Una ricognizione delle grandezze da considerare per una rappresentazione delle dinamiche sociali, politiche ed economiche in atto


In un recente post commentavo un interessante libro di Pierluigi Ciocca intitolato “Ai confini dell’economia. Elogio dell’interdisciplinarità”, dove si propone di arricchire l’elenco delle variabili aggiuntive (con relative interconnessioni) da prendere in considerazione per superare i limiti dei modelli volti a descrivere lo sviluppo economico che vanno per la maggiore.

Concludevo il post osservando che qualche integrazione potrebbe rendere l’approccio ancor più significativo per costruire rappresentare i diversi fenomeni che occorre comprendere per individuare suggerimenti per il rilancio del nostro sistema produttivo anche nella sua dimensione sociale. Riproduco nel seguito la figura dove in colore rosso sono rappresentate le integrazioni rispetto alle grandezze considerate nel saggio di Coccia.

Nella parte superiore della figura sono elencate alcune tematiche che hanno caratterizzato e caratterizzano i decenni del secolo XXI. Gli altri elementi inseriti sono l’esplicitazione degli spunti formulati nel post precedente.

  1. Esplicitare che come obiettivo non è da considerare il “Progresso Economico”, ma il ” BES Benessere Equo e Solidale” (trovo sorprendente che una serie di scritti mirati a sottolineare le dimensioni “ai confini dell’economia” esprima in termini riduttivistici l’obiettivo generale; forse è solo una questione di terminologia. Su questo fronte va proseguito ed esteso lo sforzo iniziato con l‘introduzione del BES nel Documento di Economia e Finanza (12 indicatori sono già inseriti nel DEF 2018) investendo nella costruzione di modelli che comprendano questi indicatori e li correlino con le altre grandezze in gioco. Non solo una generale attenzione al concetto di equità, ma anche la tenuta sociale, unitamente alla valutazione diffusa tra molti economisti che gli squilibri economici rallentino la crescita impongono di proseguire in questa direzione che è suggerita anche dalla manifesta inadeguatezza della grandezza PIL a rappresentare la dinamica economica di un paese.
  2. Costruire la rete di correlazione fra le grandezze rappresentate nello schema (non a caso uso il termine correlazione in quanto la maggioranza dei legami non è riconducibile a un semplicistico legame di causa effetto e anche perché sono numerose le controreazioni (feedback).
  3. Ampliare l’analisi e la rappresentazione nello schema della dimensione domanda; Ciocca osserva con riferimento all’Italia “la difficoltà di fuori uscire dalla più profonda depressione di domanda effettiva della sua storia”, ma non approfondisce questo aspetto come ritengo necessario anche come risposta agli opposti estremismi tra le pulsioni pauperistiche di una presunta “felicità della decrescita” e l’auspicio di una illimitata dinamica dei consumi ( essendo la qualità dei consumi una potenziale composizione di questo scontro)
  4. Integrare lo schema con una rappresentazione dei processi decisionali partecipativi e soprattutto dei flussi informativi connessi che sono determinanti sul livello che Ciocca indica con l’acronimo CIP, ma anche sulla dimensione domanda di cui al punto 3.

 

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Le teorie dello sviluppo (e i relativi modelli) sono ancora troppo schematici per aiutarci a comprendere e prevedere i fenomeni socioeconomici?


Ho letto con molto interesse un libro che raccoglie scritti di Pierluigi Ciocca intitolato “Ai confini dell’economia. Elogio dell’interdisciplinarità”, ricco di interessanti spunti su questioni che sono decisive per comprendere e prevedere i fenomeni socio economici, ma vengono quasi sempre disattese dagli economisti “main stream” perché ritenute ai margini se non del tutto estranee al campo delle scienze economiche come tradizionalmente definite. Non ripeto qui le motivazioni che Ciocca adduce per spiegare questa carenza che ritiene molto grave (e io con lui).

Mi limito a richiamare l’attenzione sui contributi che, anche attingendo alla sua ampia e profonda conoscenza della storia dell’economia, Ciocca propone per arricchire l’elenco delle variabili aggiuntive (con relative interconnessioni) da prendere in considerazione per superare i limiti dei modelli che vanno per la maggiore. La figura introduttiva illustra un mio tentativo di estrema sintesi del contenuto del capitolo 2 della raccolta intitolato “Dei fattori non economici del progresso economico“. I contributi primari di Ciocca ritengo siano da una parte l’esplicitazione e l’articolazione dello strato intermedio composto da “quattro fasci di forze economiche… a valle di REI e a monte di CIP”, dall’altra la sottolineatura che per avere risultati su livello REI bisogna agire sui due livelli superiori.

Non si sottrae Ciocca alla sfida di indicare (vedi il capitolo 2 al paragrafo 6, intitolato “Una politica per l’economia italiana”, ma anche l’intero capitolo 4 intitolato “Un ordinamento per l’economia”) i principi ispiratori di un’azione che rivitalizzi l’economia italiana e fornisce suggerimenti che se attuati darebbero certamente un contributo positivo al rilancio del nostro sistema produttivo.

Un programma di lavoro per trasformare le riflessioni in un modello potrebbe articolarsi su quattro fronti.

  1. Esplicitare che come obiettivo non è da considerare il “Progresso Economico”, ma il ” BES Benessere Equo e Solidale” (trovo sorprendente che una serie di scritti mirati a sottolineare le dimensioni “ai confini dell’economia” esprima in termini riduttivistici l’obiettivo generale; forse è solo una questione di terminologia. Su questo fronte va proseguito ed esteso lo sforzo iniziato con l‘introduzione del BES nel Documento di Economia e Finanza (12 indicatori sono già inseriti nel DEF 2018) investendo nella costruzione di modelli che comprendano questi indicatori e li correlino con le altre grandezze in gioco. Non solo una generale attenzione al concetto di equità, ma anche la tenuta sociale, unitamente alla valutazione diffusa tra molti economisti che gli squilibri economici rallentino la crescita impongono di proseguire in questa direzione che è suggerita anche dalla manifesta inadeguatezza della grandezza PIL a rappresentare la dinamica economica di un paese.
  2. Costruire la rete di correlazione fra le grandezze rappresentate nello schema (non a caso uso il termine correlazione in quanto la maggioranza dei legami non è riconducibile a un semplicistico legame di causa effetto e anche perché sono numerose le controreazioni (feedback).
  3. Ampliare l’analisi e la rappresentazione nello schema della dimensione domanda; Ciocca osserva con riferimento all’Italia “la difficoltà di fuori uscire dalla più profonda depressione di domanda effettiva della sua storia”, ma non approfondisce questo aspetto come ritengo necessario anche come risposta agli opposti estremismi tra le pulsioni pauperistiche di una presunta “felicità della decrescita” e l’auspicio di una illimitata dinamica dei consumi (essendo la qualità dei consumi una potenziale composizione di questo scontro).
  4. Integrare lo schema con una rappresentazione dei processi decisionali partecipativi e soprattutto dei flussi informativi connessi che sono determinanti sul livello che Ciocca indica con l’acronimo CIP, ma anche sulla dimensione domanda di cui al punto 3.
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Un quinto suggerimento è ben più impegnativo: passare da una modellistica statica a una dinamica che consideri l’evoluzione nel tempo delle grandezze rappresentative e i ritardi nella manifestazione dei rapporti di causa ed effetto. A sviluppi di questo tipo è dedicato nel libro di Ciocca il capitolo 3 intitolato “Tempo storico e tempo logico in economia e finanza” dal quale trascrivo le conclusioni che evocano anche la questione di fondo di ogni tentativo previsionale: l’incertezza.

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Nella attuale realtà italiana lentezza e imprevedibilità dei meccanismi decisionali sia per l’intervento pubblico in economia e per le procedure autorizzativi sia per i processi giudiziari (amministrativi e civili) sono degli ostacoli spesso insormontabili per un’evoluzione positiva del quadro socio economico.

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Quattro cose belle che sono successe in Italia negli ultimi dieci anni (alla faccia dei luoghi comuni)


Siamo un Paese più verde, più sicuro, più innovativo e sì, anche meno diseguale rispetto a dieci anni fa. Nonostante la crisi, e nonostante tutto il resto, qualche motivo per restare ottimisti sul futuro del nostro Paese c’è. Se ci fosse una strategia, ovviamente

Siamo d’accordo: quattro dolcissime ciliegie mature servono a poco se tutte le altre fanno schifo. Ed è questo il rischio che si corre, di solito, a raccontare delle cose che in questo Paese funzionano, o stanno funzionando sempre meglio. Eppure, scorrendo i dati di ”Noi, Italia“, l’annuale pubblicazione dell’Istat che presenta cento indicatori sottoforma di serie storica per raccontare al meglio come sia cambiata l’Italia negli ultimi quindici anni circa, la sensazione di un Paese migliore di quello che ci raccontiamo rimane. Anche perché tra gli indicatori positivi ce ne sono alcuni che mai ci saremmo aspettati di trovare.

Ad esempio (prima ciliegia), tra scandali dei rifiuti, trivelle e gasdotti, mai avremmo pensato di raccontare di un Paese che sta davvero diventando sempre più verde. Tra il 1990 e il 2015 l’Italia ha ridotto le emissioni dei gas serra del 16,7%, passando da 520 milioni di tonnellate di Co2 equivalente a 433, nonostante l’aumento della popolazione di ben 7 punti percentuali. Ancora più consistente è stata la diminuzione dei rifiuti smaltiti in discarica passati da 320 kg a 120 kg per abitante. Contemporaneamente, è pure raddoppiato il consumo energetico da fonti di energia rinnovabili, dal 15% al 30%. Non male davvero…

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Un'analisi completa e calzante della situazione italiana, ma una prognosi intrisa di remore sulla democrazia e incentrata sui rischi


22.01.2018

Nel suo imperdibile articolo pubblicato ieri 21 dicembre sul Corriere il prof. Salvati analizza le tre cause dell’attuale situazione di difficoltà dell’Italia.

La prima causa è quella insorta a livello internazionale a partire dagli anni 80 con “… una vera grande svolta del capitalismo, in direzione di un regime neoliberista e globalizzato. In un contesto di libera circolazione dei capitali e di cambi flessibili crescono maggiormente i Paesi più competitivi, con salari più bassi, con buone capacità tecnologico-organizzative, o per il concorso di entrambi i motivi”. “Anche nei paesi più ricchi e industrialmente maturi si registrano forti perdite relative di reddito e di occasioni d lavoro stabili nei ceti culturalmente e professionalmente più deboli e nelle aree territoriali meno favorite”. .. .”Nei Paesi … meno competitivi – l’Italia è un caso tipico – questi fenomeni si avvertono con maggiore intensità.”

La seconda area di motivazioni esposta da Salvati è interna al sistema Italia: riforme mancate nel periodo tra gli anni ’60 e i primi anni ’90, quando neoliberismo e globalizzazione non erano ancora dominanti; successivo decennio con la fragilità mascherata “da una crescita stimolata da disavanzi pubblici, e poi dalla grande svalutazione del periodo 1993-95″… “coll’ingresso nella moneta unica, ma non a causa di questa, il nostro distacco dai Paesi europei … non ha fatto che aumentare…”.

La terza area di responsabilità è da Salvati attribuita all’UE che, ” poteva essere una grande occasione per influire sulle decisioni degli Stati Uniti e impegnarsi per una globalizzazione più regolata, a difesa di un modello sociale europeo … , ma sinora non lo è stata per ragioni ben note” e sulle quali non posso ora soffermarmi.” Invito a legere l’articolo per sapere quali sono secondo Salvati queste ragioni. Riporto solo la sua conclusione: “… è illusorio sperare in una solidarietà economica da parte dell’Europa molto più forte di quella attuale. L’ostacolo della «pericolosa ossessione tedesca», come l’ha definita Jean Pisani-Ferry, nei confronti di una Transfer Union, di un maggiore sostegno ai Paesi più deboli, è insuperabile: non un euro dei contribuenti tedeschi deve andare a finanziare le inefficienze e i ritardi di altri Paesi!” In sostanza un Unione debole ostaggio di una Germania miope.

Venendo alle prospettive, anche in vista delle elezioni, ormai prossime, Salvati riporta quanto scritto sul Messaggero da Alessandro Campi una decina di giorni prima:«L’impressione è che i partiti, a pochi mesi dall’appuntamento cruciale con le urne, stiano vivendo un serio vuoto di idee e di capacità propositiva. Rispetto all’acutezza della crisi economico-sociale nella quale l’Italia è ancora immersa nessuno di essi sembra avere soluzioni razionali da proporre all’attenzione dei cittadini».

Il commento di Salvati è che: “Un vuoto di idee, competenze e capacità propositiva c’è senz’altro in alcuni dei partiti che si presentano in queste elezioni. Non c’è però in altri: in questi ci sono molti politici e tecnici consapevoli della gravità della situazione e delle «soluzioni razionali da proporre all’attenzione dei cittadini»”

Come se non avessimo fin qui ricevuto una massiccia dose di cattive notizie il nostro autore alza ancora il livello del proprio pessimismo esponendo un’analisi che riassumo come segue. Per non perdere voti, partiti consapevoli e seri non dicono la verità né sulla gravità della situazione né sulle ricette da seguire. Se fossero sinceri ed espliciti perderebbero voti uscendo sconfitti. D’altro canto i partiti poco seri alimentano confusione generalizzata e immotivate speranze di soluzione. In soldoni secondo Salvati bisogna sperare vincano i partiti che predicano male (non raccontano la verità anche se l’hanno capita e propongono manovre a basso costo, ma inefficaci) e opereranno bene (attueranno le cure benefiche, intese come maxi incisive su patrimoni e redditi violando le promesse elettorali). In effetti se vincono quelli che predicano male (propongono manovre a basso costo, ma inefficaci) e opereranno pure male (realizzeranno queste manovre inefficaci) i danni economici e sociali sarebbero particolarmente gravi.

Ma se si deve auspicare, per avere speranze di salvezza, che larghi strati della classe dirigente deliberatamente disattendano massicciamente le promesse elettorali, vuol dire che i rapporti politici tra vertice e base sono diventati una presa per i fondelli con mortale minaccia alla democrazia. Sembrerebbe proprio una situazione senza vie d’uscita. Domani tenterò di descrivere quali spiragli si possono intravvedere.

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Cambiamenti climatici. Sarà Meglio Adattarsi


Comincia a emergere la consapevolezza che sui cambiamenti climatici è meglio costruire risposte di adattamento piuttosto che inseguire esclusivamente prospettive irrealizzabili e costose di controllo delle emissioni di carbonio. Lettura critica delle conclusioni raggiunte nella Conferenza sui cambiamenti climatici, COP 21, a distanza di due anni.

In un articolo sull’Astrolabio di due anni fa (16 dicembre 2015) commentavo con preoccupazione i risultati della Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici, COP 21.

“Non saranno i risultati del vertice mondale del clima che si è tenuto a Parigi a indicare come muoverci; abbiamo avuto ancora una volta solo previsioni di catastrofe universale, impegni generici sull’obiettivo di evitarla, ma nessuna concreta azione o almeno programma concreto di interventi condivisi, solo whisful thinking, come purtroppo è stato per i trascorsi 25 anni. Le novità sono state: una migliore cosmesi espositiva (coinvolgimento verbale anche dei paesi finora scettici come Cina e USA recentemente “rinsaviti” a parole – ma, forse, parole pronunciate “incrociando le dita” a significare non l’auspicio scaramantico di avveramento, ma al contrario la “riserva mentale” di origine gesuitica); la promessa di un futuribile fondo per i paesi svantaggiati; l’escamotage di una revisione periodica ogni 5 anni (forse nuove previsioni oracolistiche sull’avvicinamento o meno al tetto di 2° C che ci protegga dalla catastrofe); coinvolgimento della World Trade Organization WTO.”

L’articolo aveva una parte propositiva che indicava due percorsi in linea con l’originaria impostazione della prima fase dei lavori dell’IPCC (Intergovernmental Panel on Climate Change) quando la componente scientifica era veramente prevalente e si sosteneva la scelta di accompagnare l’azione di mitigation (evitare i cambiamenti climatici) con quella di adaptation (contenere i danni attesi dai cambiamenti climatici)…

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Monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque. Indicazioni per la scelta delle sostanze


Nell’ambito del monitoraggio nazionale dei pesticidi nelle acque, l’ISPRA svolge una funzione di coordinamento e indirizzo tecnico-scientifico nei confronti di Regioni e Agenzie regionali per la protezione dell’ambiente. Il presente documento amplia e aggiorna le informazioni utili per la scelta delle sostanze da considerare nella programmazione del monitoraggio, già fornite in precedenti documenti di indirizzo predisposti dall’Istituto…

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Fondi PSR, sulla spesa l'Italia comincia la rincorsa rispetto alla Ue e le proiezioni sono positive


Nonostante la “partenza ritardata” e alcune caratteristiche strutturali, le proiezioni sulla spesa delineano una prospettiva positiva atta a scacciare il rischio disimpegno e riportare l’Italia in linea con i nostri partner europei.

Come di consueto il mese di giugno ha rappresentato per le Autorità di gestione dei Programmi di sviluppo rurale un periodo molto intenso per gli adempimenti richiesti in ambito comunitario.
Infatti in questo mese le Autorità di gestione hanno dovuto approvare ed inviare entro i termini prestabiliti le Relazioni Annuali di Attuazione, l’analisi sul soddisfacimento delle condizionalità ex ante e l’esame sul raggiungimento dei target intermedi stabiliti nel quadro di efficacia di attuazione.
Tra i temi principali discussi negli incontri dei Comitati di Sorveglianza dei PSR, tenutosi lo scorso mese, troviamo lo stato di attuazione del Programma e i progressi raggiunti dal PSR da inizio programmazione.
Al riguardo,in diversi momenti di incontro sia con la Commissione Europea sia con le parti istituzionali è emerso il problema del ritardo dell’implementazione procedurale e finanziaria dei PSR visto che al primo trimestre 2017 (Q1 2017) la spesa italiana si attestava al 7,97% mentre quella UE era a più del doppio (16,1%).
Da un confronto dettagliato sull’attuazione della spesa dei PSR a livello UE, in base alle ultime le informazioni messe a disposizione dai servizi della CE, emerge che al 30 maggio 2017 la spesa dei PSR Italiani si arrestava all’11,7% mentre la media UE a 28 raggiungeva il 20%…




Fare a tempo a perdere tempo


Fare a tempo a perdere tempo, canta Ligabue, poliedrico artista emiliano. Con il senno di poi, ragionando oggi che i giochi sono, in gran parte, fatti, sembra facile sentenziare che l’industria italiana dello zucchero sia stata l’ispiratrice del nostro autore. I segnali di quello che sarebbe avvenuto, una volta entrati nella Unione Europea, e cioè la perdita di quella protezione da sempre vitale per la nostra industria, erano stati precisi e numerosi. Però, dai tempi in cui Omero cantò l’inutile chiaroveggenza di Cassandra, in Italia siamo molto restii ad ascoltare chi ci mette in guardia prevedendo per il futuro molte difficoltà. Abbiamo avuto davvero molto tempo per perdere tempo e siamo stati veloci solo nel decidere di dismettere, in maniera incentivata, la gran parte dei nostri impianti lasciando il poco che restava in balia di un mercato altalenante e speculativo. Anche da questa rivista abbiamo più volte segnalato, portando esempi e modelli concreti, che ormai una Società Saccarifera di solo zucchero non vive più e che in giro per il vasto mondo tutti coloro che operano in questo settore si sono dati da fare per affiancare alla produzione di zucchero numerose altre attività connesse, approfittando delle sinergie che ne possono derivare. Iniziative sono state, anche qui da noi, pensate ed abbozzate, ma è mancata la convinzione e forse anche la tenacia di chi intraprende un nuovo tipo di industria. In Italia non è stato sempre così. Un notevole esempio di una tentata innovazione veramente interessante e oggetto di notevoli studi è stato il modello di Zuccherificio Agricolo proposto da De Vecchis di cui in questa rivista sia Alessandro Lazzari sia Lorenzo Aldini ne danno completa descrizione. Accanto allo zuccherificio sono sorte in Italia un notevolissimo numero di distillerie sia da alcol carburante sia da alcol buongusto. E come non citare il modello molto studiato della baritazione del melasso con recupero della barite a lungo praticato a Legnago.

Dal melasso vennero ricavati, in altre fabbriche, carburanti, gomma ed anche esplosivi e glicerina prima ancora che lievito. Quando, molto più recentemente, era il 1969, venne inaugurato in pompa magna il sito produttivo di San Quirico non solo il Resto del Carlino, che aveva lo stesso proprietario di Eridania ZN intitolò a 9 colonne Buongiorno San Quirico in coro unanime si salutò il sito produttivo più moderno d’Europa (zucchero, lievito, energia). Anche i tentativi di colmare il gap tecnologico delle nostre barbabietole rispetto a quelle del centro Europa con l’utilizzo delle resine va ascritto ad una grande volontà competitiva che non ebbe successo poi

ché si dimenticò che l’ambiente veniva grandemente offeso da reflui veramente aggressivi. Oggi, per proseguire con il nostro Ligabue, fare in tempo ad avere futuro, per chi ancora produce zucchero italiano, appare quanto mai complicato. Leggendo Le betteravier belge, rivista dei bieticoltori belgi, troviamo: Il prezzo mondiale dello zucchero ha perso più del 30% a partire dal febbraio 2017 passando da 515 euro/ton a 360 € /t nel mese di giugno. Questi prezzi anticipano le montagne di zucchero che si prevedono prodotte nel 2017/2018 nel mondo. Secondo le previsioni si produrrà da 178 a 185 milioni di tonnellate con un aumento di 9 milioni sull’annata precedente. A questo surplus partecipano: India, Tailandia, Sud Africa e Pakistan. Anche in Europa è previsto un forte aumento di produzione visto il grande investimento a bietole. Russia ed Ucraina, che hanno avuto una primavera molto favorevole, hanno un forte investimento a bietole. In Ucraina l’industria saccarifera è in pieno sviluppo e si prevede un aumento produttivo del 19% e si prepara a raddoppiare la propria esportazione. In UE si ha un investimento a bietole in aumento del 17% a seguito della soppressione del regime delle quote. La Comunità potrebbe produrre 18,6 milioni di ton, ossia 2milioni più dell’anno scorso. Le esportazioni europee potrebbero essere pari 3 milioni di tonnellate e l’Europa diventerà esportatrice netta. Si deve, inoltre tener conto anche di un previsto rallentamento nel consumo mondiale dello zucchero. In numerosi Paesi si stanno svolgendo campagne contro lo zucchero (Coca Cola ha già lanciato un prodotto privo di zucchero). Secondo ISO si prevede un consumo mondiale di zucchero 2017/2018 di 174 milioni di ton. ed eccedenze a 3 milioni di ton.

Non c’è proprio da stare tranquilli stando così le cose. E viene da fare una amara riflessione su questa Comunità Europea che nel 2006 sceglie di diventare deficitaria in zucchero così da aiutare le esportazioni dei Paesi meno abbienti e 11 anni dopo andrà ad invadere quei mercati con prezzi d’occasione (dopo averlo fatto nei Paesi partners europei meno competitivi). Con la fine di luglio è, comunque il tempo della nostra campagna saccarifera. Minerbio ha iniziato la lavorazione il 24 di luglio e Pontelongo il 28. San Quirico è partito il primo di Agosto. La qualità delle barbabietole ed anche la produzione quantitativa è giudicata soddisfacente, anche se da zona a zona ci sono differenze consistenti a seconda dell’andamento pluviometrico, in generale molto scadente.

 «L’Industria Saccarifera Italiana», vol. 109, 2017, n. ¾, R i v i s t a b i m e s t r a le d e l l ‘A s s o c i a z i o n e  N a z i o n a l e f r a   i  T e c n i c i  d e l l o  Z u c c h e r o  e  d e l l ‘ A l c o l e

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Malaria, Global Warming e la Santa Ignoranza


Se l’Italia fosse un paese serio esigerebbe che chi fa il giornalista alla RAI avesse un minimo di conoscenza della nostra storia, quantomeno per evitare l’infortunio in cui è incorsa la giornalista del GR1 Tiziana Ribichesu la quale, parlando della triste vicenda della bimba trentina morta ieri di malaria a Brescia, ha affermato che “se il clima anche da noi diventa equatoriale, con tanto caldo e forte umidità, le zanzare anofele trovano condizioni molto favorevoli”.

Tale affermazione infatti trascura totalmente il fatto che l’Italia è paese soggetto alla malaria fin da epoche remote. Di malaria (il cui nome internazionale è guarda caso un termine italiano) soffrirono infatti gli etruschi e poi i romani e alla presenza di vaste aree malariche nei fondovalle si deve ad esempio il fatto che le nostre città erano spesso allocate su colli e montagne.

Nonostante i grandi sforzi volti  a contenere tale flagello (e al riguardo ricordiamo fra gli altri il contributo determinante del grande malarialogo Giovani Battista Grassi – https://it.wikipedia.org/wiki/Giovanni_Battista_Grassi) il problema si mantenne fino agli anni 50 del XX secolo allorché, in tempi evidentemente non sospetti di global warming, l’Italia vantava ancora una mortalità da malaria particolarmente elevata, specie in Sardegna e in vaste aree del meridione…

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Domande a chi critica il mio tentativo di raccogliere prove che l’Italia ha anche risultati positivi dai quali partire e capacità da mettere a frutto


Pensate davvero che l’Italia possa fare a meno di confermare/riconquistare (scegliete voi) l’apprezzamento di opinion leaders, pubblica opinione e classe dirigente degli altri paesi per andare avanti?

Pensate davvero che ci giovi presentarci come un popolo di disperati sull’orlo del fallimento con insormontabili difetti caratteriali, governati da un mix di folli e/o delinquenti (per altro da noi eletti direttamente o indirettamente) con regole da manicomio e classe dirigente da galera? Tanto più se dobbiamo trovare almeno un modus vivendi con chi dall’estero:

-      compra i nostri prodotti e/o viene da noi per turismo e/o investe nelle nostre aziende

-      detiene quote del nostro debito pregresso, e/o speriamo lo compri alle continue periodiche scadenze per il rinnovo

-      stringe con noi accordi su regole, progetti comuni, impegni.

Pensate che siano stupidi i cittadini degli altri paesi che, pur non usando il silenziatore nei conflitti interni, trovano compattezza nelle posizioni da assumere nei confronti internazionali?

Che pensate voi di stampa e TV che si presentano come i fustigatori dei mali italiani e in realtà rispondono a ideologismi superati, a logiche di cassetta e/o a interessi specifici degli azionisti?

Che pensereste voi se foste dall’altra parte del tavolo a negoziare con l’interlocutore Italia che si presenta nel peggiore dei modi possibili?

In questo coro di autodenigrazione che scrivereste sull’Italia se foste voi a redigere i rapporti di organismi di studio ed analisi come l’OCSE o di valutazione come le Agenzie di rating (per altro interessate di fatto a dipingerci a tinte fosche) o le ottuse pagelle dei burocrati dell’UE Merkel-dipendenti?

Certo non sostengo la tesi che tutto vada bene. C’è molto da correggere su tanti aspetti tutt’altro che marginali e ho afflitto chi mi legge su Linkedin con “pallose” tabelle https://lnkd.in/d5T4svi su potenziali obiettivi e possibili strumenti per uscire dalla crisi (grazie per il numero di visualizzazioni: per me un ulteriore segnale che non mancano posizioni orientate alla ricostruzione di un paese “normale” (anzi migliore del normale); rinnovo qui l’invito a indicare priorità, modifiche e integrazioni).

Incorreggibile nell’elencare le ragioni per cui sono convinto che ce la possiamo fare, ne ricordo, ancora in forma di domanda, due che ritengo molto importanti.

Pensate voi che se fossimo il paese allo sfascio come alcuni da fuori ci dipingono (e molti fra noi rincarano la dose) lo spread nei tassi di interesse del debito pubblico viaggerebbe nella forchetta tra 1,5 % e 2 % ? Prestereste il vostro denaro a qualcuno che vedete a rischio tracollo, accontentandovi di questo ridotto margine a fronte del drammatico rischio specifico?

Pensate voi che se i conti pubblici italiani del 2017 fossero disastrosi la correzione necessaria sarebbe pari allo 0,2 % del PIL? E’ una tirata d’orecchi, tanto per tenerci sotto schiaffo, riconfermare chi comanda e portare a casa qualche rendimento in più.

Allora non alimentiamo i pretesti che servono ad aumentarci ancora lo spread (prepariamoci per quando finirà il cosiddetto quantitative easing della BCE) e a disattendere le nostre fondate richieste (per esempio di supporto sulla vicenda migranti che non può essere visto come un problema solo nostro). Vediamo di costruire un percorso proficuo e non facciamoci ulteriori danni da soli.

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