono (obiettivi da condividere e possibili linee d’azione) sono esposte in un post di fine estate

Nel seguito di questo post, che è già diventato troppo lungo proverò ad indicare i passaggi da percorrere ampliando i varchi esistenti, in contrappunto con le preoccupazioni dell’articolo di Michele Salvati commentando il quale l’attenzione agli spiragli è partita.

Vedi articolo

destinf_lg




Continua la serie sulla visione “mezzo pieno” o “mezzo vuoto” riguardo alla situazione italiana


Debbo ringraziare Massimo Manca perché mi fa da sparring partner negli esercizi di descrizione non disperatamente pessimistica della situazione italiana, in quanto sfida le mie argomentazioni a sostegno della tesi che non è messa così male come noi Italiani prevalentemente la raccontiamo e mi dà l’occasione per approfondire.

L’ultimo suo intervento in coda a un mio commento di un post di ieri di Ilario Bonomii sul confronto internazionale relativamente all’uso del carbone che vedeva l’Italia in posizione più che buona, è stato:

Massimo Manca : “Il problema è che l’Italia è il paese con l’aria più inquinata di tutta l’Europa occidentale. Oltre ad avere dei posticini come Taranto, il Sulcis, Brescia dove l’inquinamento ambientale è al top.”

Fermo restando che la situazione salute in Italia è, checché se ne dica, tra le migliori al mondo (primo quadrante della figura), proviamo a raccogliere dati sull’inquinamento da PM10 (particelle con effetti nocivi). In effetti non stiamo messi bene (secondo quadrante, da Air quality in Europe — 2016 report – European Environment Agency Map 4.1, pg. 28 pdf da scaricare). Ma passiamo dalle figure ai numeri (terzo quadrante, stessa fonte fig. 4.1 pg. 29 ) per vedere quanto stiamo messi male. Certo è necessario migliorare, ma siamo relativamente vicini alla meta.

Due elementi ulteriori: a. il trend di inquinamento da PM10 in Italia indica un sistematico miglioramento: dal 1995 al 2014 la riduzione è stata del 40 %,  (quarto quadrante da Rapporto ISPRA R 203 2014 Fig. 3.1.1), ma si deve riconoscere che il miglioramento è rallentato negli ultimi anni; b. le normative europee diventeranno dall’anno prossimo più restrittive (motivo in più per aumentare l’impegno a migòiorare).

La mia affermazione di fondo “possiamo farcela, se ci diamo da fare” mi sembra sia ancora difendibile. E soprattutto non rappresentiamoci peggio di quel che siamo, se vogliamo vederci riconosciuto il ruolo che ci spetta.

Vedi articolo LinkedIn

tsp013




Vogliamo uscire dalla crisi?


 




Sovranità monetaria e debito pubblico


Si amplia il coro di chi attribuisce all’euro, spesso confuso con l’Ue, una lunga serie di colpe. Una parola d’ordine oggi molto diffusa propone l’uscita dall’euro recuperando la sovranità monetaria del nostro paese. È il rimpianto per un tempo ed una politica monetaria che coincidono con un periodo della nostra economia più felice. Si individua in questo concetto la speranza di restituire al Paese quell’orgoglio e quella capacità autonoma di risolvere la crisi che avevano generato la crescita economica. Traspare, nel fascino un po’ ancien régime della parola, il desiderio di una conduzione della politica economica e monetaria più forte ed autorevole di quella attuale, confusa e abborracciata.

La sovranità nello stato moderno, semplificando, presenta due aspetti: l’origine dell’ordinamento dello Stato, nata dal popolo e che non deriva da nessun altro potere e l’indipendenza dello Stato da ogni forma di potere esterna o presente al suo interno. Il concetto è chiaro se si esemplifica con la sovranità territoriale. Ma non sempre è altrettanto semplice, perché lo Stato può decidere nella sua sovranità di accettare regole nei rapporti fra Stati oppure di cedere una parte dei suoi poteri ad altri organismi internazionali, possibilità prevista dalla stessa Costituzione. L’attuale ondata “sovranista” sembra voler escludere queste ipotesi per puntare ad un sorprendente e poco praticabile potere sovrano assoluto, quasi dimenticando che il mondo è molto più complesso sia per le concessioni a regole comuni fra Stati, sia per la cessione di una parte di poteri sovrani a organismi internazionali. I sovranisti tacitamente sembrano accettare le prime, ma si ribellano alle seconde. Da ciò nasce la spinta a rovesciare totalmente quegli accordi europei sino ad oggi considerati una sorta di dogma inattaccabile.
La restaurazione più sollecitata riguarda la sovranità monetaria che comprende molti passaggi fra cui: a) uscita dall’euro, moneta comune di gran parte dei paesi Ue, b) conseguente (ri)nascita della moneta nazionale, per affetto e consuetudine la Lira, con la definizione di valore iniziale e regole di gestione e di intervento sui cambi, c) gestione delle riserve in oro e valute, in parte depositate presso la Banca Centrale Europea ed altre organizzazioni come il Fondo Monetario Internazionale, d) restituzione degli antichi poteri all’istituto di emissione, la Banca d’Italia, e) stampa di moneta secondo criteri autonomamente decisi.  Tutto ciò oggi avviene in accordo con gli altri paesi dell’euro attraverso il Sistema Europeo delle Banche Centrali  che unisce le banche centrali di ognuno e la BCE…
cloud_m_lg2



Tutti chiedono investimenti per competitività e occupazione. Ma molti si oppongono a opere pubbliche o impianti industriali nel loro territorio


Nell’attuale situazione socio-economica è determinante da vari punti di vista il rilievo degli investimenti infrastrutturali (in primis riassetto del territorio, ma anche le reti – viabilità e ferrovie, elettricità, gas naturale, telecomunicazioni, trattamento rifiuti – e lo sviluppo degli impianti industriali). Gli investimenti infrastrutturali, infatti, oltre ad aumentare direttamente l’entità del PIL, il mitico indicatore cui tutti rivolgono l’attenzione:

  • stimolano la domanda, il principale punto debole rispetto al superamento della crisi, riorientandola dai consumi fine a se stessi al rafforzamento della competitività del nostro sistema produttivo e al soddisfacimento di esigenze primarie dei cittadini
  • aumentano i posti di lavoro (qualcuno finge di dimenticare che i posti di lavoro nascono nelle imprese) una priorità assoluta
  • facilitano lo sviluppo dell’innovazione in particolare nel mondo digitale (si pensi alle reti e ai sistemi ICT)
  • consentono l’utilizzo in materia proficua di fondi europei che invece non riusciamo a spendere integralmente e comunque spesso – quando riusciamo ad utilizzarli – destiniamo ad interventi “a pioggia” privi di effetto moltiplicatore.

In questo quadro si deve però registrare che, a fronte di un consenso generale (e generico) sulla necessità di nuovi investimenti di questo tipo, all’atto pratico molte iniziative sono bloccate dalla nota sindrome NIMBY (Not In My Back Yard) cioè da un’opposizione a livello locale spesso immotivata e aprioristica. Si poteva pensare che il fenomeno, particolarmente virulento in Italia, si attenuasse in occasione di una crisi ormai ultra-quinquennale, con effetti pesanti. Invece non è così. Tra gli esempi recenti si possono citare il completamento della rete elettrica in Sicilia e le possibilità di estrazione di gas naturale nei mari italiani.

Una disamina sistematica è esposta nel nuovo rapporto presentato da Nimby Forum nel novembre 2016, dal quale risulta che

“Nel 2015 c’è stato un picco delle nuove contestazioni (22%), mentre il totale delle opere contestate è in leggero calo, -3,5%. Sembrano due dati in contraddizione. Ma non è così. Chi stava realizzando un progetto spesso lascia perdere, magari dirottando il suo investimento verso un altro Paese.”

Lorenzo Salvia, autore dell’articolo sul Corriere della Sera, che commenta il rapporto, prosegue osservando

“Sia chiaro, l’attenzione al territorio è sacrosanta, perché questa è la vera ricchezza del nostro Paese, l’unica capace di portare una crescita reale e non solo in termini di Pil. Ed è sacrosanta anche la voglia di informarsi e di informare che anima i comitati di protesta contro questo o quel cantiere. Ma sarebbe troppo semplice chiuderla qui. Il rapporto del Nimby forum dice che una volta su due, dietro le contestazioni, ci sono partiti politici locali ed enti pubblici. I partiti, proprio loro. Accusati di non ascoltare la voce dei loro (potenziali) elettori eppure prontissimi a trovare uno strapuntino sul carro della protesta. Dire di no è legittimo. Chiedere spiegazioni ancora di più. Ma dopo la discussione (vera e non tanto per fare) ci deve essere il momento della decisione. ”

Tra i rimedi ipotizzati:

  • la definizione di un modello di sviluppo condiviso, come obiettivo nazionale, con i cittadini e gli enti locali.
  • la procedura di consultazione dei cittadini che assicuri il coinvolgimento ma nel contempo la certezza dei tempi, introdotta dal nuovo codice degli appalti
  • la riqualificazione dei civil servant italiani per educarli a fare, non a difendersi da pressioni o rischi di decisioni censurabili e in simultanea un’efficace lotta alla corruzione
  • un superamento dello sgangherato trasferimento di competenze a Regioni ed Enti Locali su tematiche di rilevanza nazionale con implicazioni e difficoltà ben aldilà delle loro reali capacità operative.

Molti sono scettici sulle possibilità di uno sblocco (tra i pessimisti Jacopo Giliberto autore dell’articolo sul Sole 24 ore che espone le risultanze della discussione organizzata in occasione della presentazione dello studio Nimby) perché sono preoccupati del quadro generale di confusione nella percezione del rischio condizionata da allarmismo e disinformazione: una questione cruciale per lo sviluppo che non si riesce a affrontare razionalmente se non attraverso una sistematica opera di medio termine rivolta all’informazione della pubblica opinione e all’educazione dei giovani. Certo la frequente presenza in particolare sui media di informazioni incomplete e distorte (per non parlare di quelle addirittura false ) complica notevolmente il quadro.

Se non si trova una soluzione e continueranno a vincere quelli che, con riferimento alla geotermia, Jacopo Fo ha battezzato gli “annientalisti” (ambientalisti estremi che rifiutano ogni nuova opera) le conseguenze negative sul superamento della crisi e in particolare sull’occupazione saranno pesanti.

Concludo segnalando che la lentezza e l’incertezza del processo decisionale italiano su nuovi insediamenti produttivi è fra i principali fattori che scoraggiano investimenti esteri in Italia e che la capacità di realizzare infrastrutture pesa anche nel giudizio in generale sulle prospettive della nostra economia da parte dei vari “medici e maestri” che ci valutano e condizionano, dalle agenzie di rating, all’OECD, ai vari Organismi dell’Unione Europea. Più specificamente la capacità di realizzare infrastrutture pesa sulle famose nostre richieste di deroga rispetto al limite sul deficit, tanto più in una auspicabile logica che distingua i negativi sforamenti per la copertura della spesa corrente dai debiti contratti per investimenti capaci di migliorare la produttività, la competitività e la sostenibilità della nostra economia.

Vedi articolo

lum_lga




Parliamoci chiaro sulle caratteristiche, le cause e i possibili rimedi della crisi mondiale tra globalizzazione, migrazioni guerre e terrorismo


L’anno scorso indossando i panni dell’ottimista in un post intitolato “Notte di San Silvestro e Leibniz: il migliore dei mondi possibili” ho passato in rassegna l’evoluzione positiva negli ultimi cinquanta anni di una serie di indicatori delle condizioni di vita delle popolazioni mondiali. Quest’anno per richiamare la situazione con relativa dinamica mi basta rilanciare le tabelle della figura estratta da https://ourworldindata.org/ un sito ricco di informazioni di grande rilievo. Grazie a Marco Emanuele per aver pubblicato su Linkedin la tabella che mi dispiace non abbia suscitato il livello di interesse che merita.

Prendendo spunto da questi dati mi sembra utile raccogliere alcune considerazioni cercando di evitare luoghi comuni suggeriti da ideologie irrealistiche (e nocive) e di raccogliere, con la consapevolezza che questi percorsi saranno lunghi edifficili, spunti per evidenziare percorsi che facilitino l’uscita dalla crisi, cogliendo anche l’occasione per collegare precedenti riflessioni sull’argomento.

Le caratteristiche della crisi

La popolazione mondiale nel suo complesso ha beneficiato, come dimostrano i grafici, di un progresso decisivo su vari fronti (povertà, vaccinazioni istruzione, analfabetismo, mortalità infantile) e si potrebbero aggiungere altri parametri quali disponibilità di cibo e aspettativa di vita; questo è stato possibile nonostante una crescita notevole della popolazione del pianeta che ha raggiunto i 7 miliardi di abitanti e secondo stime delle Nazioni Unite si attesterà a 9 miliardi nel 2050.

C’è necessità di ulteriori progressi, ma negare i passi compiuti o, peggio, contestare il concetto stesso di progresso è un pregiudizio ideologico ingiustificato e molto nocivo (per convincersi basta chiedere a miliardi di persone in India in Cina e in Corea se pensano di aver fatto progressi negli ultimi decenni e se sono interessati a progredire ancora).

Questo miglioramento è frutto anche della globalizzazione, che però è stata purtroppo gestita con regole inadeguate e troppo velocemente; un’occasione “avvelenata” da un’ideologia intellettualistica,il neoliberismo estremista secondo il quale basta “abbattere le frontiere e tutto va meravigliosamente bene per tutti”. I fatti hanno dimostrato che ciò non è vero e qualcuno dei fautori dell’iperliberismo comincia a ricredersi. E’ connessa con questa convinzione quella, più generica e altrettanto illusoria, secondo la quale tutto ciò che è internazionale è indubitabilmente migliore e quindi preferibile (organismi internazionali, anche quando manifestamente inadeguati o mal orientati – e l’ONU non fa eccezione; trattati - commerciali, fiscali di controllo dell’evasione fiscale – anche quando distorcenti la concorrenza e penalizzanti per l’Occidente; si pensi a fenomeni quali ecodumping, mancato rispetto delle norme di sicurezza e protezione dell’ambienente, sfruttamento della mano d’opera in particolare minorile). Sono stati inoltre sottovalutati i fenomeni sociali, economici e anche psicologici che, sostenuti dalla convinzione che tutti potessero sentirsi “cittadini del mondo”, hanno indotto molti ad abbandonare il proprio paese in cerca di condizioni di vita migliori o addirittura per sfuggire alle guerre e al rischio della vita. Sono disponibili al riguardo informazioni provenienti da qualificati sondaggi che però raramente hanno l’attenzione che meritano.

Ampi strati di popolazione del mondo occidentale (soprattutto il ceto medio e prevalentemente in Europa, ma il fenomeno è presente anche negli USA) hanno pagato e stanno pagando per il miglioramento ottenuto dal resto del mondo un prezzo notevole in termini di tenore di vita, prospettive per il futuro proprio e dei figli, sicurezza reale eo percepita; è comprensibile che questa circostanza generi non solo recriminazioni, proteste e preoccupazioni, ma anche l’illusione di risolvere la situazione tornando al passato con soluzioni drastiche e semplicistiche, ma altrettanto non fattibili e/o inefficaci; la risposta però, non può essere bollare queste valutazioni e le conseguenti manifestazioni di volontà (Brexit, elezione di Trump, intenzioni di voto in vari paesi europei) come superficialità alimentata dal populismo della cattiva politica e di fatto ignorarle.

Parte di questo prezzo è da ritenere inevitabile perché nel grande gioco dell’economia mondiale è frequente che se qualcuno guadagna è probabile che qualcun altro perda (penso nel caso italiano all’esempio delle gravi conseguenze nella manifattura di prodotti a medio-bassa tecnologia); ma è anche vero che il prezzo è stato molto alto per una serie di errori e inadeguatezze (oltre alle due principali carenze già citate – regole e tempistica) da tutte le parti, l’Occidente e il resto del mondo.

Non tutte le aree del mondo che hanno beneficiato del progresso hanno avuto lo stesso percorso; tre sono gli elementi distintivi dei percorsi negativi: la lotta armata, (anzi, le vere e proprie guerre, sia interne tra tribù o fazioni politico-religiose, sia esterne, tra loro intrecciate con relativi risvolti economici) il terrorismo e l’immigrazione con connotati di invasione. Tutti e tre gli elementi sono collegati prevalentemente, piaccia o non piaccia, all’islamismo e più precisamente alle sue manifestazioni in Nord Africa e in Medio Oriente territori martoriati da guerre endemiche e nuove guerre insorte anche per improvvidi interventi di Paesi dell’Occidente.

Prendiamo come esempi da considerare invece largamente positivi India e Cina (e altrettanto vale per il Giappone del dopoguerra), Paesi (ma potremmo meglio dire culture) che a differenza delle popolazioni di cultura islamica non hanno colpevolizzato l’Occidente per la situazione in cui versavano coltivando un vittimismo origine di uno stato d’animo di rivalsa e vendetta; non hanno preteso compensazioni, né tanto meno hanno attaccato l’Occidente; in particolare, se hanno fatto ricorso all’immigrazione l’hanno vista come una modalità di convivenza (penso ai Cinesi negli USA) e in alcuni casi come vera integrazione (penso agli Italiani in Belgio nel secondo dopo guerra) e non come strumento di sopraffazione.

Le responsabilità della crisi

Sul lato dei paesi in via di sviluppo (mi riferisco a quelli che sono in questa condizione da oltre cinquanta anni) tra i principali motivi dell’insuccesso va inserita la corruzione, mastodontica per entità e diffusione (un sostanziale incameramento nelle disponibilità dei vertici politici, e relativi accoliti, di frazioni macroscopiche delle risorse ricevute, un male ritenuto incorreggibile, ben noto e sostanzialmente accettato). Una controprova è lo sviluppo che, anche in conseguenza della qualità della sua classe dirigente, ha avuto il Sudafrica (almeno ai tempi di Nelson Mandela) nonostante partisse da condizioni particolarmente difficili (apartheid). Nel definire la via di uscita si deve tener conto di questo dato di fatto attraverso strumenti meno partecipativi e più dirigisti da parte dei paesi finanziatori (una formula efficace per le sue relazioni internazionali la ha messa a punto la Cina, accusata per questo dalla solita intellighenzia di neo colonialismo, ma contano i risultati raggiunti e non le etichette). Alla luce di quanto osservato, trovo poco significative se non fuorvianti i due grafici della figura di Woldindata dedicate a “democrazia e a “colonialismo”: il quadro è più complesso di quanto si possa dedurre da rappresentazioni dove la definizione e la misura dei parametri (appunto democrazia e colonialismo) sono piuttosto questionabili..

Connessa con l’esigenza di ridimensionare il potere decisionale e conseguente arbitrio dei governi destinatari di aiuti nel gestire i soldi che ricevono è quella di approcci negoziali meno arrendevoli da parte dell’UE (un esempio banale ma concreto sono i rapporti, spesso inconcludenti, con in paesi di provenienza dei migranti non aventi diritto ad asilo: visto che per esempio nel caso della Tunisia ci facciamo carico (con grave danno per i nostri olivicoltori) di lasciar immettere sul mercato europeo 35 mila tonnellate di olio tunisino avremo pure il diritto di fare questa concessione solo dopo che gli espulsi di nazionalità tunisina sono stati realmente ripresi dal paese d’origine.

Quattro le principali colpe dell’Occidente all’interno della drammatica incapacità di definire una concordata strategia di risposta alla crisi:

  • il relativismo culturale post-moderno secondo il quale tutte le religioni,le culture, le filosofie hanno pari dignità, sorprendentemente accoppiato all’ingiustificato fideismo verso un mal definito multiculturalismo che comunque non potrà mai funzionare in presenza di una componente (quella islamica) intrinsecamente ostile verso le altre e imbevuta di pretesa di supremazia (per non parlare delle frange estremiste votate alla distruzione fisica dell’infedele); in un empito di autocolpevolizzazione della nostra civiltà, la maggioranza dell’intellighenzia europea indica la causa dell’ostilità di estremisti islamici residenti in Europa nella loro insoddisfazione per l’inadeguato trattamento che avrebbero ricevuto, non nella loro ideologia di intollerante supremazia; da questa situazione deriva la complicazione che nello scontro relativo al fondamentalismo islamico e alle sue cause è attivo anche un fronte interno del quale l’ambiguità delle comunità islamiche in Europa è solo una parte.
  • l’interessata inadempienza della politica che si avvia alla irrilevanza: politici che nonostante le grandi promesse e le grandi kermesse autocelebrative non sono leader con visione, ma succubi della grande finanza, interpreti superficiali del mood popolare, magari occasionale, e in realtà operano per ridurre gli spazi di democrazia (per esempio con il trasferimento di sovranità a organismi non eletti, e con l’esclusione di alcuni meccanismi decisionali, come i trattati internazionali, dalla potestà referendaria);
  • la pretesa di esportare con la forza la democrazia parlamentare rappresentativa in paesi ancora invischiati in strutture politiche tribali (e/o condizionati da forti intrecci tra religione e politica) accompagnata da errate scelte di alleati (i fautori delle primavere arabe, un fuoco di paglia che ha generato morti e peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni coinvolte amplificando i drammi di terrorismo e migrazioni) e di avversari (p.e. Putin, in nome del mantenimento dello stato quo in Crimea e delle stanche rivendicazioni egemoniche americane sui Balcani e nel Mediterraneo e a spese di tante concrete convergenze tra UE e Russia, dall’approvvigionamento energetico al contenimento dell’estremismo islamico, alla bilancia commerciale); abbiamo anche visto rovesciamenti di fronte come nel caso dei rapporti tra UE e Turchia con contraddizioni clamorose per esempio tra l’affidamento del ruolo a pagamento di “guardia di frontiere” all’esecrazione della politica turca sui diritti umani.
  • il dogma dell’austerità sempre e comunque, osservato dall’Unione Europea, una fissazione strumentale contro la quale si sono espressi illustri premi Nobel per l’economia, ma l’ideologia e la prassi germanica non si smuove (anche perché sostenuta da concreti interessi) e continua con regole redatte e applicate dalla burocrazia UE tedesco-dipendente in modo da favorire sempre il mondo tedesco e i suoi satelliti.

Parte dell’intellighenzia europea, e in particolare italiana, comincia a capire e a fare larvatamente autocritica. Tra questi alcuni erano stati molto, ma molto critici con chi come la Fallaci aveva da anni denunciato che sarebbe scoppiata inevitabilmente una guerra, ma anche con chi come Houellebecq nel romanzo Sottomissione preconizza una presa soft del potere da parte dei musulmani in Francia. Meglio tardi che mai. Dà però fastidio che l’intellighenzia non rinunci a salire ancora una volta in cattedra e a scoprire tardivamente l’acqua calda; francamente risulta strumentale e incomprensibile il generalizzato attacco – ora di moda – contro le élite nelle quali si include indiscriminatamente tutta la classe dirigente. Una lista dettagliata dei componenti l’élite la dà Federico Rampini che nel suo recentissimo libro “Globalizzazione e immigrazione. Le menzogne delle élite” si esprime cosi “Per élite intendo un ceto privilegiato che estrae risorse dal resto della società, per il potere che esercita direttamente: politici, tecnocrati, alti dirigenti pubblici nella sfera di governo; capitalisti, banchieri, top manager nella sfera dell ‘economia. Più coloro che hanno un potere indiretto attraverso la formazione delle idee, la diffusione di paradigmi ideologici, l’egemonia culturale: intellettuali, pensatori, opinionisti, giornalisti, educatori. Ci sono dentro anch’io.”

La lista delle categorie è lunga e se veramente avessero mentito e/o tradito tutti gli esponenti di queste categorie, per il’Occidente ci sarebbero poche speranze. E’ invece proprio il caso di distinguere tra i diversi componenti di queste categorie perché, per fortuna, non tutti hanno sostenuto le verità di moda e di comodo (adesso va di moda chiamarle post-verità) del “politically correct”, del relativismo generalizzato, del multiculturalismo, del “ce lo chiede l’Europa”, delle colpe del neocolonialismo, dell’internazionalizzazione come panacea, dell’esportazione forzosa in tutto il mondo dei sistemi politici occidentali.

I possibili percorsi per uscire dalla crisi

Più che cercare i colpevoli occorre investire su chi ha compreso le dinamiche sia disponibile a fronteggiarle con successo e nel contempo abbia qualificazione ed esperienza. Francamente la convinzione, diffusa in particolare in Italia, che l’incompetenza sia un pregio e che la novità sia in sé un valore è una tesi che non regge e di guai ne può generare tanti. Piuttosto, sempre con riferimento all’Italia, mettiamo a posto principi e regole, dalla legge elettorale alla rinegoziazione di gran parte dei Trattati europei – infarciti di false assunzioni e deduzioni (a partire dall’austerity) basate su modelli superati – che hanno mostrato i loro limiti drammatici.

Vediamo per esempio quali sono le proposte avanzate da Rampini su obiettivi e metodi per uscire dalla crisi: “un’economia liberata dai ricatti delle multinazionali e dei top manager; un’immigrazione governata dalla legalità e nella piena osservanza dei nostri principi; una democrazia che torni a vivere dell partecipazione e del controllo quotidiano dei cittadini; e, infine, un dibattito civile ispirato all’obiettività e al rispetto dell’ altro, non ai pregiudizi, all’insulto ealla gogna mediatica dei social.” Sono indicazioni abbastanza generiche per essere condivisibili. Mi disturba l’accenno ai social come se fossero parte dei problemi, mentre l’aggressività il cattivo gusto e ovviamente la gogna vanno evitate su qualunque canale di comunicazione dai giornali, alle TV, ai pamphlet – scientifici o sedicenti tali – e non solo nei social. Ma questo discorso ci porterebbe lontano. Più significativa può invece essere qualche considerazione sulla rilevanza che la dimensione comunicazione riveste nello scontro in atto. Il libro di Federico Rampini è ricco di elementi di informazione e mantiene un ottimismo di fondo con il quale concordo. Lo ho letto con interesse e lo consiglio, ma rimane un testo dedicato più all’analisi, anzi al “rimprovero” che alle proposte.

E’ evidente che solo l’Europa può affrontare con qualche prospettiva di successo una crisi che è certo di dimensioni incompatibili con le capacità di intervento di un singolo Paese e che va riconosciuta come intreccio di questioni drammatiche (globalizzazione, migrazioni guerre e terrorismo) che richiedono un approccio integrato. Né si può contare, per quanto riguarda l’area mediterranea, su di un’azione condotta dagli USA che forse non considerano più il Mediterraneo uno scacchiere primario, debbono gestire una fase di dialettica serrata con la Russia e sembrano orientarsi verso un atteggiamento che, rispetto al passato anche recente è più “isolazionista” e non mira a esercitare il ruolo di “poliziotto del mondo”. Forse visti i risultati conseguiti con la fase interventista (Afganistan e Iraq) è meglio così. Tornando all’UE, gli egoismi hanno prevalso, le discussioni sterili si sono susseguite, si è oscillato tra posizioni anche molto divergenti con atteggiamenti ondivaghi, ma fatti concreti e consistenti ne sono emersi ben pochi, anzi in alcuni casi si è arrivati al ridicolo come sui criteri per la ripartizione dei richiedenti asilo (e ancor più sui numeri di quelli effettivamente ricollocati in base a quei criteri). Unico programma articolato è quello italiano denominato Migration Compact il cui destino è ancora incerto, anche se permane la possibilità che venga adottato. Una prospettiva favorevole si apre in considerazione degli imminenti impegni internazionali dell’Italia a livello sia europeo (su temi quali la revisione del Bilancio UE, la revisione dei Trattati sulla gestione dei flussi migratori), sia G7 (a Taormina con presidenza italiana) sia G20, sia mondiale con la presenza dell’Italia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quale membro non permanente.

Una regolata al processo di globalizzazione, ammesso che sia ancora possibile o, almeno, un stretta ben progettata al potere, oggi incontrollato, della finanza internazionale è invece questione che va ben aldilà della dimensione europea e coinvolge in primo luogo gli Stati Uniti, ma anche con ruoli crescenti la Russia e la Cina. Le decisioni che prenderà al riguardo nei prossimi mesi il Governo USA, aldilà delle esternazioni di Trump, ci farà forse capire cosa ci aspetta su questo fronte.

Contributi certo solo orientativi ma mirati in concreto sulle decisioni da prendere si possono trovare in due miei post:

Sarebbe interessante se la lista delle indicazioni mirate potesse essere commentata e arricchita da chi abbia voglia di farlo…

Vedi articolo

libap_lg