Perché diamo credito a infondate previsioni millenaristiche sul destino della nostra civiltà? Non è il modo per indurre ai giusti comportamenti


La filiale australiana della rete televisiva americana ABC News ha qualche mese fa riproposto le conclusioni di un ben noto studio del 1973 consistente nell’applicazione di un modello su computer per la previsione delle prospettive future del pianeta messo a punto da un gruppo di ricercatori del famoso MIT americano. I ricercatori del MIT svilupparono il programma di simulazione su calcolatore denominato “World One” su richiesta del “Club di Roma”, un’associazione composta da pensatori, ex capi di governo, scienziati e burocrati dell’ONU che si è era posta l’obiettivo di “promuovere la comprensione delle sfide globali che l’umanità deve affrontare e in ordine alle quali proporre soluzioni attraverso l’analisi scientifica, la comunicazione e la rappresentazione degli interessi“.

Lo studio portò a previsioni molto pessimistiche riassunte nelle frasi seguenti.

“Intorno al 2020 […] lo stato del pianeta sarà molto critico. Se non facciamo nulla per fermarlo, la qualità della vita scenderà a zero. L’inquinamento diventerà così grave che ucciderà le persone, il che a sua volta ridurrà la popolazione a un livello più basso di quello del 1900. In questa fase, intorno al 2040-2050, la civiltà come la conosciamo su questo pianeta finirà“…

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Una via proficua, secondo Dani Rodrik, tra gli estremismi del sovranismo e della iperglobalizzazione. Ma la politica preferisce il conflitto ideologico


Trascrivo le presentazioni trovate in rete di due libri di Dani Rodrik, un economista non allineato a scuole accademiche autoreferenziali e rissose, che trovo molto stimolanti per uscire da un conflitto ideologico e inconcludente tra l’estremismo del sovranismo e quello della iperglobalizzazione, che sta distruggendo non solo l’economia, ma addirittura il sistema socioeconomico dell’Occidente.

La globalizzazione intelligente 2011

“La straordinaria diversità che caratterizza il nostro mondo attuale rende l’iperglobalizzazione incompatibile con la democrazia. Una base esigua di regole internazionali che lascino sufficiente spazio di manovra ai governi nazionali rappresenterebbe una globalizzazione migliore poiché potrebbe correggere i mali caratteristici della globalizzazione e nello stesso tempo mantenere i suoi essenziali vantaggi economici. Abbiamo necessità di una globalizzazione intelligente più che di raggiungere i livelli massimi di globalizzazione”. Dani Rodrik ripercorre la storia dell’economia per dimostrare come il problema non sia tanto la globalizzazione, quanto il modo di interpretarla e governarla. Possiamo e dobbiamo procedere a un tipo di narrazione differente relativa al processo di globalizzazione. Invece di considerarla un sistema che esige un’unica serie di istituzioni oppure una superpotenza economica principale, dovremmo accettare di considerare la globalizzazione come l’unione di nazioni, le interazioni tra le quali sono regolate solo da poche leggi semplici, trasparenti e di buon senso riguardanti le attività commerciali. Questo modo di vedere le cose non costruirà un percorso che conduce verso un mondo “rigido”. Niente di tutto questo. Grazie a tale modo di vedere sarà possibile costruire un’economia mondiale sana e sostenibile nell’ambito della quale verrà lasciato spazio alle democrazie per determinare a proprio piacimento il loro futuro.

Dirla tutta sul mercato globale 2019

Lo Stato-nazione sembrava essere condannato all’irrilevanza grazie alla globalizzazione e alla tecnologia. Ora è tornato, spinto da un coro populista mondiale. Rodrik, da sempre schietto critico di una globalizzazione economica andata troppo oltre, va di là della reazione negativa populista e offre una spiegazione ragionata dei motivi per cui l’ossessione delle élite tecnocratiche per l’iperglobalizzazione abbia reso piú difficili per gli Stati-nazione ottenere obiettivi economici e sociali legittimi a casa propria: prosperità economica, stabilità finanziaria ed equità. Egli rimprovera i globalisti per aver messo in pratica pessime scelte di politica economica, ignorando le sfumature dell’economia, che avrebbero dovuto indurre a più cautela. Rodrik rivendica la necessità di un’economia mondiale pluralista, dove gli Stati-nazione possiedano un’autonomia sufficiente per formare i propri contratti sociali sviluppando strategie economiche pensate per i propri bisogni. Invece di invocare la chiusura delle frontiere o il protezionismo Rodrik ci mostra come ristabilire un equilibrio accorto tra una governance nazionale e una globale.

Il primo testo è una profezia dei problemi che si sono purtroppo manifestati puntualmente negli scorsi anni. Il secondo (da notare il sottotitolo: Idee per un’economia mondiale assennata) è una sorta di ultimo preavviso (propositivo non lamentatorio né rassegnato) sulle misure non più rinviabili. Ma nella civiltà del conflitto e della semplificazione si stanno perdendo concetti come misura equilibrio, regolazione e hanno cittadinanza solo le opposte tifoserie da stadio. Esattamente il contrario di quanto serve per governare la complessità.

Non si conquista consenso elettorale attraverso proposte basate su approfondimenti, aggiustamenti, accordi, correzioni di rotta; questo comportamento è bollato con termini dispregiativi come inciucio, trasformismo, mancanza di attributi, confusione. Se poi si aggiunge l’elogio dell’incompetenza le possibilità di individuare e applicare le scelte giuste scemano ulteriormente. Ritorniamo a questo punto alla questione tutti atteggiamenti considerati difetti, tipici delle élite, più esattamente di quali élite. Anche su questo Rodrik ci dà un messaggio selettivo: attenti alle élite tecnocratiche. a me vengono in mente, chissà perché, proprio le élite burocratiche delle strutture dell’Unione Europea

Concludo con la frase usata come titolo nella figura: Due libri la cui lettura dovrebbe essere obbligatoria per chi fa il politico, aggiungendo che per i cittadini interessati a comprendere le situazioni che stiamo attraversando, tempo e denaro destinati alla lettura, in particolare del volume più recente, sono secondo me un ottimo investimento. Anche perché non ci può essere partecipazione senza adeguata informazione e comunicazione.

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E’ giustificato il distruttivo pessimismo che si sta diffondendo sulle prospettive della nostra civiltà?


Johan Norberg, nel saggio “Progresso. Dieci motivi per guardare al futuro con fiducia” (IBL Libri), ci ricorda che veniamo da tempi dove povertà, malattie, mortalità, mancanza di igiene e di cibo costringevano l’intera umanità a vivere in un mondo orribile.

                                               https://lnkd.in/gHPz63E

A qualcuno prevenuto contro questa tesi perché l’autore è etichettato di destra ricordo le parole di Michele Serra che certo non può essere definito tale:

 “Mi viene da dire che il malumore è una sindrome da benessere. Che stare bene (rispetto a chi ci ha preceduto sulla Terra) e avere una prospettiva di vita più lunga riempie la pancia ma non cura l’anima. .. La gente … forse si annoia. Non ha più obiettivi e urgenze, né l’adrenalina che serve per affrontare le disgrazie vere, le avventure formidabili, le lotte all’ultimo respiro … . Ora che, invece, di vivere abbiamo il tempo; ora che abbiamo il lusso di pensare … ecco che ci scopriamo incazzati.”

   https://lnkd.in/gespYEe

Siamo proprio sicuri che, come ci viene ripetuto in continuazione sui media, la povertà sia cresciuta negli ultimi decenni? Come si tiene conto in queste rappresentazioni, per esempio, il progresso innegabile delle condizioni di vita di 2,8 miliardi tra Indiani e Cinesi?

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La posizione di Husserl riferita alla scienza è condivisibile? E' riferibile anche alla politica? Ma è proprio vero che non c'è speranza?


Premettiamo che la frase di Husserl “Questa scienza non ha niente da dirci” è estratta da La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, un articolo pubblicato nel 1936 sulla rivista «Philosophia». Erano tempi difficile e non solo per la scienza.

La frase di interrogativi ne suscita anche altri. A quale scienza si riferisce? Alle cosiddette scienze esatte (matematica, fisica, chimica, biologia, …oggi va di moda l’acronimo STEM) o in generale ai saperi umani che comprendono scienze come la sociologia, l’economia, la sociologia, la psicologia (che piaccia o non piaccia sono ancor meno esatte delle altre)? Forse la risposta è che non è la scienza di per sé ad essere “muta” , muta rispetto ai bisogni profondi dell’umanità. E’ poco significativa una scienza cui ci si avvicina senza una consapevolezza delle dimensioni e dei valori dell’animo umano e dei cui risultati si fa uso compulsivo e acritico con la stessa inconsapevolezza.

Paradossalmente in concomitanza con il trionfo, spero effimero, del post moderno della post verità, del pensiero debole, in una parola del relativismo che nega ogni certezza, ci si affida acriticamente al presunto obbligo di realizzare tutto quello che si può senza sufficiente progettualità, senza adeguata valutazione preventiva d’impatto. Due esempi preoccupanti dell’anno concluso: la manipolazione genetica con tecniche CRISP su embrioni umani, una corsa alla cosiddetta Intelligenza Artificiale. Quest’ultima sfida (finora in mano a strutture multinazionali senza regole che non rispondono a nessuno) è mal definita e ancor peggio “progettata” con riferimento a risvolti che non sono solo tecnologici, ma anche sociali e morali. Le applicazioni procedono senza ne siano state esaminate le profonde implicazioni sulla vita e le prospettive degli individui e della società (dalla medicina, alla selezione e dinamica nei rapporti di lavoro, alle transazioni finanziarie e tante altri aspetti dei rapporti interpersonali). Comincia a occuparsi di regolamentare questo settore l’Unione Europea: incrociamo le dita.

In tutto questo la politica non svolge efficacemente il proprio ruolo (la debolezza in questa fase della politica è un male trasversale epidemicamente diffuso nei diversi schieramenti politici e non solo in Italia). Non percependo o non sapendo affrontare i problemi reali, o propone soluzione impercorribili o mostra al popolo spauracchi che polarizzino l’attenzione; ma anche questi accorgimenti hanno il respiro corto: la politica dovrà a breve fronteggiare gli insuccessi. Nel contempo si minimizza la valenza della preparazione e dell’approfondimento, matrici della ormai marginalizzata competenza e azzera i cosiddetti corpi intermedi (che potrebbero meditare, dialogare, proporre, correggere) tutti i meccanismi di rappresentanza, compreso il Parlamento puntando su di un rapporto diretto dei leader con le rispettive masse di riferimento. Non è solo questione di competenza o meno dei vertici. Tra i limiti di questo procedere della politica che non guida, ma fomenta delusione e rancore con toni deleteri simili a quelli delle tifoserie più becere, pesa ancor più la scelta di rifiutare approcci di tipo generale (progettualità di respiro e non improvvisazione) e di metodo (partecipazione e non solitudine dei leader che si ritengono unici interpreti della rappresentanza del popolo) . Gli errori conseguenti sono già manifesti. Un esempio fra tanti nella manovra, appena approvata, è il regime di imposte forfettario e di flat tax al 20% che incentivano le entrate in nero, favoriscono le elusioni e il nanismo delle imprese.

Va riconosciuto che sono ormai decenni che si procede con questa grezza interpretazione della democrazia e non solo in Italia. Il pessimismo estremo è quello di Piergiorgio Odifreddi che parte dall’affermazione che il 90 per cento dagli Italiani è stupido e lascia intendere che questi essendo gli elettori tali (o ipocriti) ci si debba aspettare siano gli eletti.

Io credo invece che gli Italiani non sono affatto stupidi: nel medio termine se si investe immediatamente su scuola, università, formazione e informazione e riconoscimento del merito sapranno scegliere il “programma giusto”e quindi le “persone giuste” per realizzarlo. Nel breve termine non resta che sperare in manifestazioni pacifiche ma determinate per far conoscere le valutazioni. La grande incognita è la qualità dei sistemi di informazione e di comunicazione di massa a cominciare dalla rete dei social. Molto dipenderà dall’impegno di quelle persone che intervengono sulla rete con misura, saggezza, semplicità, capacità di argomentazione e soprattutto disponibilità all’ascolto e al dialogo. Ne ho incontrate migliaia su Linkedin: a loro il mio grazie per quanto hanno fatto finora e il mio augurio di successo in un’opera che può essere decisiva.

Chiudo osservando che profezie sul disgregarsi della democrazia se ne fanno da millenni, che ogni generazione ha i suoi passaggi di difficoltà (sono tra quelli nati prima della fine della seconda guerra mondiale) che oggi gli strumenti per superare le crisi (forniti in gran parte da quella scienza e quella tecnologia che secondo Husserl non servirebbe) ci sono e basterà saperli usare (è vero non è facile). Allora la mia risposta è che la scienza, quella buona, ha molto da dirci se si sanno fare le domande (quello che ci serve) e si sanno capire le risposte (quello che si può fare). E pure la politica, quella buona, se riuscissimo a trovarla, (forse più realistico dire se ci impegnassimo a ricostruirla) avrebbe molto da dirci e da darci (progetti e strumenti per realizzarli).

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Appunti disordinati sui "blocchi" della politica internazionale


Stimolato dal dialogo tra due “linkediani” che seguo e stimo particolarmente – per competenza lucidità, pacatezza e misura – ho scritto dei brani qua e là che raccolgo come brogliaccio, giusto per non perderli, e in attesa di “decentizzarli”. In verità spero che qualcuno magari “contrandomi” duramente mi dà contributi utili per approfondimenti e integrazioni

“Interessante questa conversazione tra Luca Tacconi e Massimo Manca sulla politica internazionale. Provo a dire la mia. Né Usa né Russia hanno interesse a una Europa forte e unita. Sarebbe un ulteriore competitor di cui non hanno bisogno. Ammesso che gli Usa vogliano giocare l’Europa come un alleato nel loro confronto con la Russia, ottengono ciò attraverso la Nato che controllano e alla quale ci chiedono di dare più soldi. La Russia, innervosita dalle sanzioni che gli Usa hanno imposto all’UE di praticare alla Russia con la scusa dell’Ucraina, solo innervosita perché l’export russo di gas continua e le esportazioni da UE sono limitate (autogol )non vede un aumento di forza Usa contro la Russia per via di un alleato debole e diviso. Per entrambi siamo un partner commerciale con il quale fare affari, soprattutto con un ruolo di consumatori. L’UE ha favorito questa situazione: divisa su tutto, priva di conduzione politica con  burocrazia invasiva inadeguata a trazione tedesca e un Parlamento inerme. La Germania è mercantilista (tre secoli indietro) e ha ammazzato il Sud Europa con l’austerity, la Francia sciovinista ha causato casini in Africa (Libia e Paesi del Franco africano) l’Italia è fonte di incertezza e inefficienza. SEGUE

Per entrambi l’Europa si configura come pollaio di gallinelle per le quali c’è di volta in volta da scegliere se raccogliere le uova o mangiarsele in brodo o arrosto. Tra i Paesi UE in questa fase l’Europa può essere utile sia a Usa che a Russia perché è debole può volontariamente o meno (tanto più nella sua attuale stagione di liberismo sovranismo populismo) accelerare la disgregazione di quel poco che è rimasto della UE. Paradossalmente il simmetrico è vero per la Russia (nell’attuale Governo i 5 stella danno “garanzie agli USA” e la Lega a Putin. Dolorosamente riconosco che siamo rimasti a “Franza e Spagna purché se magna). Dovessimo alzare la cresta è pronta la mazza del debito pubblico che consente manovre varie. Ai poteri forti (finanza internazionale e per quello che valgono nel settore finanziario i Governi Usa e Russia, essendo Trump lo scudiero e non il re della finanza Usa ed essendo Putin con la sua democratura forse un po’ più che scudiero, ma su di una finanza ben più modesta) servono clienti che prendano soldi a prestito e siano abbastanza solidi da non creare rischi reali di default , ma anche abbastanza deboli per poter giustificare un tasso più elevato di quello medio. FINE DEL 2 SEGUE

3/4 Naturalmente dobbiamo comprare gli F 35 et similia (Trump vorrebbe anche comprassimo LNG da fracking USA, ma questo non piace a Putin) e smantellare, ridimensionare o svendere imprese che erano in grado di competere a livello internazionale. FCA e non più Fiat, Ansaldo smantellata con brani Hitachi, Telecom francese, Nuovo Pignone da decenni USA, grande distribuzione organizzata nell’alimentare tra Lidle e Auchan, BNL a Paribas, grandi firme della moda ai francesi , …. Restano PMI vitali alcune high tech, nella componentistica e dei servizi, ma quasi niente sistemisti o sul prodotto finale B2C (quale è la nostra Philips o Siemens?). Ci restano alcune briscole tra le quali design, stile di vita, agroalimentare di qualità, beni culturali ma questo è uno “strato alto” che muore se quello basso non regge (a Roma i turisti di fascia alta non sono compatibili con buche, cumuli di immondizie e migranti ciondolanti ovunque se non dediti ad altri passatempi dei quali lo spaccio è il meno peggio). Per questo mi cadono le braccia quando non si vede (vicenda notizie su semaforini) che rischiamo di perdere con l’agroalimentare di fascia alta una componente del trinomio turismo, beni culturali enogastronomia per noi irrinunciabile. SEGUE

La Cina è una realtà destinata a primeggiare per numero di abitanti ed estensione del territorio, risorse materiali ma soprattutto per capacità di visione e determinazione. Fattore chiave di successo è l’accentramento di potere che consente tempi di decisione e attuazione per noi impensabili. Mi duole dirlo ma la dittatura, appena mascherata da democrazia sui generis, può avere efficienze eccezionali; il prezzo è molto elevato: diritti civili e perfino diritti umani (notare che qualche anno fa se ne parlava continuamente ora tutti ne tacciono). Dimenticavo tra i fattori di successo il mancato rispetto dei diritti di proprietà intellettuale la politica monetaria e la lungimirante politica adottata in Africa e la accorta regia del Nordcoreano e del suo gingillo (chi glielo avrà dato?) La speranza di non essere dominati dalla Cina è legata … al successo dei primi scioperi in Cina. Intendo dire che prima o poi cesseranno ecodumping, social dumping, safety dumping e soprattutto il blocco di diritti e salari. Allora la competizione con l’Occidente cambierà , in parte. Resisteremo fino a quella data? SEGUE

Come la Cina vede l’Europa ce lo dice l’iniziativa “via della seta”. L’Europa e in particolare l’Italia ha ancora qualcosa che interessa la Cina e che i Cinesi sono pronti a comprare fornendoci i propri prodotti all’insegna dell’interscambio. Se il 10 % dei Cinesi come sembra possibile ha i soldi per comprare dagli Europei beni o servizi di loro interesse fa circa 200 milioni di potenziali clienti per un totale di circa 300 milioni di cittadini UE: non male. Ma dobbiamo avere qualcosa che li attiri e possibilmente non sia replicabile altrove come purtroppo è la tecnologia di cui noi disponiamo e della quale essi hanno bisogno ma temo per un breve periodo. Riflessioni disordinate poco sviluppate e criticabili ma forse utili come base per approfondimenti e integrazioni. Grazie per la pazienza.

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Una ricognizione delle grandezze da considerare per una rappresentazione delle dinamiche sociali, politiche ed economiche in atto


In un recente post commentavo un interessante libro di Pierluigi Ciocca intitolato “Ai confini dell’economia. Elogio dell’interdisciplinarità”, dove si propone di arricchire l’elenco delle variabili aggiuntive (con relative interconnessioni) da prendere in considerazione per superare i limiti dei modelli volti a descrivere lo sviluppo economico che vanno per la maggiore.

Concludevo il post osservando che qualche integrazione potrebbe rendere l’approccio ancor più significativo per costruire rappresentare i diversi fenomeni che occorre comprendere per individuare suggerimenti per il rilancio del nostro sistema produttivo anche nella sua dimensione sociale. Riproduco nel seguito la figura dove in colore rosso sono rappresentate le integrazioni rispetto alle grandezze considerate nel saggio di Coccia.

Nella parte superiore della figura sono elencate alcune tematiche che hanno caratterizzato e caratterizzano i decenni del secolo XXI. Gli altri elementi inseriti sono l’esplicitazione degli spunti formulati nel post precedente.

  1. Esplicitare che come obiettivo non è da considerare il “Progresso Economico”, ma il ” BES Benessere Equo e Solidale” (trovo sorprendente che una serie di scritti mirati a sottolineare le dimensioni “ai confini dell’economia” esprima in termini riduttivistici l’obiettivo generale; forse è solo una questione di terminologia. Su questo fronte va proseguito ed esteso lo sforzo iniziato con l‘introduzione del BES nel Documento di Economia e Finanza (12 indicatori sono già inseriti nel DEF 2018) investendo nella costruzione di modelli che comprendano questi indicatori e li correlino con le altre grandezze in gioco. Non solo una generale attenzione al concetto di equità, ma anche la tenuta sociale, unitamente alla valutazione diffusa tra molti economisti che gli squilibri economici rallentino la crescita impongono di proseguire in questa direzione che è suggerita anche dalla manifesta inadeguatezza della grandezza PIL a rappresentare la dinamica economica di un paese.
  2. Costruire la rete di correlazione fra le grandezze rappresentate nello schema (non a caso uso il termine correlazione in quanto la maggioranza dei legami non è riconducibile a un semplicistico legame di causa effetto e anche perché sono numerose le controreazioni (feedback).
  3. Ampliare l’analisi e la rappresentazione nello schema della dimensione domanda; Ciocca osserva con riferimento all’Italia “la difficoltà di fuori uscire dalla più profonda depressione di domanda effettiva della sua storia”, ma non approfondisce questo aspetto come ritengo necessario anche come risposta agli opposti estremismi tra le pulsioni pauperistiche di una presunta “felicità della decrescita” e l’auspicio di una illimitata dinamica dei consumi ( essendo la qualità dei consumi una potenziale composizione di questo scontro)
  4. Integrare lo schema con una rappresentazione dei processi decisionali partecipativi e soprattutto dei flussi informativi connessi che sono determinanti sul livello che Ciocca indica con l’acronimo CIP, ma anche sulla dimensione domanda di cui al punto 3.

 

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Le teorie dello sviluppo (e i relativi modelli) sono ancora troppo schematici per aiutarci a comprendere e prevedere i fenomeni socioeconomici?


Ho letto con molto interesse un libro che raccoglie scritti di Pierluigi Ciocca intitolato “Ai confini dell’economia. Elogio dell’interdisciplinarità”, ricco di interessanti spunti su questioni che sono decisive per comprendere e prevedere i fenomeni socio economici, ma vengono quasi sempre disattese dagli economisti “main stream” perché ritenute ai margini se non del tutto estranee al campo delle scienze economiche come tradizionalmente definite. Non ripeto qui le motivazioni che Ciocca adduce per spiegare questa carenza che ritiene molto grave (e io con lui).

Mi limito a richiamare l’attenzione sui contributi che, anche attingendo alla sua ampia e profonda conoscenza della storia dell’economia, Ciocca propone per arricchire l’elenco delle variabili aggiuntive (con relative interconnessioni) da prendere in considerazione per superare i limiti dei modelli che vanno per la maggiore. La figura introduttiva illustra un mio tentativo di estrema sintesi del contenuto del capitolo 2 della raccolta intitolato “Dei fattori non economici del progresso economico“. I contributi primari di Ciocca ritengo siano da una parte l’esplicitazione e l’articolazione dello strato intermedio composto da “quattro fasci di forze economiche… a valle di REI e a monte di CIP”, dall’altra la sottolineatura che per avere risultati su livello REI bisogna agire sui due livelli superiori.

Non si sottrae Ciocca alla sfida di indicare (vedi il capitolo 2 al paragrafo 6, intitolato “Una politica per l’economia italiana”, ma anche l’intero capitolo 4 intitolato “Un ordinamento per l’economia”) i principi ispiratori di un’azione che rivitalizzi l’economia italiana e fornisce suggerimenti che se attuati darebbero certamente un contributo positivo al rilancio del nostro sistema produttivo.

Un programma di lavoro per trasformare le riflessioni in un modello potrebbe articolarsi su quattro fronti.

  1. Esplicitare che come obiettivo non è da considerare il “Progresso Economico”, ma il ” BES Benessere Equo e Solidale” (trovo sorprendente che una serie di scritti mirati a sottolineare le dimensioni “ai confini dell’economia” esprima in termini riduttivistici l’obiettivo generale; forse è solo una questione di terminologia. Su questo fronte va proseguito ed esteso lo sforzo iniziato con l‘introduzione del BES nel Documento di Economia e Finanza (12 indicatori sono già inseriti nel DEF 2018) investendo nella costruzione di modelli che comprendano questi indicatori e li correlino con le altre grandezze in gioco. Non solo una generale attenzione al concetto di equità, ma anche la tenuta sociale, unitamente alla valutazione diffusa tra molti economisti che gli squilibri economici rallentino la crescita impongono di proseguire in questa direzione che è suggerita anche dalla manifesta inadeguatezza della grandezza PIL a rappresentare la dinamica economica di un paese.
  2. Costruire la rete di correlazione fra le grandezze rappresentate nello schema (non a caso uso il termine correlazione in quanto la maggioranza dei legami non è riconducibile a un semplicistico legame di causa effetto e anche perché sono numerose le controreazioni (feedback).
  3. Ampliare l’analisi e la rappresentazione nello schema della dimensione domanda; Ciocca osserva con riferimento all’Italia “la difficoltà di fuori uscire dalla più profonda depressione di domanda effettiva della sua storia”, ma non approfondisce questo aspetto come ritengo necessario anche come risposta agli opposti estremismi tra le pulsioni pauperistiche di una presunta “felicità della decrescita” e l’auspicio di una illimitata dinamica dei consumi (essendo la qualità dei consumi una potenziale composizione di questo scontro).
  4. Integrare lo schema con una rappresentazione dei processi decisionali partecipativi e soprattutto dei flussi informativi connessi che sono determinanti sul livello che Ciocca indica con l’acronimo CIP, ma anche sulla dimensione domanda di cui al punto 3.
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Un quinto suggerimento è ben più impegnativo: passare da una modellistica statica a una dinamica che consideri l’evoluzione nel tempo delle grandezze rappresentative e i ritardi nella manifestazione dei rapporti di causa ed effetto. A sviluppi di questo tipo è dedicato nel libro di Ciocca il capitolo 3 intitolato “Tempo storico e tempo logico in economia e finanza” dal quale trascrivo le conclusioni che evocano anche la questione di fondo di ogni tentativo previsionale: l’incertezza.

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Nella attuale realtà italiana lentezza e imprevedibilità dei meccanismi decisionali sia per l’intervento pubblico in economia e per le procedure autorizzativi sia per i processi giudiziari (amministrativi e civili) sono degli ostacoli spesso insormontabili per un’evoluzione positiva del quadro socio economico.

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Quattro cose belle che sono successe in Italia negli ultimi dieci anni (alla faccia dei luoghi comuni)


Siamo un Paese più verde, più sicuro, più innovativo e sì, anche meno diseguale rispetto a dieci anni fa. Nonostante la crisi, e nonostante tutto il resto, qualche motivo per restare ottimisti sul futuro del nostro Paese c’è. Se ci fosse una strategia, ovviamente

Siamo d’accordo: quattro dolcissime ciliegie mature servono a poco se tutte le altre fanno schifo. Ed è questo il rischio che si corre, di solito, a raccontare delle cose che in questo Paese funzionano, o stanno funzionando sempre meglio. Eppure, scorrendo i dati di ”Noi, Italia“, l’annuale pubblicazione dell’Istat che presenta cento indicatori sottoforma di serie storica per raccontare al meglio come sia cambiata l’Italia negli ultimi quindici anni circa, la sensazione di un Paese migliore di quello che ci raccontiamo rimane. Anche perché tra gli indicatori positivi ce ne sono alcuni che mai ci saremmo aspettati di trovare.

Ad esempio (prima ciliegia), tra scandali dei rifiuti, trivelle e gasdotti, mai avremmo pensato di raccontare di un Paese che sta davvero diventando sempre più verde. Tra il 1990 e il 2015 l’Italia ha ridotto le emissioni dei gas serra del 16,7%, passando da 520 milioni di tonnellate di Co2 equivalente a 433, nonostante l’aumento della popolazione di ben 7 punti percentuali. Ancora più consistente è stata la diminuzione dei rifiuti smaltiti in discarica passati da 320 kg a 120 kg per abitante. Contemporaneamente, è pure raddoppiato il consumo energetico da fonti di energia rinnovabili, dal 15% al 30%. Non male davvero…

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Un'analisi completa e calzante della situazione italiana, ma una prognosi intrisa di remore sulla democrazia e incentrata sui rischi


22.01.2018

Nel suo imperdibile articolo pubblicato ieri 21 dicembre sul Corriere il prof. Salvati analizza le tre cause dell’attuale situazione di difficoltà dell’Italia.

La prima causa è quella insorta a livello internazionale a partire dagli anni 80 con “… una vera grande svolta del capitalismo, in direzione di un regime neoliberista e globalizzato. In un contesto di libera circolazione dei capitali e di cambi flessibili crescono maggiormente i Paesi più competitivi, con salari più bassi, con buone capacità tecnologico-organizzative, o per il concorso di entrambi i motivi”. “Anche nei paesi più ricchi e industrialmente maturi si registrano forti perdite relative di reddito e di occasioni d lavoro stabili nei ceti culturalmente e professionalmente più deboli e nelle aree territoriali meno favorite”. .. .”Nei Paesi … meno competitivi – l’Italia è un caso tipico – questi fenomeni si avvertono con maggiore intensità.”

La seconda area di motivazioni esposta da Salvati è interna al sistema Italia: riforme mancate nel periodo tra gli anni ’60 e i primi anni ’90, quando neoliberismo e globalizzazione non erano ancora dominanti; successivo decennio con la fragilità mascherata “da una crescita stimolata da disavanzi pubblici, e poi dalla grande svalutazione del periodo 1993-95″… “coll’ingresso nella moneta unica, ma non a causa di questa, il nostro distacco dai Paesi europei … non ha fatto che aumentare…”.

La terza area di responsabilità è da Salvati attribuita all’UE che, ” poteva essere una grande occasione per influire sulle decisioni degli Stati Uniti e impegnarsi per una globalizzazione più regolata, a difesa di un modello sociale europeo … , ma sinora non lo è stata per ragioni ben note” e sulle quali non posso ora soffermarmi.” Invito a legere l’articolo per sapere quali sono secondo Salvati queste ragioni. Riporto solo la sua conclusione: “… è illusorio sperare in una solidarietà economica da parte dell’Europa molto più forte di quella attuale. L’ostacolo della «pericolosa ossessione tedesca», come l’ha definita Jean Pisani-Ferry, nei confronti di una Transfer Union, di un maggiore sostegno ai Paesi più deboli, è insuperabile: non un euro dei contribuenti tedeschi deve andare a finanziare le inefficienze e i ritardi di altri Paesi!” In sostanza un Unione debole ostaggio di una Germania miope.

Venendo alle prospettive, anche in vista delle elezioni, ormai prossime, Salvati riporta quanto scritto sul Messaggero da Alessandro Campi una decina di giorni prima:«L’impressione è che i partiti, a pochi mesi dall’appuntamento cruciale con le urne, stiano vivendo un serio vuoto di idee e di capacità propositiva. Rispetto all’acutezza della crisi economico-sociale nella quale l’Italia è ancora immersa nessuno di essi sembra avere soluzioni razionali da proporre all’attenzione dei cittadini».

Il commento di Salvati è che: “Un vuoto di idee, competenze e capacità propositiva c’è senz’altro in alcuni dei partiti che si presentano in queste elezioni. Non c’è però in altri: in questi ci sono molti politici e tecnici consapevoli della gravità della situazione e delle «soluzioni razionali da proporre all’attenzione dei cittadini»”

Come se non avessimo fin qui ricevuto una massiccia dose di cattive notizie il nostro autore alza ancora il livello del proprio pessimismo esponendo un’analisi che riassumo come segue. Per non perdere voti, partiti consapevoli e seri non dicono la verità né sulla gravità della situazione né sulle ricette da seguire. Se fossero sinceri ed espliciti perderebbero voti uscendo sconfitti. D’altro canto i partiti poco seri alimentano confusione generalizzata e immotivate speranze di soluzione. In soldoni secondo Salvati bisogna sperare vincano i partiti che predicano male (non raccontano la verità anche se l’hanno capita e propongono manovre a basso costo, ma inefficaci) e opereranno bene (attueranno le cure benefiche, intese come maxi incisive su patrimoni e redditi violando le promesse elettorali). In effetti se vincono quelli che predicano male (propongono manovre a basso costo, ma inefficaci) e opereranno pure male (realizzeranno queste manovre inefficaci) i danni economici e sociali sarebbero particolarmente gravi.

Ma se si deve auspicare, per avere speranze di salvezza, che larghi strati della classe dirigente deliberatamente disattendano massicciamente le promesse elettorali, vuol dire che i rapporti politici tra vertice e base sono diventati una presa per i fondelli con mortale minaccia alla democrazia. Sembrerebbe proprio una situazione senza vie d’uscita. Domani tenterò di descrivere quali spiragli si possono intravvedere.

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Cambiamenti climatici. Sarà Meglio Adattarsi


Comincia a emergere la consapevolezza che sui cambiamenti climatici è meglio costruire risposte di adattamento piuttosto che inseguire esclusivamente prospettive irrealizzabili e costose di controllo delle emissioni di carbonio. Lettura critica delle conclusioni raggiunte nella Conferenza sui cambiamenti climatici, COP 21, a distanza di due anni.

In un articolo sull’Astrolabio di due anni fa (16 dicembre 2015) commentavo con preoccupazione i risultati della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici, COP 21.

“Non saranno i risultati del vertice mondale del clima che si è tenuto a Parigi a indicare come muoverci; abbiamo avuto ancora una volta solo previsioni di catastrofe universale, impegni generici sull’obiettivo di evitarla, ma nessuna concreta azione o almeno programma concreto di interventi condivisi, solo whisful thinking, come purtroppo è stato per i trascorsi 25 anni. Le novità sono state: una migliore cosmesi espositiva (coinvolgimento verbale anche dei paesi finora scettici come Cina e USA recentemente “rinsaviti” a parole – ma, forse, parole pronunciate “incrociando le dita” a significare non l’auspicio scaramantico di avveramento, ma al contrario la “riserva mentale” di origine gesuitica); la promessa di un futuribile fondo per i paesi svantaggiati; l’escamotage di una revisione periodica ogni 5 anni (forse nuove previsioni oracolistiche sull’avvicinamento o meno al tetto di 2° C che ci protegga dalla catastrofe); coinvolgimento della World Trade Organization WTO.”

L’articolo aveva una parte propositiva che indicava due percorsi in linea con l’originaria impostazione della prima fase dei lavori dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) quando la componente scientifica era veramente prevalente e si sosteneva la scelta di accompagnare l’azione di mitigation (evitare i cambiamenti climatici) con quella di adaptation (contenere i danni attesi dai cambiamenti climatici)…

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