60 anni di Europa e di Pac


Il 60°anniversario della firma del Trattato di Roma si è trasformato in una tribuna per i sostenitori di posizioni contrapposte e per cercare di animare un dibattito che, nonostante tutto, langue, probabilmente perché privo di attrattive e alternative concrete. Un membro importante come la Gran Bretagna si accinge ad uscire dall’Ue: è il primo caso dalla fondazione e si verifica in un momento in cui l’euroscetticismo, o meglio l’anti europeismo, si diffonde. Le posizioni avverse da noi si confrontano sull’obiettivo politico del recupero di sovranità.  Quand’anche si realizzasse in Italia non si risolverebbero tre problemi chiave come la disoccupazione a livelli record, l’inarrestabile flusso immigratorio, il colossale deficit di bilancio.

L’Europa comunitaria si è sviluppata senza avere sciolto molti nodi e, sopra a tutti, un contrasto di fondo fra due concezioni: quella di essere un’aggregazione di paesi che partendo dall’economia puntasse all’obiettivo dell’unione politica e quella, più limitata, di realizzare una grande area di libero scambio. Ad esse si è aggiunta una terza concezione presente nei paesi dell’Europa centro orientale reduci dal crollo del comunismo che cercano un sostegno economico per la loro ricostruzione. I popoli europei, oggi, stanno insieme, ma non comprendono che le motivazioni non sono condivise.
L’anniversario è l’occasione per riflettere anche sulla Pac, presente nel Trattato di Roma, poi rimasta nelle successive versioni e disegnata nel 1958 dalla Conferenza di Stresa. La Pac conferisce un primato alla Cee: è l’unico caso di un’area di libero scambio che abbia introdotto anche i prodotti agricoli creando per essi addirittura una specifica politica comune. L’ingresso inglese nel 1973 fu rallentato e condizionato anche da essa, poco compatibile con la politica agraria inglese. Entrambe protezionistiche, ma la Pac abbinava l’intervento strutturale, basato su strategie e finanziamenti comuni, ad un sostegno pagato dai consumatori attraverso prezzi più elevati di quelli del mercato mondiale e la protezione del mercato interno dalle importazioni grazie a un sistema di dazi mobili e incentivi all’esportazioni…
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Come dovrebbe muoversi la leadership UE, ammesso che ne esista una, per gestire adeguatamente la crisi dopo il risultato del referendum britannico


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Proviamo ad applicare (semplificandole) le categorie del management moderno alla gestione della crisi UE dopo il risultato del referendum britannico: un esercizio esplicativo che pur nei suoi limiti può almeno sgombrare il campo da equivoci.

Cominciamo con la visione. Che è rimasto della visione dei padri fondatori che volevano soprattutto evitare il ripetersi di tragedie come la seconda guerra mondiale e costruire un rapporto positivo tra paesi che si erano per secoli odiati e massacrati l’un l’altro? Ora abbiamo una proclamata convenienza economica a crescere come dimensione (tirando troppo affrettatamente dentro, dopo la caduta del muro di Berlino, paesi eterogenei) e come livello di benessere, misurato da un mal definito PIL. Abbiamo tante altisonanti, ma vuote dichiarazioni, per mascherare disattenzione e incapacità a cogliere i decisivi mutamenti derivanti dal superamento degli storici blocchi (Occidente, Russia  sovietica e Paesi non Allineati) la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, l’aspettativa generalizzata di benessere, l’emergere di nuove potenze economco-politiche (basti pensare alla Cina) il riacutizzarsi delle contrapposizioni ideologico-religiose.

Anzi l’UE ha orgogliosamente ritenuto di rappresentare un modello da esportare (che raggiungeva la “quadra” tra sviluppo, giustizia sociale ed ecologia) e da diffondere, un modello valido per l’intero globo senza tener conto di specificità che rendevano e rendono ridicola questa presunzione. In sintesi, la leadership UE ha creduto alla barzelletta della fine della Storia raccontata da Francis Fukuyama il più superficiale dei maîtres à penser, appartenente alla più superficiale cultura esistente al mondo che è quella americana, proprio quando la Storia accelerava il suo cammino irto di difficoltà. Purtroppo vengono in mente immagini sgradevoli come quella della mosca cocchiera o detti pessimistici come “Quos Deus vult perdere prius amentat” perché in effetti la follia non è mancata negli ultimi decenni delle decisioni politico-economiche della UE. La nuova visione – anzi la visione da costruire perché non c’era più – non può che corrispondere innanzitutto a un bagno di realismo e ispirarsi a un ritorno aggiornato alle ispirazioni dei fondatori.

Passiamo alle linee strategiche. Credo di poter affermare che sarebbe un errore esiziale adottare la strada della continuità. La linea adottata finora è stata quella di un predicato risanamento della situazione finanziaria dei singoli paesi (se fosse una corporation parleremmo delle singole divisioni) e di un predicato rispetto delle regole via via accumulate, in gran parte senza senso anche perché costruite in tempi diversi, troppo numerose, troppo minuziose e soprattutto in molti casi di intralcio su questioni minori, tipo come si macellano i polli, si fa il formaggio di fossa o la misura dei profilattici). A fronte di queste dichiarazioni hanno in realtà prevalso di volta in volta i più forti con furbate opportunistiche (le erogazioni e le regole nel settore agricolo o nella siderurgia ne sono un esempio per non parlare dei paradisi fiscali del Lussemburgo) e comportamenti muscolari solo verso i più deboli (vedi il dieselgate che ha visto infilati nel dimenticatoio i “trucchi dei crucchi”); questo nel rapporto tra Paesi e nel rapporto con i gruppi di pressione.

L’attuazione delle scelte (o dovrei dire delle non scelte) è stata perseguita con tragica lentezza fino al punto di creare mostri come moneta comune e politica di bilancio comune in assenza di politiche fiscali condivise o almeno compatibili, per non parlare di politica estera e di politica della difesa). In sintesi un transitorio di trasformazione che doveva durare qualche anno si protrae da ben oltre 15 anni. Come era prevedibile, il risultato è stato disastroso non solo sul piano dei fatti, ma anche su quello del consenso dell’opinione pubblica che è stata illusa, ha subito le limitazioni (micidiale sul piano sostanziale e su quello psicologico l’adorazione della austerity che è stata a lungo la divinità primaria quando si era invece di fronte a una crisi della domanda – la Germania non ha nemmeno capito che aveva bisogno di acquirenti nel mercato europeo in grado di comprare i suoi prodotti) e non ha visto benefici, anzi. Basta leggere le statistiche del cambiamento dei consensi verso l’UE da parte dei cittadini nei vari paesi per rendersene conto.

Questa situazione giustifica l’affermazione “Vogliamo l’Europa, ma non questa Europa” e più puntualmente lo slogan “Abbiamo o troppa Europa o troppo poca Europa”.

L’attuazione è stata fortemente condizionata da un meccanismo decisionale e operativo ridondante e lentissimo: un Parlamento dotato solo di poteri formali (comunque quanto basta per consumare tempo, a fronte di aggiustamenti minimali di scelte già avvenute); una Commissione elefantiaca di fatto in mano alla burocrazia (perché i Commissari sono, a parte poche eccezioni, esponenti di secondo piano della casta politica del paese di provenienza) e telecomandata dal paese giudicato “di riferimento” dal vertice burocratico, tipicamente la Germania che controlla nomine e distribuzioni di potere dentro la macchina; un Consiglio Europeo dove si dovrebbero costruire scelte strategiche per l’interesse comune, ma in realtà si mediano gli interessi dei singoli paesi tra i quali manifestamente c’è un’azionista di maggioranza relativa (la Germania) che gestisce, lanciando briciole, un gruppo di supporters minori, per aumentare il proprio peso) molto spesso concerta il da farsi con il secondo azionista (la Francia che in questi anni ha scelto un ruolo di spalla pur di stare sul podio al secondo posto, mentre avrebbe potuto giocare da deuteragonista alleandosi con altri partner per contenere e guidare l’egemonia tedesca), mentre il terzo posto sul podio è flessibile come premio per l’alleato del momento o come contentino perché chi protesta si cheti (è facile indovinare chi sia oggi).

Guardando in prospettiva, occorre, come spesso accade in situazioni di cambiamento, gestire due linee d’azione parallele: in questo caso la realizzazione del divorzio dalla Gran Bretagna e la costruzione di una nuova strategia per l’Unione Europea.

Sul primo percorso si presentano due nemici da abbattere: l’incertezza e il protrarsi dell’operazione; danno spazio alla speculazione e ritardano il recupero che si innesca fisiologicamente quando partono le nuove condizioni. Sbaglia chi tira un sospiro di sollievo perché “abbiamo due anni di tempo”, occorre far prima altrimenti saranno due anni di sofferenze; a questo scopo converrà prendere il più rapidamente possibile (per esempio entro sei mesi) le decisioni di fondo e se serve spendere più tempo per i dettagli.

Quanto alla seconda linea d’azione, con ogni probabilità non si pone un’alternativa secca e sarà saggio immaginare quella che con una brutta espressione si chiamava Europa a due velocità. Se si esamina con freddezza la situazione sono già presenti elementi di questo tipo: importante elemento la distinzione tra l’Europa a 28 e l’Eurogruppo, come pure la previsione di paesi associati o a vario stadio delle procedure di ingresso; se avesse perso la Brexit avremmo avuto una terza fattispecie con la Gran Bretagna intitolata ad uno status tutto suo e quasi certamente considerata da molti paesi come un precedente per richieste, più o meno strumentali, di par condicio se non altro per far fronte a spinte in tal senso da parte delle rispettive opinioni pubbliche. Anche gli europeisti più convinti non debbono pensare che se avesse perso la Brexit sarebbe stato il migliore dei mondi possibili: sarebbe invece stato un modo ancor più azzoppato di proseguire con continuità nella confusione attuale.

La costruzione di due aggregati uno più integrato e un altro con minori vincoli mutui offre molti vantaggi: superamento della terra di nessuno nella quale si trova l’Eurogruppo; maggiore omogeneità all’interno di ciascun gruppo; semplificazione del processo decisionale; possibilità di una risposta calibrata alle pressioni popolari per uscire da una situazione sgradita (notare che il risultato più incisivo del referendum britannico è che il paese si è spaccato, quindi qualunque l’esito di questa dicotomia metà dei cittadini sono scontenti). Sarebbe anche un’ottima occasione per rivedere quel quadro normativo (ne cito solo due fiscal compact e Trattato di Dublino sulle frontiere) che si è dimostrato intenibile. Un’ultima battuta sulle illusioni/follie di un’Unione omogenea e universale: ma potrebbe avere davvero senso, come molti credono o fingono di credere, un ingresso della Turchia come full memeber dell’UE come oggi definita? E, simmetricamente non potrebbe l’adozione di due tipi di Unione facilitare il rapporto con la Russia che l’attuale UE considera ancora un esterno se non un avversario? Quando ci libereremo delle ideologie e delle scelte che avevano senso oltre 70 anni fa quando molte, ma molte cose erano diverse?

Non resta che sperare che parta celermente una fase di rifondazione che risparmi una lenta agonia e dia a ciascun paese la possibilità di scegliere a ciascun popolo il tipo di coesione che ritiene più adeguato. Speriamo anche di non sentire più le sciocchezze di chi dice (speriamo Mario Monti sia stato frainteso e non sia tra questi) che questi temi sono troppo seri perché siano affidati alla volontà popolare. E’ un’affermazione che si commenta da sola.




"L'Europa che vorrei" secondo Papa Francesco: un nobile ideale, da condividere ma chi comanda ha voglia di realizzarlo?


In un post che seguiva gli incontri di Renzi con Merkel e Juncker e precedeva l’incontro del Gotha dell’Europa che conta con Papa Francesco mi domandavo se il Papa avrebbe praticato la misericordia, che è cifra distintiva del Giubileo da lui promosso, anche nei confronti degli illustri visitatori (a proposito nel raccogliere foto dei luoghi di decisione avevo dimenticato il più importante cioè Berlino) . Leggendo i resoconti dell’intervento del Pontefice mi sono fatto l’idea che non li abbia assolti e abbia ripetuto quali sono le sue aspettative su quello che l’Europa dovrebbe essere. L’intelligenza dell’intervento è anche nella scelta di rifarsi puntualmente a quello che l’Europa aveva dichiarato di voler essere secondo i propositi dei suoi padri fondatori: come non essere d’accordo? Possiamo chiamarlo un rimprovero oppure un pressante invito, certo un’assoluzione non è. Ma lasciando da parte la diplomazia, rimane la domanda se nei decenni trascorsi la politica e la euroburocrazia abbiano realizzato gli ideali originari: la mia risposta è “solo in piccola parte” e tra gli errori metto soprattutto un’iper-regolazione dei dettagli, il troppo repentino allargamento a Est e soprattutto la scelta di rimanere a metà del guado, simultaneamente troppa Europa e troppo poca Europa: moneta sì; fiscal compact (cioè regole di bilancio dei singoli stati)  sì; regole di Basilea sulle banche, sì; trattato di Dublino sì; ma politica fiscale comune no; politica estera comune no; emissione di titoli dell’UE no. La tragica vicenda dei migranti non è un fattore che perturba un quadro altrimenti idilliaco,  è un’ulteriore circostanza che si aggiunge a una situazione molto difficile evidenziata dalla crisi-economica e finanziaria; la terapia non potrà che essere globale e in fondo l’Italia con il Migration Compact ha dato un contributo a indicare parte delle azioni da intraprendere e non siamo più nell’angolo dei cattivi. Visto che a Junker e a Merkel piace tanto l’immagine dello scolaretto che deve fare i compiti stavolta i compiti li debbono far loro e che compiti e con che scadenze. Comunque punto centrale è che la soluzione della questione dei migranti non può prescindere dalla priorità di evitare che partano. Altri Pontefici l’avevano detto con maggiore chiarezza.

L’altro fatto nuovo di questi ultimi giorni  è l’apparente retromarcia del Ministro degli Interni austriaco Sobotka sulla chiusura del Brennero, retromarcia motivata da rimescolamenti delle alleanze di politica interna austriaca e comunque condizionata alla pretesa che siamo noi italiani a caricarci da soli del compito di selezionare chi arriva rimandando indietro la grande maggioranza. Confermo che la revisione del Trattato di Dublino è la cartina di tornasole che deciderà se finora si sono fatte solo chiacchiere o meno.

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Tutti a Roma, i capi dell’U.E. (Merkel, Juncker, Schulz): riconoscimento all'Italia, presa in giro, o visita per Giubileo? E il duo Obama Putin?


Ieri, 5 maggio, e oggi si registra un’affluenza insolita a Roma dei  i capi veri dell’U.E. (Merkel, Juncker, Schulz , c’è anche Tusk, ma è poco più che decorativo). L’ospite più importante è la Merkel che si è incontrata ieri con Renzi. Difficile da valutare l’esito dell’incontro dalla conferenza stampa congiunta a fine colloquio.

Il bicchiere si può considerare mezzo pieno perché:

  • c’è stato un riconoscimento del lavoro fatto dall’Italia su queste magiche – o fantomatiche – riforme (magari solo formale, ma è quel che fa comodo perché secondo me tutto il mantra delle riforme volute da U.E. BCE e FMI è unrefrain per dare voti sulla fuffa e allora siamo contenti che la maestra smetta di dirci che dobbiamo fatto i compiti)
  • è stato riconosciuto che il Migration Compact italiano è un contributo utileverso una ragionevole gestione della questione dei migranti e che ilgoverno dellefrontiere dell’Unione non può essere solo compito dei paesi che hanno confini con l’esterno (come Italia e Grecia)
  • si è lasciata intendere una certa apertura sulla questione flessibilità del bilancio pubblico italiano in esame a Bruxelles
  • non è stato sostenuto da parte tedesca l‘atteggiamento aggressivo nei confronti dell’Italia manifestato qualche giorno fa da WeidmannGovernatore della Bundesbank (attenti che la furbata del poliziotto buono e del poliziotto cattivo funziona sempre)

Ma conta anche  il vuoto dell’altro mezzo bicchiere:

  • il no più esplicito è stato quello agli euro bond come mezzo di finanziamento della collaborazione tra  UE e paesi di provenienza o transito dei migranti; ma questo rifiuto era purtroppo prevedibile nonostante fosse la strada giusta; ancor più preoccupante la vaghezza su meccanismi alternativi
  • non è stato intrapreso l’indispensabile approccio integrato al groviglio della crisi economico-finanziaria, delle migrazioni, del terrorismo del contrasto all’ISIS e si procede “a pezzi e bocconi” con limitate possibilità di successo
  • l’approvazione del bilancio italiano è stata rinviata e quindi la spada di Damocle è ancora sospesa sopra la testa.

Juncker ha proseguito nel suo apparentemente costruttivo dialogo con Renzi, ma si è tenuto abbastanza sulle generali. La sua giornata clou dovrebbe essere oggi con l’incontro con papa Francesco: vanno a portargli il premio Carlo Magno forse sperando di rabbonirlo perché non sono mancati i rimbrotti nei confronti di un’Unione Europea che il papa giudica contraria nei fatti a ogni senso di umanità e ha sottolineato questo suo giudizio con la visita a Lesbo. Forse a Bruxelles (e a Berlino) qualcuno che si sentiva forte comincia a capire che gli attacchi sono numerosi e concentrici anche se eterogenei (dal papa ai partiti di estrema destra per motivi contrapposti, ma sappiamo che in politica il nemico del mio nemico è un amico) e forse maggiore ragionevolezza e ricerca di più ampi consensi è per loro vitale. Papa Francesco praticherà anche nei confronti degli illustri visitatori la misericordia che è cifra distintiva del Giubileo da lui promosso?

In sintesi: un passo avanti, ma tutto dipende dai futuri sviluppi, in primis l’esito dei negoziati sulla revisione del Trattato di Dublino che vede un vasto schieramento su posizioni egoiste, miopi e insostenibili.  Non solo quei furboni degli ex satelliti sovietici che ci siamo tirati dentro e  abbiamo riempito di soldi e ora si rifiutano di collaborare (e pensare che la Merkel per un po’ li ha considerati leali supporter delle sue tesi e li portava ad esempio a i paesi come l’Italia e la Grecia che salvavano vite umane mentre gli altri guardavano altrove), ma anche paesi finora più ragionevoli come l’Austria che minaccia “muri tecnologici” al Brennero e nella persona di Heinz Christian Strache  leader del partito di estrema destra, lancia l’epiteto di “scafisti di stato contro Merkel e Renzi”. Qui si vedrà se l’UE è qualcosa di più di un’espressione economica (per parafrasare “Italia espressione geografica” di Metternich). Va riconosciuto che l’Italia non è più esplicitamente sul banco degli accusati e che è anche uscita dall’angolo assumendo una visibilità non negativa. Al limite si può considerare non del tutto priva di fondamento l’ipotesi formulata dal Guardian che l’Italia possa esercitare un ruolo di leadership nel costruire una nuova Europa.

Qualcosa di promettente intanto si intravvede per la Siria (crisi che potrà trovare soluzione solo con un accordo, anche parziale, tra USA e Russia se terrà la tregua concordata nel recente dialogo tra Obama e Putin. Nonostante le critiche ricevute non erano fuori luogo le mie considerazioni di qualche mese fa sulla necessità di un coinvolgimento della Russia non solo per affrontare la crisi siriana, ma più in generale per mettere in piedi una risposta efficace al dramma del terrorismo dei migranti e dell’ISIS e conseguentemente trovavo ridicolo il permanere delle sanzioni alla Russia per una vicenda come la crisi ucraina che rispetto alla questione migrazioni è in fondo di modesta portata. Comunque il potere di Obama è agli sgoccioli e l’esito delle elezioni americane (ridotte ora al duello Clinton Trump) si fa sempre più incerto.

Per non farci mancare nulla dovremo anche seguire l’evoluzione in Turchia dopo le dimissioni del premier Ahmet Davutoğlu, (quello che ha condotto personalmente i negoziati con la UE per la vicenda migranti e ha portato a casa 6 miliardi di fondi UE a fronte di una promessa di intervento a beneficio quasi esclusivamente della Germania). C’è chi sostiene che  i mutati rapporti USA-Russia non sono estranei alla vicenda e che l’uscita di scena di Davutoglu optrebbe cmpromettere l’attuazione degli accordi con la U.E.. La posizione della Turchia nell’intera questione (ISIS, terrorismo e più in generale rapporti tra Occidente e mondo musulmano nelle sue articolazioni contrapposte è tutto da decifrare).

Qui un aggiornamento

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La Germania persiste nel criticare l’Italia e accusa anche Draghi, ma qualcuno in Europa, si ricrede e conta su di noi per "raddrizzare" l’UE


È una seconda copia perché per errore ho cancellato la prima. Ohps!

I Tedeschi hanno un pessimo concetto dell’Italia e non lo nascondono dai tempi della terribile copertina di Der Spiegel: continuano così da anni e non stupisce che abbiano messo sotto accusa anche Draghi un Italiano che osa non eseguire i loro ordini.

Gli Inglesi in genere ci prendono a pesci in faccia. Un esempio è la copertina dell’Economist subito dopo le ultime elezioni politiche con il titolo ”Avanti i clown”. Però in un recentissimo articolo del Guardian cambia atteggiamento e siamo presentati come potenziali salvatori dell’Europa.

Ricapitoliamo le critiche elencate dal Guardian alla Merkel che:

  1. su proposte di politica economica diverse dall’austerità la Merkel conosce solo la risposta “Nein zu Allem”, come Draghi denuncia senza mezzi termini
  2. dice no alla proposta dell’Italia di emettere Euro bond per finanziarie gli interventi a sostegno dei Paesi di provenienza e transito dei migranti
  3. Continua a manifestare ottusa prepotenza nei confronti della Grecia (che invece dimostra grande generosità sul fronte dei migranti) e impedisce una ripresa realistica mentre anche il Fondo Monetario Internazionale che fa parte della famigerata Troika riconosce gravi errori al riguardo.
  4. difende le sovvenzioni per il carbone, in netto contrato con gli impegni assunti in sede COP 21
  5. dà supporto alle case automobilistiche tedesche colpevoli dello scandalo sulle emissioni diesel ,
  6. accetta con ossequio le violazioni della libertà di stampa in Turchia (la Germania molto ritrosa ad interventi sulla rotta mediterranea ha stanziato Fondi UE per investire la Turchia del “governo” delle rotte balcaniche)
  7. non ha saputo gestire gli accordi di Minsk sull’Ucraina

Volendo, di contestazioni se ne potrebbero aggiungere altre riguardo: al perdurare delle ingiustificate sanzioni alla Russia; al mancato rispetto sugli obblighi sanciti dal Trattato di Maastricht di contenere il disavanzo commerciale tedesco con una politica economica espansiva, al salvataggio pubblico delle banche tedesche seguito da ferrea proibizione per gli altri paesi di fare altrettanto e a una confusa politica sui migranti (in particolare per la sostanziale cancellazione delle regole di Schengen e l’insostenibile difesa del Trattato di Dublino). Ma bastano quelle menzionate dal Guardian.

L’articolo prosegue sostenendo che, per raddrizzare la politica UE, essendosi la Gran Bretagna di fatto chiamata fuori ed essendo la Francia e la Spagna entrambe paralizzate per scadenze e difficoltà di politica interna, le uniche possibilità sono legate a una leadership italiana. In sintesi la Cinquecento dei tifosi della nazionale di calcio raffigurata sul sito del Guardian potrebbe secondo l’autore dell’articolo salvare l’UE.

La lista delle motivazioni per cui secondo il Guardian l’Italia è un ragionevole candidato a questo ruolo è consistente e convincente (alcune considerazioni sono virgolettate perchétraduzione letterale e non riassunto):

  1. la coraggiosa politica di Draghi che “ha salvato l’euro  circumnavigando le regole del trattato di Maastricht che vietano la monetizzazione o la condivisone dei debiti”
  2. nei consigli europei e in sede Fondo Monetario Internazionale il Ministro dell’economia e delle Finanze Padoan ha sostenuto l’opportunità dello stimolo fiscale in modo più consistente e coerente di qualunque altro rappresentante europeo
  3. Padoan ha sistemato il bilancio pubblico italiano senza ingiustificate sudditanze a pressioni degli altri paesi e ha iniziato un percorso promettente sul fisco sulla crescita del PIL e sull’occupazione
  4. Il sistema bancario italiano è stato consolidato con una manovra che gli Eurocrati tendevano a bloccare, ma che il mercato ha gradito (Unicredit ha visto crescere le sue quotazioni del 25%)
  5. sul piano della politica interna il PD è stato l’unico partito al governo in Europa che alle ultime elezioni europee ha accresciuto il consenso e non è certo l’Italia il paese più assalito dalla marea del populismo montante in altri Paesi
  6. “l’Italia ha iniziato a realizzare una serie di riforme su lavoro pensioni, pubblica amministrazione impensabili in passato” (aggiungo che l’Italia sul fronte energetico e su quello ambientale ha raggiunto posizioni di tutto rispetto)
  7. in politica estera la crisi Libica, i rapporti con la  Siria la vicenda  migranti e il dialogo non interrotto con la Russia, in particolare per avviare a soluzione la questione siriana, hanno visto il Ministro Gentiloni e l’Alto Rappresentate UE Mogherini contribuire a “creare politiche Europee più pragmatiche ed efficaci”

E’ condivisibile anche la valutazione finale “Resta da vedere se l’Italia è in grado di mettere insieme una coalizione di paesi economicamente progressisti e politicamente pragmatici per superare il conservatorismo dogmatismo dei tedeschi … dinosauri le cui regole antiquate stanno portando l’UE verso l’estinzione”.

Aggiungo da parte mia che la Germania pecca non solo di vetusta rigidità, ma anche di miope egoismo ech purtroppo questo egoismo, essendo contagioso, renderà difficile mettere insieme la coalizione auspicata dal Guardian. Debbo anche aggiungere due caveat:




New CAP and new relationship between Food-Agriculture-Environment


  1. The transition of CAP from a sectoral development model to a territorial development model

 The first half century of CAP will be mentioned slow and with contradiction. Cap was meant as a process to convert territory to values. Thus, territory is considered as relation between environmental resources, cultivation techniques, food tradition/local specificities. The improving of territory and genius loci occurs at a later stage (Structural Funds, PIM, Leader1, Leader 2, Leader 3, LEADER +, Agenda 2000, Fischler) through the enhancing of the so called second pillar of the CAP and the paradoxical set-aside reform. This second pillar fostered competitivity, boostering productivity and the unitary yield per hectare of cultivated lands. Only in nineties, with an extraordinary convergence of interests shared by agricultural policies of both capitalist and socialist countries, new functions are assigned to the rural areas…

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Lezioni della storia


A volte anche la lettura del vecchio quotidiano può riservare qualche piacevolezza. (Soprattutto per un settantenne. E la memoria, stanca ma ancora indomita, torna non senza un certo rammarico alle temute interrogazioni del lunedì su un capitolo di storia, letto e memorizzato in fretta, per la “interrogazione” e poi via di corsa!)
Oggi – non un giornalista di professione ma uno storico di livello internazionale – Niall Ferguson, ci fa tornare ad un “vertice europeo” tra Francia e Gran Bretagna, del 1520 (…appena poche ore dopo il Consiglio europeo di giovedì-venerdì scorsi: ma in questo caso sono 28 Paesi di Europa).
Dice: “durò quasi due settimane e mezzo” ( oggi sono più sbrigativi!). “Non si concluse nessun accordo importante, ma tutti tornarono a casa contenti”( e questa abitudine ha, dunque, una sua storia antica!).
Niall Ferguson è, tra l’altro, autore di: “ The Great Degeneration” (2012)- “Il grande declino- come crollano le istituzioni e muoiono le economie”, Mondadori, 2013.
In questo suo saggio, scrive: “Per dimostrare che le istituzioni occidentali sono veramente in declino, dovrò aprire alcune scatole nere rimaste a lungo sigillate. Sulla prima sta scritto “democrazia”. Sulla seconda, “capitalismo”. Sulla terza, “rule of law” (regola o governo della legge). Sulla quarta, “società civile”. Insieme costituiscono le componenti fondamentali della nostra civiltà. (…) Non si può individuare il guasto semplicemente guardando l’involucro lucente. Bisogna guardare dentro” (ivi, p. 11) .
Ma torniamo al Ferguson della sua lezione di storia, impartita oggi, a noi contemporanei di questa Europa-Unione (cfr. la Repubblica 22 febbraio 2016, p. 7).
Si lamenta il nostro perché: “ho avuto difficoltà a spiegare ai miei colleghi americani che il futuro del mio paese era appeso al numero di anni di attività lavorativa nel regno Unito che un idraulico polacco deve vantare per poter aspirare alle prestazioni di sicurezza sociale. La cosa li lascia perplessi, soprattutto quando specifico che la questione riguarda gli immigrati regolari”.
Dunque, 1520: quattrocentonovantasei anni fa, tra il 7 e il 24 giugno. (Per i dettagli è facilissimo consultare Wikipedia).
Forse è utile, invece, tratteggiare (citando e sintetizzando Niall Ferguson) la situazione dell’Europa di allora:
• Mentre l’Europa si spaccava sulla Riforma, gli eserciti del sultano assediavano Vienna due volte nell’arco di due secoli, nel 1529 e nel 1963;
• In seguito ad Est si profilò una seconda grave minaccia, nella forma delle Russia zarista;
• Dopo la pace di Westfalia del 1648, l’Europa entrò nell’era che associamo all’equilibrio di potere: cinque grandi potenze (Austria, Gran Bretagna, Francia, Prussia e Russia);
• La realtà geopolitica: competizione oltreoceano intensa, tra olandesi, britannici e francesi (per le spoglie dell’impero e dell’infinita “ questione orientale” che a lungo contrappose la Russia e la Turchia);
• Ma lo “splendido isolamento” era una formula ironica. Prima Napoleone, poi il Kaiser e infine Hitler ci insegnarono, o avrebbero dovuto insegnarci, l’esatto contrario. Il vincolo con il continente non venne mai meno.
Ci sono curiose assonanze. Salvo – lo voglio precisare a scanso di equivoci, gravi e spiacevoli ancorché diffusi- che oggi non ci sono invasioni alle porte di Europa.
Diario ricorda anche che un cittadino inglese, di Londra, vissuto intorno a quegli anni (1572-1631) – John Donne- ha lasciato scritto questa mirabile creazione, insieme, poetica e spirituale:
“Nessun uomo è un’isola,/ completo in se stesso;/ ogni uomo
è un pezzo del continente,/ una parte del tutto./
Se anche solo una zolla/ venisse lavata via dal mare,/ l’Europa
ne sarebbe diminuita,/ come se le mancasse un promontorio,/
come se venisse a mancare/ una dimora di amici tuoi,/ o la tua
stessa casa./
La morte di qualsiasi uomo mi sminuisce,/ perché io sono
parte dell’umanità./ E dunque non chiedere mai per chi suona la
campana:/ essa suona per te.”
John Donne è stato poeta, religioso, saggista. Non un grande poeta, certamente. Scrisse anche “Sermoni”: celebre il suo sermone “Nessun uomo è un’isola” (meditazione XVII) citato da Ernest Heminguay, in epigrafe al suo famoso: “Per chi suona la campana”.
L’articolo di Niall Ferguson, ha mosso oggi “Diario europeo” per una sorta di veloce “MEMO”.
Aggiungiamo due piccole chiose. Una è questa: Ferguson (ora uno dei più importanti storici britannici e docente ad Harvard) è di origine scozzese. La Scozia permane filo europeista; la leader indipendentista della Scozia – Nicola Sturgen – ha dichiarato subito dopo il vertice di Bruxelles: “Se la Gran Bretagna esce dall’UE, la Scozia potrà anche uscire dalla Gran Bretagna”. L’altra riguarda il sindaco di Londra e anche parlamentare dello stesso partito del premier David Cameron; anche lui ha dichiarato, subito dopo il vertice di Bruxelles, dice ‘NO all’Europa’. E con lui, cinque ministri del governo di cui Cameron è primo ministro.
La questione – prima che europea – è britannica; è una questione di strategia e di storia di questo Paese. Non è nuova e neppure potrà essere risolta dagli altri Paesi o Popoli d’Europa.
“Nessun uomo è un’isola”: decida il popolo (o meglio i popoli britannici) e decida una volta per sempre. Europa è attesa dal Mondo e nel Mondo alla prova di nuove e straordinarie sfide. Non può più attendere: ha bisogno di Europa coesa, affidabile, forte, sicura, riconoscibile e identificabile.