Parliamoci chiaro sulle caratteristiche, le cause e i possibili rimedi della crisi mondiale tra globalizzazione, migrazioni guerre e terrorismo


L’anno scorso indossando i panni dell’ottimista in un post intitolato “Notte di San Silvestro e Leibniz: il migliore dei mondi possibili” ho passato in rassegna l’evoluzione positiva negli ultimi cinquanta anni di una serie di indicatori delle condizioni di vita delle popolazioni mondiali. Quest’anno per richiamare la situazione con relativa dinamica mi basta rilanciare le tabelle della figura estratta da https://ourworldindata.org/ un sito ricco di informazioni di grande rilievo. Grazie a Marco Emanuele per aver pubblicato su Linkedin la tabella che mi dispiace non abbia suscitato il livello di interesse che merita.

Prendendo spunto da questi dati mi sembra utile raccogliere alcune considerazioni cercando di evitare luoghi comuni suggeriti da ideologie irrealistiche (e nocive) e di raccogliere, con la consapevolezza che questi percorsi saranno lunghi edifficili, spunti per evidenziare percorsi che facilitino l’uscita dalla crisi, cogliendo anche l’occasione per collegare precedenti riflessioni sull’argomento.

Le caratteristiche della crisi

La popolazione mondiale nel suo complesso ha beneficiato, come dimostrano i grafici, di un progresso decisivo su vari fronti (povertà, vaccinazioni istruzione, analfabetismo, mortalità infantile) e si potrebbero aggiungere altri parametri quali disponibilità di cibo e aspettativa di vita; questo è stato possibile nonostante una crescita notevole della popolazione del pianeta che ha raggiunto i 7 miliardi di abitanti e secondo stime delle Nazioni Unite si attesterà a 9 miliardi nel 2050.

C’è necessità di ulteriori progressi, ma negare i passi compiuti o, peggio, contestare il concetto stesso di progresso è un pregiudizio ideologico ingiustificato e molto nocivo (per convincersi basta chiedere a miliardi di persone in India in Cina e in Corea se pensano di aver fatto progressi negli ultimi decenni e se sono interessati a progredire ancora).

Questo miglioramento è frutto anche della globalizzazione, che però è stata purtroppo gestita con regole inadeguate e troppo velocemente; un’occasione “avvelenata” da un’ideologia intellettualistica,il neoliberismo estremista secondo il quale basta “abbattere le frontiere e tutto va meravigliosamente bene per tutti”. I fatti hanno dimostrato che ciò non è vero e qualcuno dei fautori dell’iperliberismo comincia a ricredersi. E’ connessa con questa convinzione quella, più generica e altrettanto illusoria, secondo la quale tutto ciò che è internazionale è indubitabilmente migliore e quindi preferibile (organismi internazionali, anche quando manifestamente inadeguati o mal orientati – e l’ONU non fa eccezione; trattati - commerciali, fiscali di controllo dell’evasione fiscale – anche quando distorcenti la concorrenza e penalizzanti per l’Occidente; si pensi a fenomeni quali ecodumping, mancato rispetto delle norme di sicurezza e protezione dell’ambienente, sfruttamento della mano d’opera in particolare minorile). Sono stati inoltre sottovalutati i fenomeni sociali, economici e anche psicologici che, sostenuti dalla convinzione che tutti potessero sentirsi “cittadini del mondo”, hanno indotto molti ad abbandonare il proprio paese in cerca di condizioni di vita migliori o addirittura per sfuggire alle guerre e al rischio della vita. Sono disponibili al riguardo informazioni provenienti da qualificati sondaggi che però raramente hanno l’attenzione che meritano.

Ampi strati di popolazione del mondo occidentale (soprattutto il ceto medio e prevalentemente in Europa, ma il fenomeno è presente anche negli USA) hanno pagato e stanno pagando per il miglioramento ottenuto dal resto del mondo un prezzo notevole in termini di tenore di vita, prospettive per il futuro proprio e dei figli, sicurezza reale eo percepita; è comprensibile che questa circostanza generi non solo recriminazioni, proteste e preoccupazioni, ma anche l’illusione di risolvere la situazione tornando al passato con soluzioni drastiche e semplicistiche, ma altrettanto non fattibili e/o inefficaci; la risposta però, non può essere bollare queste valutazioni e le conseguenti manifestazioni di volontà (Brexit, elezione di Trump, intenzioni di voto in vari paesi europei) come superficialità alimentata dal populismo della cattiva politica e di fatto ignorarle.

Parte di questo prezzo è da ritenere inevitabile perché nel grande gioco dell’economia mondiale è frequente che se qualcuno guadagna è probabile che qualcun altro perda (penso nel caso italiano all’esempio delle gravi conseguenze nella manifattura di prodotti a medio-bassa tecnologia); ma è anche vero che il prezzo è stato molto alto per una serie di errori e inadeguatezze (oltre alle due principali carenze già citate – regole e tempistica) da tutte le parti, l’Occidente e il resto del mondo.

Non tutte le aree del mondo che hanno beneficiato del progresso hanno avuto lo stesso percorso; tre sono gli elementi distintivi dei percorsi negativi: la lotta armata, (anzi, le vere e proprie guerre, sia interne tra tribù o fazioni politico-religiose, sia esterne, tra loro intrecciate con relativi risvolti economici) il terrorismo e l’immigrazione con connotati di invasione. Tutti e tre gli elementi sono collegati prevalentemente, piaccia o non piaccia, all’islamismo e più precisamente alle sue manifestazioni in Nord Africa e in Medio Oriente territori martoriati da guerre endemiche e nuove guerre insorte anche per improvvidi interventi di Paesi dell’Occidente.

Prendiamo come esempi da considerare invece largamente positivi India e Cina (e altrettanto vale per il Giappone del dopoguerra), Paesi (ma potremmo meglio dire culture) che a differenza delle popolazioni di cultura islamica non hanno colpevolizzato l’Occidente per la situazione in cui versavano coltivando un vittimismo origine di uno stato d’animo di rivalsa e vendetta; non hanno preteso compensazioni, né tanto meno hanno attaccato l’Occidente; in particolare, se hanno fatto ricorso all’immigrazione l’hanno vista come una modalità di convivenza (penso ai Cinesi negli USA) e in alcuni casi come vera integrazione (penso agli Italiani in Belgio nel secondo dopo guerra) e non come strumento di sopraffazione.

Le responsabilità della crisi

Sul lato dei paesi in via di sviluppo (mi riferisco a quelli che sono in questa condizione da oltre cinquanta anni) tra i principali motivi dell’insuccesso va inserita la corruzione, mastodontica per entità e diffusione (un sostanziale incameramento nelle disponibilità dei vertici politici, e relativi accoliti, di frazioni macroscopiche delle risorse ricevute, un male ritenuto incorreggibile, ben noto e sostanzialmente accettato). Una controprova è lo sviluppo che, anche in conseguenza della qualità della sua classe dirigente, ha avuto il Sudafrica (almeno ai tempi di Nelson Mandela) nonostante partisse da condizioni particolarmente difficili (apartheid). Nel definire la via di uscita si deve tener conto di questo dato di fatto attraverso strumenti meno partecipativi e più dirigisti da parte dei paesi finanziatori (una formula efficace per le sue relazioni internazionali la ha messa a punto la Cina, accusata per questo dalla solita intellighenzia di neo colonialismo, ma contano i risultati raggiunti e non le etichette). Alla luce di quanto osservato, trovo poco significative se non fuorvianti i due grafici della figura di Woldindata dedicate a “democrazia e a “colonialismo”: il quadro è più complesso di quanto si possa dedurre da rappresentazioni dove la definizione e la misura dei parametri (appunto democrazia e colonialismo) sono piuttosto questionabili..

Connessa con l’esigenza di ridimensionare il potere decisionale e conseguente arbitrio dei governi destinatari di aiuti nel gestire i soldi che ricevono è quella di approcci negoziali meno arrendevoli da parte dell’UE (un esempio banale ma concreto sono i rapporti, spesso inconcludenti, con in paesi di provenienza dei migranti non aventi diritto ad asilo: visto che per esempio nel caso della Tunisia ci facciamo carico (con grave danno per i nostri olivicoltori) di lasciar immettere sul mercato europeo 35 mila tonnellate di olio tunisino avremo pure il diritto di fare questa concessione solo dopo che gli espulsi di nazionalità tunisina sono stati realmente ripresi dal paese d’origine.

Quattro le principali colpe dell’Occidente all’interno della drammatica incapacità di definire una concordata strategia di risposta alla crisi:

  • il relativismo culturale post-moderno secondo il quale tutte le religioni,le culture, le filosofie hanno pari dignità, sorprendentemente accoppiato all’ingiustificato fideismo verso un mal definito multiculturalismo che comunque non potrà mai funzionare in presenza di una componente (quella islamica) intrinsecamente ostile verso le altre e imbevuta di pretesa di supremazia (per non parlare delle frange estremiste votate alla distruzione fisica dell’infedele); in un empito di autocolpevolizzazione della nostra civiltà, la maggioranza dell’intellighenzia europea indica la causa dell’ostilità di estremisti islamici residenti in Europa nella loro insoddisfazione per l’inadeguato trattamento che avrebbero ricevuto, non nella loro ideologia di intollerante supremazia; da questa situazione deriva la complicazione che nello scontro relativo al fondamentalismo islamico e alle sue cause è attivo anche un fronte interno del quale l’ambiguità delle comunità islamiche in Europa è solo una parte.
  • l’interessata inadempienza della politica che si avvia alla irrilevanza: politici che nonostante le grandi promesse e le grandi kermesse autocelebrative non sono leader con visione, ma succubi della grande finanza, interpreti superficiali del mood popolare, magari occasionale, e in realtà operano per ridurre gli spazi di democrazia (per esempio con il trasferimento di sovranità a organismi non eletti, e con l’esclusione di alcuni meccanismi decisionali, come i trattati internazionali, dalla potestà referendaria);
  • la pretesa di esportare con la forza la democrazia parlamentare rappresentativa in paesi ancora invischiati in strutture politiche tribali (e/o condizionati da forti intrecci tra religione e politica) accompagnata da errate scelte di alleati (i fautori delle primavere arabe, un fuoco di paglia che ha generato morti e peggioramento delle condizioni di vita delle popolazioni coinvolte amplificando i drammi di terrorismo e migrazioni) e di avversari (p.e. Putin, in nome del mantenimento dello stato quo in Crimea e delle stanche rivendicazioni egemoniche americane sui Balcani e nel Mediterraneo e a spese di tante concrete convergenze tra UE e Russia, dall’approvvigionamento energetico al contenimento dell’estremismo islamico, alla bilancia commerciale); abbiamo anche visto rovesciamenti di fronte come nel caso dei rapporti tra UE e Turchia con contraddizioni clamorose per esempio tra l’affidamento del ruolo a pagamento di “guardia di frontiere” all’esecrazione della politica turca sui diritti umani.
  • il dogma dell’austerità sempre e comunque, osservato dall’Unione Europea, una fissazione strumentale contro la quale si sono espressi illustri premi Nobel per l’economia, ma l’ideologia e la prassi germanica non si smuove (anche perché sostenuta da concreti interessi) e continua con regole redatte e applicate dalla burocrazia UE tedesco-dipendente in modo da favorire sempre il mondo tedesco e i suoi satelliti.

Parte dell’intellighenzia europea, e in particolare italiana, comincia a capire e a fare larvatamente autocritica. Tra questi alcuni erano stati molto, ma molto critici con chi come la Fallaci aveva da anni denunciato che sarebbe scoppiata inevitabilmente una guerra, ma anche con chi come Houellebecq nel romanzo Sottomissione preconizza una presa soft del potere da parte dei musulmani in Francia. Meglio tardi che mai. Dà però fastidio che l’intellighenzia non rinunci a salire ancora una volta in cattedra e a scoprire tardivamente l’acqua calda; francamente risulta strumentale e incomprensibile il generalizzato attacco – ora di moda – contro le élite nelle quali si include indiscriminatamente tutta la classe dirigente. Una lista dettagliata dei componenti l’élite la dà Federico Rampini che nel suo recentissimo libro “Globalizzazione e immigrazione. Le menzogne delle élite” si esprime cosi “Per élite intendo un ceto privilegiato che estrae risorse dal resto della società, per il potere che esercita direttamente: politici, tecnocrati, alti dirigenti pubblici nella sfera di governo; capitalisti, banchieri, top manager nella sfera dell ‘economia. Più coloro che hanno un potere indiretto attraverso la formazione delle idee, la diffusione di paradigmi ideologici, l’egemonia culturale: intellettuali, pensatori, opinionisti, giornalisti, educatori. Ci sono dentro anch’io.”

La lista delle categorie è lunga e se veramente avessero mentito e/o tradito tutti gli esponenti di queste categorie, per il’Occidente ci sarebbero poche speranze. E’ invece proprio il caso di distinguere tra i diversi componenti di queste categorie perché, per fortuna, non tutti hanno sostenuto le verità di moda e di comodo (adesso va di moda chiamarle post-verità) del “politically correct”, del relativismo generalizzato, del multiculturalismo, del “ce lo chiede l’Europa”, delle colpe del neocolonialismo, dell’internazionalizzazione come panacea, dell’esportazione forzosa in tutto il mondo dei sistemi politici occidentali.

I possibili percorsi per uscire dalla crisi

Più che cercare i colpevoli occorre investire su chi ha compreso le dinamiche sia disponibile a fronteggiarle con successo e nel contempo abbia qualificazione ed esperienza. Francamente la convinzione, diffusa in particolare in Italia, che l’incompetenza sia un pregio e che la novità sia in sé un valore è una tesi che non regge e di guai ne può generare tanti. Piuttosto, sempre con riferimento all’Italia, mettiamo a posto principi e regole, dalla legge elettorale alla rinegoziazione di gran parte dei Trattati europei – infarciti di false assunzioni e deduzioni (a partire dall’austerity) basate su modelli superati – che hanno mostrato i loro limiti drammatici.

Vediamo per esempio quali sono le proposte avanzate da Rampini su obiettivi e metodi per uscire dalla crisi: “un’economia liberata dai ricatti delle multinazionali e dei top manager; un’immigrazione governata dalla legalità e nella piena osservanza dei nostri principi; una democrazia che torni a vivere dell partecipazione e del controllo quotidiano dei cittadini; e, infine, un dibattito civile ispirato all’obiettività e al rispetto dell’ altro, non ai pregiudizi, all’insulto ealla gogna mediatica dei social.” Sono indicazioni abbastanza generiche per essere condivisibili. Mi disturba l’accenno ai social come se fossero parte dei problemi, mentre l’aggressività il cattivo gusto e ovviamente la gogna vanno evitate su qualunque canale di comunicazione dai giornali, alle TV, ai pamphlet – scientifici o sedicenti tali – e non solo nei social. Ma questo discorso ci porterebbe lontano. Più significativa può invece essere qualche considerazione sulla rilevanza che la dimensione comunicazione riveste nello scontro in atto. Il libro di Federico Rampini è ricco di elementi di informazione e mantiene un ottimismo di fondo con il quale concordo. Lo ho letto con interesse e lo consiglio, ma rimane un testo dedicato più all’analisi, anzi al “rimprovero” che alle proposte.

E’ evidente che solo l’Europa può affrontare con qualche prospettiva di successo una crisi che è certo di dimensioni incompatibili con le capacità di intervento di un singolo Paese e che va riconosciuta come intreccio di questioni drammatiche (globalizzazione, migrazioni guerre e terrorismo) che richiedono un approccio integrato. Né si può contare, per quanto riguarda l’area mediterranea, su di un’azione condotta dagli USA che forse non considerano più il Mediterraneo uno scacchiere primario, debbono gestire una fase di dialettica serrata con la Russia e sembrano orientarsi verso un atteggiamento che, rispetto al passato anche recente è più “isolazionista” e non mira a esercitare il ruolo di “poliziotto del mondo”. Forse visti i risultati conseguiti con la fase interventista (Afganistan e Iraq) è meglio così. Tornando all’UE, gli egoismi hanno prevalso, le discussioni sterili si sono susseguite, si è oscillato tra posizioni anche molto divergenti con atteggiamenti ondivaghi, ma fatti concreti e consistenti ne sono emersi ben pochi, anzi in alcuni casi si è arrivati al ridicolo come sui criteri per la ripartizione dei richiedenti asilo (e ancor più sui numeri di quelli effettivamente ricollocati in base a quei criteri). Unico programma articolato è quello italiano denominato Migration Compact il cui destino è ancora incerto, anche se permane la possibilità che venga adottato. Una prospettiva favorevole si apre in considerazione degli imminenti impegni internazionali dell’Italia a livello sia europeo (su temi quali la revisione del Bilancio UE, la revisione dei Trattati sulla gestione dei flussi migratori), sia G7 (a Taormina con presidenza italiana) sia G20, sia mondiale con la presenza dell’Italia nel Consiglio di Sicurezza dell’ONU, quale membro non permanente.

Una regolata al processo di globalizzazione, ammesso che sia ancora possibile o, almeno, un stretta ben progettata al potere, oggi incontrollato, della finanza internazionale è invece questione che va ben aldilà della dimensione europea e coinvolge in primo luogo gli Stati Uniti, ma anche con ruoli crescenti la Russia e la Cina. Le decisioni che prenderà al riguardo nei prossimi mesi il Governo USA, aldilà delle esternazioni di Trump, ci farà forse capire cosa ci aspetta su questo fronte.

Contributi certo solo orientativi ma mirati in concreto sulle decisioni da prendere si possono trovare in due miei post:

Sarebbe interessante se la lista delle indicazioni mirate potesse essere commentata e arricchita da chi abbia voglia di farlo…

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Da oltre quindici anni Andrea Camilleri aveva avvertito la neghittosa intellighenzia italiana dell'imminente arrivo di inarrestabili migrazioni


In un post di qualche giorno fa, intitolato “Parliamoci chiaro sulle caratteristiche, le cause e i possibili rimedi della crisi mondiale tra globalizzazione, migrazioni guerre e terrorismo, ho commentato prendendo spunto da un recente libro di Federico Rampini intitolato “Globalizzazione e immigrazione. Le menzogne delle élite” l’inizio di una larvata autocritica della intellighenzia di sinistra rispetto alla sottovalutazione, e a mio avviso la sostanziale incomprensione, del tragico fenomeno delle migrazioni, con tutti i connessi drammatici problemi. Su questa volontaria sordità della sinistra avevo già richiamato l’attenzione in un intervento di circa 6 mesi fa osservando che fino a pochi mesi fa non solo andava di moda deprecare chi, come Oriana FallaciMagdi Cristiano Allam, da posizioni critiche verso la sinistra esprimeva preoccupazioni sui rapporti con l’Islam, ma addirittura si censurava di fatto chi all’interno della sinistra esprimeva motivati allarmi al riguardo. Citavo come esempi studiosi che l’intellighenzia nazionale ha venerato, come Franco Cardini, Umberto EcoGiovanni Sartori le cui preoccupazioni (riportate ai link corrispondenti ai nomi) in merito ai conflitti in corso sono state dalla grande maggioranza dei componenti delle élite bellamente ignorate.

Riordinando la biblioteca ho trovato un ulteriore esempio particolarmente significativo perché molto anticipatore: un intervento di Andrea Camilleri sul numero 2 di MicroMega del 1999 che non esito a definire profetico. Ne trascrivo un frammento che non ha bisogno di alcun commento:

5. Proprio mentre scrivo queste righe le bombe della Nato cadono sulla Jugoslavia e il problema dei profughi dal Kosovo appare in tutta la sua tragica e spietata evidenza. Ma, e di ciò sono perfettamente convinto, la situazione non resterà contingente: in Italia, questa specie di ponte gettato sul Mediterraneo, nei prossimi anni continueranno ad arrivare emigrati, alcuni forzatamente clandestini, spinti dal Terzo Mondo verso l’Europa da un’illusione di pace e di lavoro. Negli anni di poco successivi alla scadenza del Duemila credo che si assisterà a un fenomeno di emigrazione di proporzioni colossali e imprevedibili. Non sono singoli individui che dalla loro patria si spostano altrove, ma intere famiglie, tribù, clan con le loro religioni, usi, costumi, riti, abitudini. Occorre una considerazione tutta nuova del fenomeno. Sarà possibile un’integrazione?Sono sinceramente pessimista. L’integrazione razziale negli Usa c’è stata (malgrado ancora esistano forti frizioni ), ma lì il fattore tempo, bene o male, ha giocato a favore. Oggi però lo spostamento di intere comunità verso l’Europa avviene in tempi così rapidi e tumultuosi da rendere già ardua una civile accoglienza. Sara impossibile chiede- re a queste comunità l’abbandono dei loro modi di vita per abbracciare tutte le regole di chi li ospita. Impossibile, ripeto. Tanto impossibile da rendere vano e ridicolo ogni attacco isterico di razzismo. Sono convinto, ma senza dramma e senza rimpianto, solo serenamente prendendo atto del corso delle cose, che l’Europa del Tremila sarà multietnica e multirazziale. ….

Due osservazioni a questo testo che avrebbe meritato ben altra attenzione alle elite o presunte tali che guidano i destini dell’Italia e dell’Europa:

  • francamente di quello che accadrà nel Tremila non sono tanto interessato (e comunque non credo a previsioni così lontane nel futuro);
  • manca totalmente da parte di Camilleri un’indicazione su che fare per contenere, gestire, indirizzare,.. il fenomeno lucidamente previsto.

Nel post di qualche giorno fa ho tentato un elenco di azioni a mio avviso utili allo scopo e ho lanciato la provocazione di avviare una raccolta di valutazioni al riguardo. Non credo basti arginare l’emergenza quotidiana fingendo di poterci permettere quanto a prospettiva strategica l’atteggiamento astensionista del “wait and see“: la posta in gioco è troppo alta.

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I migranti, la comunità radical chic di Capalbio e il signor de La Palisse


Lo spirito di accoglienza incondizionata dei migranti che anima la grande maggioranza dei radical-chic italiani – fautori in particolare della  loro distribuzione in piccoli gruppi in tutti i Comuni d’Italia – si è spento di fronte agli interessi particolari di una delle più consolidate comunità di questo tipo, quella di Capalbio, quando è emerso che un gruppetto di migranti era destinato al loro esclusivo angolo di paradiso. Non mi dilungo sul livello logico-culturale, veramente da casta o elite privilegiata, delle argomentazioni con le quali noti esponenti del gruppo hanno motivato il loro rifuto. Mi limito a dare i link per un florilegio da destradal centro e da sinistra nella stampa ferragostana. Si conferma la sindrome NIMBY (Not In My BackYard, cioè l’assoluta aprioristica ostilità a qualunque insediamento nel proprio territorio, comportamento che la lobby di Capalbio conosce bene visto che si gloria di un attivismo”antemarcia” contro il nucleare dalle loro parti che risale all’inizio degli anni ’80).

Apparentemente di ben altro tono le dichiarazioni di ChiccoTesta  che, non a caso, da antinucleare è diventato esponente im prima fila della pattuglia filonucleare (sparuta in Italia) nella quale io milito da sempre. Chicco di fatto si dissocia dai suoi compagni di vacanze capalbiesi e sottolinea come il punto chiave sia utilizzare i migranti per risolvere i problemi del territorio che li ospita valorizzando le loro competenze. Come dargli torto? Anzi, condividendo i suoi auspici, gli si potrebbe assegnare un riconoscimento, ma dovrebbe essere quello dell’ovvietà intitolato al signor de La Palisse. Peccato che sorvoli sui dettagli operativi, liquidando con la facile invettiva “sciocca burocrazia” la domanda dell’intervistatore che ricorda come lo status di rifugiato non preveda l’obbligo del lavoro. Per andare sul pratico, che fare se i migranti si rifiutano? Come metterla con norme a vario livello (inclusi trattati internazionali) che attualmente impediscono un’operazione del genere? Data la sua storia di parlamentare e manager forse Chicco Testa potrebbe suggerire quali modifiche proporre alle prescrizioni vigenti, in che sede, per iniziativa di quale soggetto istituzionale e con quali prevedibili tempi di risposta. Francamente, pensare di risolvere la questione affermando “dei cinquanta migranti si faccia carico il sindaco, ma non solo per trovare loro un alloggio, ma per farli diventare utili“, come da lui sostenuto, mi pare quantomeno semplicistico nel quadro normativo e operativo attuale.  Tanto per citare qualche numero, i Comuni italiani sono più di ottomila e oltre la metà hanno meno di mille abitanti. E come la mettiamo con i disastrati bilanci comunali in un dissesto purtroppo diffuso quanto quello idrogeologico il cui rimedio Testa vorrebbe affidare ai migranti. E che diciamo ai disoccupati (organizzati o meno, inseriti nei cosiddetti Lavori socialmente utili, o meno, associati in cooperative serie o meno serie)? Forse qualcuno dovrebbe ricordargli visto che si parla di Marina di Capalbio, che “tra il dire e il fare c’è di mezzo il mare” e in questo caso un mare fatto anche di regole apparentemente di garanzia, in realtà di impedimento se non di blocco, che molti degli esponenti della lobby di Capalbio nei rispettivi ruoli, hanno contribuito a propugnare, imporre e difendere.




Il pericolo dell'oblio da difesa. Decidere di non vedere la realtà perché ci fa male non aiuta ad affrontare la guerra contro il terrorismo e l'ISIS


Qualcuno prova, elencando fatti molto significativi ma purtroppo sottovalutati o deliberatamente ignorati, ad aprire gli occhi a quella ampia fascia di Italiani (e di Europei) che si illude sulla realtà della guerra contro il terrorismo islamico e l’ISIS.




Stenta a passare il messaggio che la tragedia migranti, terrorismo, ISIS è anche questione di comunicazione, di propaganda (o marketing). Updated


Qualcosa comincia a muoversi nella direzione di usare gli strumenti della comunicazione e dell’informazione nel contesto della tragedia  migranti, terrorismo, attacco dell’ISIS all’Occidente, perché pochi si rendono conto di come la comunicazione sia stata importante in passato durante altre tragedie della storia.




La Carta di Maccarese è ancora attuale?


La Carta di Maccarese fu preparata dalla FIDAF nel 2001,  prima del G8 di Genova. I tragici fatti di allora annullarono ogni buon proposito.  A 15 anni di distanza aggiungo alcuni recenti commenti:

«Noi avevamo fatto un tentativo ragionevole per  risolvere  l’accensione del detonatore che più ci preoccupa: la fame»;

“Oggi gli stati ricchi e i ricchi in generale non possono pensare – al di là del giudizio etico – di potersi godere in pace la propria ricchezza. Prima o poi arriva il momento del redde rationem. Come sempre è meglio prevenire. Ma siamo ancora nel buio pesto…»;

«Sarebbe bello se potessimo aprire un dibattito in questo campo, un dibattito pubblico anche se virtuale. Potrebbe la FIDAF esserne promotore?».

«In qualche tratto la carta può apparire un pò  ingenua, ma questo significa solamente che la situazione ora è ancora più incarognita di qualche anno fa e che quindi molte speranze di allora rischiano di essere solo utopie al giorno d’oggi»;

«Conserva  la freschezza, la lungimiranza, la sua inossidabile attualità”

L’EXPO 2015, Feeding the planet – Energy for life sta a testimoniarlo.

Di seguito la versione  in italiano e in inglese.

COSTRUZIONE SOLIDALE DELLO SVILUPPO GLOBALE ED EQUO FRA I POPOLI

La riflessione della FIDAF ed il suo appello

Luglio 2001 – G8 di Genova

La globalizzazione è un processo inarrestabile di trasferimento e diffusione di conoscenze, cultura, informazioni, innovazioni, tecnologie, prodotti, servizi e capitali su tutto il pianeta. Se ciò avviene alle condizioni di massima convenienza economica e di minima protezione doganale, vengono favorite le più competitive combinazioni dei fattori produttivi e i maggiori ritorni economici. Questo fenomeno, che sicuramente crea nuove opportunità scientifiche, tecnologiche ed economiche e la più estesa partecipazione della mente e dell’inventiva umana, per la produzione di ricchezza non può essere basato su di una filosofia economico-politica che di fatto finisca per favorire un sistema produttivo improntato al liberismo deregolato e addirittura selvaggio.

Solo un “Governo Mondiale nella democrazia” potrebbe contemperare efficacemente i benefici dell’economia di mercato con i princìpi di salvaguardia sociale, di rispetto dei diritti umani e dei valori delle diversità culturali, della tutela delle risorse naturali e delle esigenze della sostenibilità ambientale. L’assenza di un tale “Governo” mette in luce un vuoto preoccupante che giustifica la nascita di:

  • movimenti anti-globalizzazione, rappresentati dal cosiddetto popolo di Seattle, pacifico, ma anche incline a qualche forma di violenza,
  • organizzazioni di solidarietà e di assistenza (ONG), che operano da tempo in tutto il variegato mondo dei Paesi in via di Sviluppo (PVS) e anche nei Paesi cosiddetti “in transizione”.

Nelle società civili dei Paesi Sviluppati e non, si sta fortunatamente facendo strada il Principio della Responsabilità Planetaria Individuale. Per una prospettiva di sicurezza per le generazioni attuali e per quelle future, occorre una impetuosa mobilitazione delle capacità umane e tecnico-scientifiche di tutti i Paesi, necessariamente sostenute da adeguate risorse finanziarie, per innescare un circolo virtuoso capace di autoalimentarsi.
E’ infatti troppo spesso ignorato il ruolo della ricerca scientifica pubblica che da sempre è stata prodiga di conoscenze, formazione e di know-how attinenti un più equo sviluppo delle popolazioni delle regioni economicamente meno sviluppate. Si tende, infatti, poiché più lontani dal comune sentire, ad omettere la scienza e l’innovazione tecnologica dai fattori del progresso che, come p.e.: telecomunicazioni, informatica, trasporti, stanno rendendo irreversibile la globalizzazione.
La situazione sociale ed economica del mondo sottosviluppato indica, e non da oggi, nella povertà, nell’insufficienza e insicurezza alimentare e nutrizionale, nel degrado ambientale, nel depauperamento delle risorse naturali ed energetiche, le emergenze più gravi di questi tempi. Di queste preoccupanti situazioni l’agricoltura, il settore primario lato sensu, per le sue deficienze è causa o concausa, ma – paradossalmente – è anche la soluzione grazie alle sue potenzialità fondate sulla scienza, sulla tecnica e sulle vaste e diffuse capacità dei suoi addetti.
L’agricoltura è l’attività produttiva umana – in confronto agli altri grandi fattori macroeconomici, imprese e servizi – più soggetta alle influenze ed alle variazioni fisiche e biologiche occorrenti negli ambienti terrestri; ma è anche la forma di lavoro umano, quella insostituibile e fondamentale industria che, attraverso le biofabbriche, le piante verdi, accumula, utilizza, trasferisce e trasforma in prodotto l’energia più pulita e gratuita del mondo: la solare.
All’agricoltura è oggi riconosciuto un ruolo multifunzionale, dalla produzione vegetale e animale alla tutela dell’ambiente antropizzato e del paesaggio, dall’ecocompatibilità alla sostenibilità di una produzione capace di soddisfare le esigenze dei consumatori, di tutti gli uomini, sia dei Paesi industrializzati che di quelli in via di sviluppo, dove vivono 800 milioni di persone con il rischio costante di morire di fame. In nessun Paese l’agricoltura può essere più concepita come un’attività residuale a cui riservare il solo ruolo di produzione di materia prima per uso alimentare e, su scala ridotta, anche materia prima per uso industriale e farmaceutico. Nei PVS, il decollo del settore primario si è verificato con un ritardo di almeno un secolo rispetto ai Paesi economicamente più avanzati. A partire dagli anni Ô60, la cosiddetta “Rivoluzione Verde” ha consentito un aumento medio di produttività dei cereali più importanti (frumento, mais, riso e sorgo) del 2,5% annuo, grazie al ricorso alla ricerca scientifica ed in particolare alla genetica, all’uso dei prodotti agrochimici ed all’estensione della irrigazione.
Senza la “Rivoluzione Verde”, salto epocale, si sarebbero dovuti mettere a coltura – distruggendo preziose foreste e riducendo le già scarse risorse idriche – altri 1.500 milioni di ettari soltanto per i cereali: una superficie vasta 50 volte la superficie agricola italiana! L’agricoltura intensiva ad alto impiego di mezzi tecnici non è stata e non è scevra di conseguenze negative sull’ambiente (acqua, suolo, biodiversità, desertificazione), sull’assetto sociale e sulla cultura delle popolazioni rurali nelle varie zone agroecologiche del pianeta.
Tutti gli studi concordano nel ritenere che, sull’onda del rinnovamento avviato dalla “Rivoluzione Verde” e dalle nuove agrobiotecnologie, sia attendibile nei prossimi 20-30 anni il conseguimento di livelli di produzione agrozootecnica sufficiente a nutrire e garantire la sicurezza alimentare per tutti i popoli della Terra. Lo sviluppo del capitale umano e della ricerca scientifica è la condizione indispensabile per accrescere la produttività, per un ulteriore forte progresso tecnologico, per una “Rivoluzione Sempreverde”, che coniughi i necessari aumenti produttivi con la conservazione e l’uso sostenibile delle risorse naturali e determini e sostanzi uno sviluppo rurale foriero di miglioramento delle condizioni sociali ed economiche delle popolazioni agricole che, in molti paesi, costituiscono la maggioranza dei cittadini.
Dal 2000 al 2025 la popolazione mondiale crescerà di oltre 2 miliardi di persone e, tenuto conto dell’esigenza di adeguare il livello alimentare di tutti i popoli, occorre raddoppiare l’attuale produzione agroalimentare. Per far fronte a tale fabbisogno, oltre ad una più equilibrata distribuzione della produzione, si dovrà aumentare la superficie coltivata e/o la produttività. Il possibile aumento di superficie è molto limitato e comunque sul piano ambientale non consigliabile. Tale aumento può contribuire soltanto al 7%, il restante 93% (la quasi totalità) deve essere fornito dagli incrementi di produzione per unità di superficie. Come fare? Quali nuove tecnologie?
La risposta non è così semplice. È l’uomo, con la sua identità culturale e le sue conoscenze tradizionali, che deve essere posto al centro del progetto di sviluppo.
La Politica di Cooperazione Internazionale per lo Sviluppo, se si limita alla cancellazione del debito, ai mega progetti avulsi dal contesto sociale, al potenziamento e alla ridefinizione dei compiti degli Enti sovranazionali (FAO ed altri), non può fornire una risposta adeguata ai problemi della povertà, della sicurezza alimentare e della salvaguardia dell’ambiente. Il coinvolgimento dei cittadini sui due versanti Nord-Sud, le Istituzioni locali, le Associazioni piccole e grandi, possono e devono diventare le maglie basilari per costruire una rete di scambio capace di governare la globalizzazione, contrastandone gli effetti deleteri, e utilizzandone le immense opportunità per la crescita sociale ed economica di tutti indistintamente.

Maccarese, 13 luglio 2001

CARTA DI MACCARESE  

FIDAF (Federazione Italiana Dottori in Agraria e Forestali), consapevole, anche per memoria storica, dei problemi inerenti le grandi emergenze dell’umanità, povertà, fame, malattie, diritti civili, degrado ambientale, depauperamento delle risorse naturali ed energetiche, ha voluto, nella imminenza della riunione del G8 di Genova, raccogliere a Maccarese (località nelle vicinanze di Roma, punto di incontro di ricerca, anche internazionale con particolare riguardo alla biodiversità, formazione e attività produttiva agricola) persone sensibili e competenti per dibattere ed elaborare una proposta in merito.
Le persone riunite a Maccarese fanno appello ai governanti dei Paesi del G8, a cominciare dall’Italia e propongono la Carta di Maccarese, articolata secondo i seguenti principi, linee e parole guida:

  1. “globo dei villaggi” per salvaguardare la ricchezza delle identità culturali e territoriali dei popoli di questo pianeta, piuttosto che un solo “villaggio globale” uniformato culturalmente;
  2. affermazione della “ruralità”, intesa anche come capacità imprenditoriale radicata nel territorio, valore e motore primo dell’innesco dello sviluppo socio-economico;
  3. promozione dello sviluppo rurale – favorendo anche l’accesso alla terra e al credito – primo strumento per contrastare lo spopolamento delle campagne, il degrado del territorio e l’urbanizzazione massiccia, madre di baraccopoli;
  4. riconoscimento della forestazione, come elemento insostituibile della difesa dell’ambiente, la lotta alla desertificazione ed il contenimento dell’esodo delle popolazioni dalle regioni montane del pianeta;
  5. salvaguardia della diversità delle culture rispetto alla pressione della monocultura consumistica e invadente delle città-metropoli;
  6. promozione di consumi consapevoli e responsabili piuttosto che corsa al consumismo indotto in modo ossessivo (accanimento consumistico);
  7. sostegno a ricerca, formazione e divulgazione attinenti il miglioramento delle colture locali, l’uso razionale delle risorse idriche e del suolo, la tutela e la valorizzazione della biodiversità delle piante e degli animali;
  8. accesso alle conoscenze tecnico scientifiche, in un quadro di compatibilità etica e morale, che possono portare sollievo alle emergenze suddette;
  9. sviluppo di rete di “gemellaggi tra comunità/villaggi” delle società avanzate ed emergenti;
  10. mobilitazione delle risorse umane e tecnico-scientifiche per la progettazione e realizzazione di “realtà” sostenibili, responsabili e rispettose delle diversità culturali, sociali, biologiche e ambientali.
    Le persone riunite a Maccarese fanno appello inoltre al Capo dello Stato, al Parlamento e al Governo Italiano affinché:
  • la cooperazione per lo sviluppo sia considerata parte integrante della politica estera e fornisca il quadro per una efficace moltiplicazione di interventi significativi, quali i programmi bi -multilaterali, i consorzi intergovernativi;
  • siano attivate risorse dirette e indirette, istituzionali e non, adeguate sul piano finanziario e tali da promuovere nella società civile una impetuosa mobilitazione delle capacità umane e tecnico-scientifiche.

ADESIONI

Rossi Luigi – Presidente della FIDAF,

Scarascia Mugnozza Gian Tommaso – Presidente Consorzio Agrital Ricerche – Maccarese,

Zoppi Sergio – Presidente Consiglio per la Ricerca e la Sperimentazione in Agricoltura

Giordano Ervedo – Professore – Dipartimento Forestale – Università “La Tuscia”

Giorgi Benito – Ricercatore ENEA

Sonnino Andrea – FAO

Ancora Giorgio – Ricercatore ENEA

Bagnara Domenico – Agronomo-Ricercatore

Basso Giovanni – Agronomo

Bertoni Giuseppe – Professore Università Cattolica “S. Cuore”

Bozzini Alessandro – FAO

Braggio Paolo – Agronomo libero professionista

Brunetti Nicola – Chimico – Ricercatore

Carrano Stefano – Agrital Ricerche

Colucci Federica –  Agronomo – Ministero delle Politiche Agricole e Forestali

Di Luozzo Vincenzo – Agronomo libero professionista

Donini Basilio – Agronomo-Ricercatore

Guerrieri Giovanni – Agronomo

Iannetta Massimo – Ricercatore ENEA

Lomonaco Fabio – Agronomo – Sviluppo Italia

Lucatello Gian Filippo – Agronomo libero professionista

Marconi Emanuele – Professore Università del Molise

Mathis Agostino – Dirigente ENEA

Menafra Francesco – Dirigente Ministero Attività Produttive

Paolinelli Franco – Agronomo

Picchi Antonio – Economista agrario

Porceddu Enrico – Professore – Università “La Tuscia”

Porfiri Oriana – Agronomo libero professionista

Ravà Pietro – Agronomo tropicalista

Santoro Nicola – Giornalista

Schiavone Panni Maurizio – Agronomo – Sviluppo Italia

Sorrenti Domenico – Ministero Affari Esteri

Tarsitani Luciano – Agronomo

Tomassetti Giuseppe – Dirigente ENEA

Vita Gianni – Ricercatore ENEA

Vedana Cecilia – FORMEZ

Ceccarelli Annalisa – APRE

Giuliano Giovanni – Ricercatore ENEA

Benvenuto Eugenio – Ricercatore ENEA

Dini Mario – Prof. Univ. Firenze

Trifiletti Filippo – CONFAGRICOLTURA

Laneri Ugo – Ricercatore ENEA

Pizzichini Massimo – Ricercatore ENEA

Porta-Puglia Angelo – Istituto Patologia Vegetale

Olivieri Angelo – Univ. Udine

Castelli Maurizio – Presidente Associazione Dottori in Agraria e Forestali di Mantova

Lucioli Luana  – ASL Roma Magini Mauro – Ricercatore ENEA

Ajmone Marsan Paolo –Università cattolica Piacenza

Triglia Antonio – FORMEZ

Zaniboni Evaristo – Imprenditore agricolo

Baroncini Claudio – IRCE

Federighi Tiziano – Consorzio Train

Kosturkova Georgina – Genetista, Bulgaria

Innocenti Franca – Casalinga, Imola

Boesso Annamaria – Casalinga, Roma

Mantovani Giovanni – ENPAIA

Filippi Pierluigi – Coldiretti

Cella Agostino – Spazio Verde

Bassani Luigi – ENPAIA

Lucretti Sergio – ENEA

Testa Gabriele – Presidente Associazione Provinciale di Bologna

Giannantoni Ugo – Presidente del Consorzio della Bonificazione Umbra

Commenti pervenuti: Min. Plen. Giandomenico, Sergio Dompé, Agostino Mathis, Paolo Braggio

JOINT CONSTRUCTION OF PEOPLES’ GLOBAL AND FAIR DEVELOPMENT

FIDAF ideas and call

Globalization is a relentless process of transfer and spread of knowledge, culture, information, innovation, technologies, products, services and capitals all over the planet. If all this occurs at conditions of both highest economic convenience and minimum custom protection, favoured will be the most competitive combinations of productive factors, as well as the best economic returns.This phenomenon surely creates new scientific, technological  and economic opportunities and the widest contribution of the human mind and imagination. However, the production of wealth cannot be based on a economic and political philosophy ultimately favouring a productive system based  on a deregulated, if not wild, liberalism.

Only a “World Government in democracy” could effectively conciliate the market economy benefits with the principles of social safeguard, of  respect of human rights and values of cultural diversity, as well as of  protection of natural resources and of the requirements of environmental sustainability. The absence of such “Government “ points out a worrying gap which justifies the origin of:

  • Anti-globalization movements, represented by the so called people of Seattle, pacific although showing inclination to some kind of violence;
  • Organizations for solidarity and assistance (NGO), operative after a long time in all the multiform world of the Developing Countries, as well as in the so called countries “in transition”.

In the societies of the Developed  and Non-developed Countries, a Principle of Individual World Responsibility is fortunately making its way. For a perspective of safety for both the present and future generations, a strong mobilization of human and technical-scientific skills in all Countries is needed, duly supported by adequate financial resources, in order to trigger a virtuous circle capable of self-feeding.

In fact, all too often the role of public scientific research is ignored, although always source of knowledge, training and know-how, linked to a more equitable development of populations in the economically less developed  region. Indeed, there is now  a tendency to disregard, in as much as farther from the popular feeling, science and technological innovation as factors of progress, although they are contributing , along with telecommunications, informatics, transports, etc., to making globalization irreversible.

The social and economic situation of the developing countries  identifies now, as much as in the past, the alimentary and nutritional insufficiencies, the environmental decay, the impoverishment  of natural and energetic resources as the most serious emergencies of our time. Agriculture, or, at large,  the primary sector, is the cause, or one of the causes of this reality. But it is also, paradoxically, the solution of it, thanks to its potentialities based on science and the vast  and widespread  skills  of its operators.

As compared to other great macro-economic factors, enterprises and services, agriculture is the human productive activity most prone to influences and physical and biological variations occurring in terrestrial environments. It  also represents, however, that irreplaceable  and fundamental industry which, through

the bio-factories, i.e., the green plants, accumulates, utilizes and transfers into a product the cleanest and cheapest energy in the world: the solar energy.

Today, a multi-functional role is also recognized to agriculture: from animal and plant production to the  safeguard of human environment and the countryside, from the eco-compatibility to the sustainability of a production  capable of meeting the needs of all consumers, in industrialized countries as well as in the developing ones, where 800 million people live under permanent risk of starving to death. In no country agriculture can be any longer conceived as a residual activity with the only role of producer of raw material, primarily for food and, on a smaller scale, for industry and pharmaceutics. In the Developing Countries, the take-off of the primary sector has taken place at least a century later than  in the economically most advanced Countries. Starting from  the Sixties, the so called “Green Revolution” has consented an average  increase in productivity of the most important cereals (wheat, corn, rice and sorghum) of 2,5% per year, thanks to scientific research  (particularly genetics), the use of agro-chemical inputs and the spread of irrigation.

Without the “Green Revolution”, a true milestone,  an area 50 times as much as the entire Italian farming land should have been converted into arable land, of which 1500 million hectares only for cereals, dooming to destruction precious forestry resources and further reducing the already  scarce water resources. A highly intensive agriculture with large use of technical inputs has not been, and is not, without negative consequences on environment (water, soil, biodiversity, desertification), on social equilibrium and on culture of rural populations in all agro-ecological areas of the planet.

All studies agree that, as an effect of the revival promoted by the “Green Revolution” and by the agro-biotechnologies, it can be expected that, in the next 30-40 years, levels of plant and animal production can be attained, sufficient to feed and guarantee  food supplies for all peoples of the planet. The development of human resources and of scientific research is the basic requirement for increasing productivity and for a further strong technological progress. In a word, for an “Evergreen Revolution” capable to combine the needed productive increase with the conservation and sustainable use of natural resources. It shall also determine  and strengthen a rural development leading to an improvement of social and economic conditions of farmers, which, in many countries, represent the majority of the population.

Between 2000 and 2025, the world population will increase of other 2 billion persons. Considering the    need of equalizing the food level for all peoples, a doubling of the present food production will be needed. In order to face this task, besides a better distribution of the production, an increase of arable land and/or productivity will be necessary. The former presents serious limits and, at any rate, is not advisable from an environmental point of view . Besides, it could only contribute a 7 per cent of the needed increase. The remaining 93 per cent will have to be the result of an increase of productivity.  What to do and how?

There is no simple answer. It is the man, with his cultural identity and his traditional knowledge, to have to be put at the center of the project of development.

A policy of International Cooperation for Development confined to debt remission, mega-projects having  no connection with the social reality, and a strengthening and  redefinition of aims of international organizations (FAO and others) cannot offer an adequate response to problems of poverty, food security and environmental safeguard. An involvement of citizens in both southern and northern regions of the planet, as well as of the local institution and the small and large Associations, can and must  become the basic structures to build a network of exchange capable to govern the globalization, countering its deleterious effects and utilizing the immense opportunities for social and economic growth for all.

Maccarese, July 13 2001

THE MACCARESE MANIFESTO

The FIDAF (Italian Federation of Agriculture and Forestry Graduates), aware, also  for historical memory, of the problems related to the great emergencies of  humanity, poverty, hunger, diseases, civil rights,  environmental decay, impoverishment of natural and energetic resources, at the eve of the G8 Meeting in Genoa wishes to convene to  Maccarese  (a site near Rome known as a meeting point also at international level, particularly relative to biodiversity, training and farming activity) sensitive and qualified people in order to debate and elaborate a proposal on the subject.

Persons gathered in Maccarese address an appeal to the rulers of the G8 countries, starting with Italy, and propose the “Maccarese Manifesto”, worded according to the following principles and guidelines:

  1. “globe of the villages” in order to safeguard the wealth of the territorial and cultural identities of peoples of this planet, rather than a single “global village” culturally uniformed;
  2. assertion of “rurality”, also intended as entrepreneurial capacity rooted in the territory, value and primary engine for the triggering of a socio-economic development;
  3. promotion of the rural development – also favouring the access to land and credit – primary instrument to counter the country depopulation, the decay of the territory and a massive urbanization, origin of slums.
  4. recognition of forestation as irreplaceable factor in the defense of the environment, the struggle against deforestation and the restraint of population exodus from the mountainous regions of the planet;
  5. safeguard of crop diversity in front of the pressure of a consumeristic and invasive mono-culture in large metropolitan cities;
  6. encouragement of responsible and conscious consumption, rather than a rush  to consumerism obsessively induced;
  7. support to research, training and spread of knowledge related to improvement of local cultures, a rational use of soil and water resources, the safeguard and development of biodiversity in plants and animals;
  8. access to technical and scientific knowledge, in a frame of ethical and moral compatibility, in order to relieve the aforementioned emergencies;
  9. development of networks of “twinnings between communities/villages” of developing and advanced societies;
  10. mobilization of human and technical and scientific resources to project and realize sustainable “realities”, responsible and respectful of cultural, social, biologic and environmental diversities.

People meeting in Maccarese  further appeal to the Chief of State, the Parliament  and the Italian Government to the end of:

  • Considering the cooperation for development an integral part of the foreign policy, able to supply a frame for an effective multiplication of meaningful interventions, such as the bi-multilateral and the intergovernmental consortia;
  • Activating direct and indirect resources , both international and national, financially adequate and capable of promoting in the society a strong mobilization of human and technical and scientific resources.

Maccarese, July 13, 2001




Stupido negare i fatti: il fondamentalismo islamico è come il nazismo, siamo in guerra ed è importante anche il "fronte interno"


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È in atto una censura strisciante che mette in ombra le dichiarazioni di coloro che invitano l’Occidente a rendersi conto che quella con l’ISIS è una vera e propria guerra da tempo in corso.

Alcuni sostenitori della tesi che questa guerra sia in atto sono etichettati come “politically incorrect” e solo a nominarli si incorre nello spregio dei “custodi unici della verità” un fronte nel quale militano grande maggioranza dei media e degli opinion leader. Tre esempi sono Oriana Fallaci, Magdi Cristiano Allam e Jens Stoltenberg: solo a nominarli in molti ambienti ti tolgono il saluto. Posso capirlo per il segretario generale della Nato (organismo che non gode di particolari simpatie anche s egli abbiamo comunque in teoria affidato la nostra difesa) ma molto meno per due scrittori che ha differenza di altri, il problema lo hanno studiato e abbastanza da vicino.

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È tollerato che venga citato quello che dicono leader politici dei diversi fronti purché la citazione sia accompagnata da una presa di distanza per testimoniare la consapevolezza che non dicono la verità, ma solo quello che loro conviene politicamente. Anche qui tre esempi: Manuel Vals, Barack Obama e Vladimir Putin.

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Ma quello che mi colpisce di più è il silenzio quasi totale sulle preoccupazioni in merito alla guerra in corso espresso da studiosi che l’intellighenzia nazionale ha quasi sempre venerato, come Franco Cardini, Umberto Eco, Giovanni Sartori (in particolare la doverosa celebrazione di Eco in occasione della sua recente scomparsa ha glissato su questo esplicito monito dello scomparso che aveva assimilato l’ISIS al nazismo).

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Anche questa asimmetria informativa rientra a mio avviso nella questione dell’equilibrio tra pluralismo e conformismo su cui ho richiamato il pensiero del grande Schulz di Peanuts.

Per comprendere cause e potenziali conseguenze di questo fenomeno può servire fare riferimento al concetto di “fronte interno” che ho richiamato facendo riferimento a quanro accaduto durante la Grande Guerra, combattuta in presenza di distinguo, dissidenze e opposizioni interne non marginali. Evidentemente un serio problema in più.

Fanno parte del fronte interno e sono oggettivamente ancor più pericolosi casi di cittadini o residenti italiani che aderiscono attivamente all’ISIS (per non parlare di fiancheggiatori o supporter più o meno espliciti presenti nelle comunità islamiche) . Cito il caso di Munifer Karamaleski che mi ha colpito per la sua imprevedibilità in quanto relativo a persona apparentemente inserita senza problemi particolari che dall’Italia è andato a fare il Tesoriere dell’ISIS. Questo caso come altri in Italia dimostra che è semplicistica l’analisi sociologica che vede nel disagio per inadeguato inserimento le cause delle follie del l’islamismo estremo. Una controprova a livello internazionale è il livello socioculturale alto dei terroristi che hanno perpetrato l’attentato di Dacca

Anche questo rientra nella questione dell’equilibrio tra pluralismo e conformismo su cui ho richiamato il pensiero del grande Schulz di Peanuts.




Contano di più i fatti, l'informazione sui fatti o le sensazioni "a prescindere", come diceva il grande Totò?


In un articolo dedicato alla dimensione comunicazione-informazione sul tema del fondamentalismo islamico citavo, tra gli esempi di fatti in sé molto rilevanti, ma sottovalutati dai media e dalla pubblica opinione ,eventi che avrebbero richiesto ben altra diffusione e risonanza:

La strage continua (ultimo episodio pochi giorni fa con una ventina di morti trucidati in occasione di un funerale notizia alla quale la Repubblica del 18 giugno dedica un quarto di colonna).  La sottovalutazione dei media pure; una riga è dedicata al tragico aggiornamento delle statistiche  “I gruppi jihadisti con quartier generale in Nigeria, in soli sette anni, hanno ucciso circa 20 mila persone e costretto oltre 2 milioni di nigeriani a fuggire negli stati vicini“.

E’ triste dover riconoscere che la “vicinanza” fa la differenza nell’attenzione ai drammi. Le vittime di attentati in Francia o negli USA ci colpiscono perché sono in contesti simili al nostro: ci identifichiamo con la loro situazione (è anche questo il senso del cosiddetto”fronte interno” in cui noi occidentali siamo impegnati nel conflitto in atto). Eppure in un passato abbastanza recente l’Occidente si è mobilitato contro ben più circoscritte manifestazioni di barbarie di componenti del mondo islamico; ricordo due casi di condanna a morte di donne per adulterio uno e per motivi religiosi l’altro che hanno portato a una qualche mobilitazione. Non erano presenti in questi casi segnali di potenziale identificazione; forse scattava un meccanismo di auto gratificazione per la partecipazione a “un impegno qualificante” sostenuto da “entità simbolo” come Amnesty International. Ora l’assuefazione ha dispiegato i suoi effetti e si preferisce ignorare i fatti per quanto siano tragici per continuità e consistenza numerica.

Può sembrare tenue o addirittura inesistente il collegamento con un altro episodio di questi giorni riferito da Michele Serra nella rubrica L’amaca su la Repubblica del 18 giugno (il testo completo lo si troverà probabilmente a partire da domani sulla pagina Facebook dedicata). Ne riporto uno stralcio:

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Il collegamento è nella ormai conclamata irrilevanza dei fatti rispetto alle opinioni, anzi agli umori che si manifestano appunto ” a prescindere”. Allora evviva Totò che aveva capito tutto: non a caso dai tempi del successo (sessant’anni fa) della rivista intitolata “A prescindere” quest’espressione è stata per decenni il lasciapassare per giudizi,diciamo così, “a priori” (chissà che penserebbe Kant di tale uso arbitrario dell’espressione da lui coniata).

Mi diverte segnalare un altro sintomo di questo rovesciamento di pesi tra fatti e opinioni. Il settimanale Panorama ai tempi del Direttore Lamberto Sechi caratterizzava la propria linea con il claim “I fatti separati dalle opinioni” oggi si è allineato al trend con il titolo di una sezione (che però suona tanto come un nuovo claim) “Le tue opinioni sono un fatto”.

E poi qualche amico mi accusa che sono ripetitivo e ossessivo nelle mie tirate sul relativismo. Confesso, ma mi dichiaro colpevole e recidivo e le ripeto ancora una volta: i fautori del multiculturalismo estremo, del relativismo, del post-modernismo e del pensiero debole hanno già fatto abbastanza danno; grazie, basta così.




Per gestire terrorismo, migrazioni e presenze islamiche in Europa ritorna il concetto di "fronte interno" utilizzato durante la Grande Guerra?


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Vari messaggi, diversificati ma convergenti nelle indicazioni conclusive, mi hanno indotto a ritenere che vada integrata la mia valutazione sull’essere prioritario operare sulla sponda africana per affrontare con successo il tragico groviglio che collega sottosviluppo, fame nel mondo, emigrazione fondamentalismo islamico, ISIS e terrorismo . L’integrazione deve riguardare considerazioni sulle scelte e sulle azioni da condurre all’interno di ciascun Paese e dell’UE nel suo insieme. Le riassumo brevemente.

  • La gravità della situazione dell’ordine pubblico in Francia non è né una novità, né un fenomeno circoscritto a individui, come dimostra il caso di Marsiglia, città per la quale fin dal 2013 il Partito Socialista con Ségolène Royale (e non il Fronte Nazionale di Marine Le Pen) chiedevano l’intervento dell’esercito. per ricostruire agibilità e controllo di aree largamente sottratte alla legalità repubblicana. Questa situazione fa da sfondo a un lungo elenco di episodi specifici riconducibili a islamici residenti in Francia (Bataclan e non solo) del quale ultimo esempio è l’uccisione di marito e moglie entrambi poliziotti. Le recenti dichiarazioni del premier Valls che preconizza un lungo periodo di conflitto (ha parlato di una generazione per indicare la sua presumibile durata) aumentano le preoccupazioni. Analoghe considerazioni si possono fare per il Belgio.
  • Il ripetersi di attentati negli USA perpetrati da cittadini americani di origine islamica per i quali si presentano spesso situazioni di dottor Jekyll e Mister Hyde nel senso che i vicini descrivono quasi sempre il terrorista come una persona “normale” ma i servizi di sicurezza spesso hanno avuto questi protagonisti tra i loro “attenzionati”. Sorge la domanda critica sul perché siano stati “lasciati andare” da chi di dovere. Molti ritengono che regole e comportamenti genericamente garantisti siano stati nei fatti pesantemente nocivi obbligando in sostanza a un “non luogo a procedere” pur in presenza di indizi significativi. E’ la delicata questione del contrasto tra tutela dei diritti del singolo e diritto alla sicurezza della comunità, un contrasto irrisolto nella civiltà giuridica occidentale con danni manifesti e a volte enormi per la comunità. Quel che stupisce è che anche negli USA, ritenuti un paese “sbrigativo”, si sia penalizzata la difesa dei diritti della comunità come illustrato in dettaglio in un documento – presentato come proveniente dal mondo dei servizi di intelligence americani - dove sono indicati anche i possibili rimedi a livello normativo e di prassi operative. Ridurre il tutto al controllo del possesso di armi o a situazioni psicologiche individuali appare invero molto riduttivo. Del resto, se le procedure standard non sono efficienti nasce la tentazione di giustificare l’altro estremo rappresentato dal modello Guantanamo, dove tutte le garanzie sono cancellate. Se le previsioni di Valls dovessero essere confermate la questione di una revisione delle norme di garanzia si porrà, piaccia o non piaccia, in vari Paesi. Sommessamente ricordo che qualcosa del genere si è posta in Italia per la Mafia e per la lotta Brigate Rosse (la dolorosa esperienza attraversata allora ha lasciato un’eredità di competenze, di intelligence e operative, ritenuta tra le migliori nel mondo).
  • Le considerazioni di Bernardo Valli  (vedi  Repubblica del 15 giugno) sugli aspetti socio-psicologici del disagio ma anche della delinquenza da lui individuati come terreno di coltura per un’adesione al fondamentalismo che follemente è percepita dagli interessati come una legittimazione e una catarsi. E’ interessante anche la notazione che i successi militari contro l’ISIS gli tolgono terreno per i campi di addestramento dei loro adepti e si innesca una sorta di compensazione con la  recrudescenza del terrorismo in Europa dei ridimensionamento dei territori conquistati. Una ulteriore recrudescenza potrebbe essere attivata da eventuali future azioni militari con presenza di truppe occidentali sul campo.

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  • Il tragico richiamo al franchising di Marek Halter ancora su Repubblica del 15 giugno per segnalare che “Oggi allo Stato islamico basta offrire il proprio copyright del terrore a dei balordi o a degli psicolabili. Gli basta perfino appropriarsi di ogni atto criminale, meglio se particolarmente cruento, a lui possibilmente riconducibile

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A questa lista si possono aggiungere elementi specifici desunti dall’esperienza italiana che menziono solo per titoli:

  • la scoperta che esistono foreign fighters italiani con relativi fiancheggiatori che talvolta sono di origine italiana e convertiti all’Islam in età adulta
  • le ripetute minacce rivolte direttamente all’Italia da diverse componenti della galassia fondamentalista con accentuazione nell’ultimo periodo di quelle di provenienza ISIS
  • gli accesi contrasti sulla politica da adottare nei confronti dei migranti (riguardo a  assistenza, identificazione, accoglienza, trattamento durante il periodo di selezione, decisamente troppo lungo, con relative proteste, rifiuti e scontri); contrasti per ora contenuti, ma da non sottovalutare soprattutto in situazione di sofferenza di strati consistenti di Italiani attanagliati da una crisi economica che stenta ad attenuarsi)
  • un atteggiamento ambiguo o quanto meno reticente delle comunità islamiche presenti in Italia che non hanno espresso le doverose condanne e non quel che più conta no collaborano a difendere il benessere i diritti e la pace di cui usufruiscono  e formulano distinguo, esimenti giustificazioni che sconfinano nel fiancheggiamento.

Mi è tornata in mente un’espressione incontrata quando al liceo si studiava la Grande guerra che già ai miei tempi – maturità nel 1962 – non era più presentata tanto come un’epopea conclusiva dell’unità nazionale quanto piuttosto come un’immane tragedia che non solo sconvolse per cinque anni il nostro continente, ma mise anche le premesse per i disastri dei decenni successivi. L’espressione “fronte interno” era usata per indicare tutte le questioni di gestione della situazione di belligeranza diverse dalla guerra guerreggiata ai confini – appunto al “fronte” – (allora i bombardamenti aerei delle popolazioni civili non avevano ancora preso piede). Tra l’altro i guasti del primo dopoguerra furono in parte causati dal permanere di questioni centrali del fronte interno (interventismo-pacifismo, nazionalismo-internazionalismo, difesa dei reduci-antimilitarismo, liberalismo-socialismo, …).

Potrebbe essere un utile esercizio costruire un grafico analogo a quello riportato per la Grande guerra ove indicare i diversi elementi del fronte interno legato al terrorismo islamico: gli articoli di varia provenienza sopra ricordati sono una fonte non marginale di informazioni per costruire questo schema. Il Governo italiano che con il Migration Compact ha formulato una proposta condivisa poi dalla UE per un’azione relativa al fronte esterno potrebbe formulare, coinvolgendo il Parlamento, un piano d’azione per il fronte interno, anche allo scopo di attenuare i contrasti interni che certo sono un grave ostacolo al conseguimento di un obiettivo così impegnativo e di informare  l’opinione pubblica, ovviamente solo in termini molto generali, del complesso delle azioni di prevenzione e repressione dispiegate. In particolare l’attuale collaborazione tra Paesi UE (e in ambito più ampio NATO) è lungi dall’apparire ottimale.

Speriamo di non avere davanti una nuova Grande guerra e tanto meno un nuovo primo dopoguerra. Ho già argomentato invece che dobbiamo recuperare lo spirito del secondo dopoguerra (può sembrare strano, ma è così: è stato meglio l’esito della guerra persa che quello della guerra vinta) per far partire uno sforzo coordinato di rilancio della civiltà occidentale a sostegno di tutti i popoli, civiltà che. pur con i suoi limiti, rimane un risultato del progresso umano che non ha senso mettere in discussione in mancanza di credibili realistiche alternative. Ripeto ancora una volta che una civiltà basata sul comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso” non è confrontabile con civiltà che proclamano lo sterminio fisico del diverso che che ne dicano i fautori del multiculturalismo estremo, del relativismo, del post-modernismo e del pensiero debole, Hanno già fatto abbastanza danno. Per chiudere con un sorriso evocherei il Corrado che presentava in TV la Corrida (spettacolo di gran successo che aveva come sottotitolo la frase “dilettanti allo sbaraglio”) e quando bisognava interrompere un concorrente disastroso, con cortesia interveniva con una frase che divenne un tormentone: “Grazie, basta così”.




"Fusse che fusse la vorta bbona" (Manfredi fine anni '50)


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Alcune mie riflessioni sulla necessità di risolvere la questione migranti con un piano di interventi integrati da realizzare con risorse UE nei paesi di provenienza e transito dei migranti sono state accolte da molti con freddezza e incredulità nonostante citassi testimoni come Giovanni Paolo II e Benedetto XVI, non solo autorevoli ma anche profetici perché affermavano già anni e anni or sono che il primo diritto dei migranti è quello di non essere costretti ad emigrare . Lo scetticismo è aumentato quando davo atto che il Migration Compact proposto dal governo italiano andava nel verso giusto e ancor più quando davo notizia di un apprezzamento da parte della burocrazia della Commissione e successivamente di una prima apertura da parte della stessa Merkel della quale ho descritto le piroette altalenanti concluse positivamente. Un messaggio convergente è venuto anche dal Governo di coalizione di Tripoli (debolino, in verità, ma dichiaratamente disposto a collaborare).

Ieri il primo passo formale della Commissione in una conferenza stampa a Bruxelles dove sono stati illustrati i contenuti della prima fase di intervento ma anche l’approccio complessivo e di medio termine secondo alcune anticipazioni informali.

Val la pena di leggere l’articolo del Sole 24 ore di stamattina che (anche se il titolo è riduttivo) è molto sintetico e documentato; non è necessario riassumerlo.

Sottolineo solamente (udite, udite) che è stato dato atto della provenienza italiana sia dello stimolo iniziale a procedere nella direzione della cooperazione internazionale sia di molte delle proposte puntuali, speriamo ora prossime al varo definitivo. Volendo sognare a occhi aperti lo si potrebbe leggere come un primo segnale di quella possibilità che l’Italia riacquisti un ruolo meno marginale nel processo decisionale UE pronosticata da alcuni osservatori inglesi (forse da loro auspicata, ma la vera partita è quella della cosiddetta Brexit che appare ancora molto incerta anche se la scadenza è prossima).

Ripeto le scuse sui miei riferimenti arcaici alla TV: la colpa è di Teche teche te su RAI 1, come ho detto in un post mirato a suggerire il superamento del pessimismo sempre e comunque, “a prescindere”. Qui ho evocato una gag di Nino Nanfredi (Canzonissima di fine anni ’50) nella quale raccontava di speranzosi tentativi sempre delusi. Aggiungo le scuse per aver inserito una gag in un argomento serio, anzi tragico: forse è una tipica applicazione del detto “ridere per non piangere” oppure è un modo, superficiale, per segnalare che siamo di fronte a una promettente inversione di tendenza e comunque all’avvio di un percorso di uscita da una situazione di stallo insostenibile che vedeva solo scambio di accuse e incomprensioni mentre Paesi come l’Italia e la Grecia erano (e per la verità sono ancora) lasciati soli con un carico insostenibile. Dovrebbe essere considerata una gag  – che certo non fa ridere – la pensata del austriaca: “teniamo bloccati i migranti nelle isole come facevano gli Americani a Ellis Island” . Altro che gag, è una proposta di Kurz Ministro degli Esteri dell’Austria guarda caso, uno dei pochi paesi europei che non ha coste e tanto meno isole.

Tornando seri, le priorità sono: revisione del trattato di Dublino che carica gli oneri di selezione e assistenza sui paesi ai quali appartengono i confini esterni dell’Unione e attivare immediatamente azioni preventive rispetto ai tentativi disperati di traversata, a cominciare da centri di smistamento nei lidi di partenza. La questione delle migrazioni si vince (o si perde) sulla costa africana sia per l’immediato sia per il medio lungo termine.