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Proviamo ad applicare (semplificandole) le categorie del management moderno alla gestione della crisi UE dopo il risultato del referendum britannico: un esercizio esplicativo che pur nei suoi limiti può almeno sgombrare il campo da equivoci.

Cominciamo con la visione. Che è rimasto della visione dei padri fondatori che volevano soprattutto evitare il ripetersi di tragedie come la seconda guerra mondiale e costruire un rapporto positivo tra paesi che si erano per secoli odiati e massacrati l’un l’altro? Ora abbiamo una proclamata convenienza economica a crescere come dimensione (tirando troppo affrettatamente dentro, dopo la caduta del muro di Berlino, paesi eterogenei) e come livello di benessere, misurato da un mal definito PIL. Abbiamo tante altisonanti, ma vuote dichiarazioni, per mascherare disattenzione e incapacità a cogliere i decisivi mutamenti derivanti dal superamento degli storici blocchi (Occidente, Russia  sovietica e Paesi non Allineati) la globalizzazione, la finanziarizzazione dell’economia, l’aspettativa generalizzata di benessere, l’emergere di nuove potenze economco-politiche (basti pensare alla Cina) il riacutizzarsi delle contrapposizioni ideologico-religiose.

Anzi l’UE ha orgogliosamente ritenuto di rappresentare un modello da esportare (che raggiungeva la “quadra” tra sviluppo, giustizia sociale ed ecologia) e da diffondere, un modello valido per l’intero globo senza tener conto di specificità che rendevano e rendono ridicola questa presunzione. In sintesi, la leadership UE ha creduto alla barzelletta della fine della Storia raccontata da Francis Fukuyama il più superficiale dei maîtres à penser, appartenente alla più superficiale cultura esistente al mondo che è quella americana, proprio quando la Storia accelerava il suo cammino irto di difficoltà. Purtroppo vengono in mente immagini sgradevoli come quella della mosca cocchiera o detti pessimistici come “Quos Deus vult perdere prius amentat” perché in effetti la follia non è mancata negli ultimi decenni delle decisioni politico-economiche della UE. La nuova visione – anzi la visione da costruire perché non c’era più – non può che corrispondere innanzitutto a un bagno di realismo e ispirarsi a un ritorno aggiornato alle ispirazioni dei fondatori.

Passiamo alle linee strategiche. Credo di poter affermare che sarebbe un errore esiziale adottare la strada della continuità. La linea adottata finora è stata quella di un predicato risanamento della situazione finanziaria dei singoli paesi (se fosse una corporation parleremmo delle singole divisioni) e di un predicato rispetto delle regole via via accumulate, in gran parte senza senso anche perché costruite in tempi diversi, troppo numerose, troppo minuziose e soprattutto in molti casi di intralcio su questioni minori, tipo come si macellano i polli, si fa il formaggio di fossa o la misura dei profilattici). A fronte di queste dichiarazioni hanno in realtà prevalso di volta in volta i più forti con furbate opportunistiche (le erogazioni e le regole nel settore agricolo o nella siderurgia ne sono un esempio per non parlare dei paradisi fiscali del Lussemburgo) e comportamenti muscolari solo verso i più deboli (vedi il dieselgate che ha visto infilati nel dimenticatoio i “trucchi dei crucchi”); questo nel rapporto tra Paesi e nel rapporto con i gruppi di pressione.

L’attuazione delle scelte (o dovrei dire delle non scelte) è stata perseguita con tragica lentezza fino al punto di creare mostri come moneta comune e politica di bilancio comune in assenza di politiche fiscali condivise o almeno compatibili, per non parlare di politica estera e di politica della difesa). In sintesi un transitorio di trasformazione che doveva durare qualche anno si protrae da ben oltre 15 anni. Come era prevedibile, il risultato è stato disastroso non solo sul piano dei fatti, ma anche su quello del consenso dell’opinione pubblica che è stata illusa, ha subito le limitazioni (micidiale sul piano sostanziale e su quello psicologico l’adorazione della austerity che è stata a lungo la divinità primaria quando si era invece di fronte a una crisi della domanda – la Germania non ha nemmeno capito che aveva bisogno di acquirenti nel mercato europeo in grado di comprare i suoi prodotti) e non ha visto benefici, anzi. Basta leggere le statistiche del cambiamento dei consensi verso l’UE da parte dei cittadini nei vari paesi per rendersene conto.

Questa situazione giustifica l’affermazione “Vogliamo l’Europa, ma non questa Europa” e più puntualmente lo slogan “Abbiamo o troppa Europa o troppo poca Europa”.

L’attuazione è stata fortemente condizionata da un meccanismo decisionale e operativo ridondante e lentissimo: un Parlamento dotato solo di poteri formali (comunque quanto basta per consumare tempo, a fronte di aggiustamenti minimali di scelte già avvenute); una Commissione elefantiaca di fatto in mano alla burocrazia (perché i Commissari sono, a parte poche eccezioni, esponenti di secondo piano della casta politica del paese di provenienza) e telecomandata dal paese giudicato “di riferimento” dal vertice burocratico, tipicamente la Germania che controlla nomine e distribuzioni di potere dentro la macchina; un Consiglio Europeo dove si dovrebbero costruire scelte strategiche per l’interesse comune, ma in realtà si mediano gli interessi dei singoli paesi tra i quali manifestamente c’è un’azionista di maggioranza relativa (la Germania) che gestisce, lanciando briciole, un gruppo di supporters minori, per aumentare il proprio peso) molto spesso concerta il da farsi con il secondo azionista (la Francia che in questi anni ha scelto un ruolo di spalla pur di stare sul podio al secondo posto, mentre avrebbe potuto giocare da deuteragonista alleandosi con altri partner per contenere e guidare l’egemonia tedesca), mentre il terzo posto sul podio è flessibile come premio per l’alleato del momento o come contentino perché chi protesta si cheti (è facile indovinare chi sia oggi).

Guardando in prospettiva, occorre, come spesso accade in situazioni di cambiamento, gestire due linee d’azione parallele: in questo caso la realizzazione del divorzio dalla Gran Bretagna e la costruzione di una nuova strategia per l’Unione Europea.

Sul primo percorso si presentano due nemici da abbattere: l’incertezza e il protrarsi dell’operazione; danno spazio alla speculazione e ritardano il recupero che si innesca fisiologicamente quando partono le nuove condizioni. Sbaglia chi tira un sospiro di sollievo perché “abbiamo due anni di tempo”, occorre far prima altrimenti saranno due anni di sofferenze; a questo scopo converrà prendere il più rapidamente possibile (per esempio entro sei mesi) le decisioni di fondo e se serve spendere più tempo per i dettagli.

Quanto alla seconda linea d’azione, con ogni probabilità non si pone un’alternativa secca e sarà saggio immaginare quella che con una brutta espressione si chiamava Europa a due velocità. Se si esamina con freddezza la situazione sono già presenti elementi di questo tipo: importante elemento la distinzione tra l’Europa a 28 e l’Eurogruppo, come pure la previsione di paesi associati o a vario stadio delle procedure di ingresso; se avesse perso la Brexit avremmo avuto una terza fattispecie con la Gran Bretagna intitolata ad uno status tutto suo e quasi certamente considerata da molti paesi come un precedente per richieste, più o meno strumentali, di par condicio se non altro per far fronte a spinte in tal senso da parte delle rispettive opinioni pubbliche. Anche gli europeisti più convinti non debbono pensare che se avesse perso la Brexit sarebbe stato il migliore dei mondi possibili: sarebbe invece stato un modo ancor più azzoppato di proseguire con continuità nella confusione attuale.

La costruzione di due aggregati uno più integrato e un altro con minori vincoli mutui offre molti vantaggi: superamento della terra di nessuno nella quale si trova l’Eurogruppo; maggiore omogeneità all’interno di ciascun gruppo; semplificazione del processo decisionale; possibilità di una risposta calibrata alle pressioni popolari per uscire da una situazione sgradita (notare che il risultato più incisivo del referendum britannico è che il paese si è spaccato, quindi qualunque l’esito di questa dicotomia metà dei cittadini sono scontenti). Sarebbe anche un’ottima occasione per rivedere quel quadro normativo (ne cito solo due fiscal compact e Trattato di Dublino sulle frontiere) che si è dimostrato intenibile. Un’ultima battuta sulle illusioni/follie di un’Unione omogenea e universale: ma potrebbe avere davvero senso, come molti credono o fingono di credere, un ingresso della Turchia come full memeber dell’UE come oggi definita? E, simmetricamente non potrebbe l’adozione di due tipi di Unione facilitare il rapporto con la Russia che l’attuale UE considera ancora un esterno se non un avversario? Quando ci libereremo delle ideologie e delle scelte che avevano senso oltre 70 anni fa quando molte, ma molte cose erano diverse?

Non resta che sperare che parta celermente una fase di rifondazione che risparmi una lenta agonia e dia a ciascun paese la possibilità di scegliere a ciascun popolo il tipo di coesione che ritiene più adeguato. Speriamo anche di non sentire più le sciocchezze di chi dice (speriamo Mario Monti sia stato frainteso e non sia tra questi) che questi temi sono troppo seri perché siano affidati alla volontà popolare. E’ un’affermazione che si commenta da sola.