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Il ruolo dei sindacati dopo la grande manifestazione unitaria

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La protesta contro il governo di Di Maio e Salvini, indetta dai sindacati che comunque stentano a ritrovare un ruolo importante in una società fortemente dinamica, quasi liquida

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Con la digital disruption, i dipendenti privati hanno perso la rappresentanza sindacale che invece servirebbe molto più di prima

Tante persone (qualche centinaio di migliaia) sono scese in piazza per protestare contro il governo del cambiamento, che tutti si auguravano positivo, ma che invece sta spingendo l’Italia verso il baratro: posti di lavoro in continua diminuzione, recessione tecnica, produzione industriale in forte discesa; sale soltanto lo spread, abbattendo salari e pensioni e alzando il costo dei mutui e dei prestiti.

Quella che una volta si chiamava la triplice – Cgil, Cisl e Uil – è stata costretta a mettere da parte la benevolenza convinta o forzata (per via dei tanti iscritti soprattutto della Cgil che hanno votato M5S e anche Lega), per dare voce alle preoccupazioni che stanno crescendo tra i pensionati e i lavoratori, per non parlare del mondo delle imprese e delle professioni. Preoccupazioni che purtroppo i partiti del’opposizione non riescono a rappresentare efficacemente per via della debolezza strategica. Forza Italia per via delle alleanze con la Lega sempre più egemonica nel centro-destra. Il PD per via della sostanziale benevolenza di una parte importante dell’apparato e del gruppo dirigente verso i grillini con i quali, sotto sotto, spera ancora di potersi alleare.

Nonostante l’indubbio successo della manifestazione, il ruolo dei sindacati è sostanzialmente molto debole. Una volta, quando il mondo cambiava a un ritmo alto ma ancora “umano”, il sindacato rappresentava le istanze della stragrande maggioranza del lavoro dipendente sia pubblico che privato. Poi le cose quasi improvvisamente si sono messe a correre velocemente, troppo velocemente. La vita delle imprese e ancora di più il ciclo di vita delle lavorazioni si è fortemente accorciato e con esse la vita delle professionalità.

I lavoratori una volta lavoravano nella stessa azienda, o in aziende dello stesso settore, fino alla pensione; e le professionalità rimanevano sostanzialmente le stesse anche se richiedevano alcuni aggiornamenti. I lavoratori, in quel mondo ormai scomparso, avevano quindi tutti gli stessi bisogni che erano abbastanza pianificabili e codificabili: sicurezza del posto di lavoro (sostenuta anche con la cassa integrazione nei periodi di riconversione o di crisi), stipendi dignitosi in linea con l’aumento dei bisogni da soddisfare, luoghi di lavoro salubri e sicuri, buona assistenza sanitaria, sicurezza di una pensione non troppo più bassa dello stipendio. E i sindacati avevano il ruolo importante (per certi versi decisivo) di negoziare queste istanze dei loro iscritti con i settori verticali (di categoria nel linguaggio sindacale e imprenditoriale) e con le singole aziende.

Ora le imprese private, tutte, per esempio anche le banche che una volta rappresentavano la sicurezza e il “privilegio”, esauriscono la loro vita o sono fortemente ridimensionate con una frequenza mai vista e neppure ipotizzata. E anche le imprese che hanno successo sono costrette a cambiare lavorazioni e business molto frequentemente con la conseguenza che hanno bisogno di nuove professionalità e devono liberarsi di quelle obsolete. Inoltre le tante automazioni (che sono destinate ad aumentare e a diventare sempre più pervasive) riducono il numero degli addetti in tutte le lavorazioni e in tutti i business. Per questo motivo molte aziende sono costrette a licenziare e fare contratti a tempo determinato per evitare le molte difficoltà dei licenziamenti quando servono meno lavoratori; con il decreto dignità i problemi sono ulteriormente aumentati. Se tutto va bene tante altre imprese (che però potrebbero operare in altre regioni o paesi e continenti) potrebbero avere bisogno di assumere personale comunque con professionalità diverse da quelli che vengono licenziati. I lavoratori dipendenti delle imprese private si trovano esposti a cambiamenti continui, a crisi aziendali frequenti, a offerte di lavoro indirizzate a professionalità sempre nuove. I sindacati finora hanno continuato a rivendicare le istanze del mondo del lavoro presso le singole imprese o i settori verticali che evidentemente proprio a causa delle nuove dinamiche (globalizzazione, innovazioni e automazioni) non sono più in condizioni di soddisfare le pur sacrosante richieste dei sindacati e prima di tutto dei lavoratori. Infatti se un’azienda vende di meno perché per esempio ha prodotti obsoleti, o ha bisogno di meno dipendenti per via delle innovazioni e delle automazioni, è costretta a licenziare; e spesso neanche le altre aziende dello stesso settore hanno bisogno di personale, soprattutto con le professionalità dei licenziati. Potrebbero avere bisogno di assumere altre aziende di altri settori che però potrebbero operare in altre regioni e in altri paesi e continenti.

Diverse le condizioni dei lavoratori pubblici che hanno un posto sicuro per tutta la vita. Però con costi di sistema (e quindi anche sociali) altissimi: perché sono causa della lentezza dell’adeguamento dei processi della pubblica amministrazioni e delle inefficienze sempre più macroscopiche: la palla al piede dell’economia italiana responsabile per gran parte della bassa produttività di sistema.

Per i suddetti motivi i sindacati riescono a rappresentare “bene” e in modo soddisfacente soltanto le istanze dei lavoratori pubblici e dei pensionati che per definizione sono al di fuori delle dinamiche del mondo del lavoro. Infatti se si guarda il volantino distribuito dai sindacati si trovano in prima pagina le istanze dei dipendenti pubblici (nei paragrafi “Istruzione e concorrenza” e “Pubblica amministrazione”) e dei pensionati. Nella seconda e terza pagina ci sono tanti altri paragrafi (lavoro crescita e sviluppo, politica industriale, fisco, previdenza, salute e sicurezza sul lavoro, mezzogiorno, autonomia differenziata, povertà, politiche sociali, sanità) che sono istanze generali nei confronti del governo che sarebbero materia più dei partiti politici che dei sindacati. Quindi i sindacati riescono a fare bene il loro mestiere nella rappresentanza degli interessi dei dipendenti pubblici e dei pensionati ma non hanno ancora capito in che modo possono tutelare gli interessi dei lavoratori privati; e cercano di colmare questa incapacità occupandosi di temi politici senza avere le competenze e le capacità progettuali per farlo né il mandato elettorale. Da queste nuove dinamiche (che in realtà incidono da almeno 20 anni) nasce la grande crisi che ha colpito i sindacati.

Cosa possono fare i sindacati per ritrovare un ruolo “positivo” nei confronti del mondo dei lavoratori privati?

2Non potendo pretendere di riportare il mondo a venti anni fa, devono capire le dinamiche del mondo attuale e soprattutto di quello prossimo venturo (perché in un mondo che corre veloce è necessario “indovinare” gli scenari futuri) e gli strumenti che possono aiutare i lavoratori (quelli dipendenti oggi e anche quelli pubblici domani) nelle tante transizioni da una professionalità e l’altra che spesso coincidono con periodi di disoccupazione. Bisogna costruire strumenti specifici sia dal punto di vista del sostegno economico che dal punto di vista della formazione, partendo da quella della scuola materna. Adesso l’unico strumento previsto anche se non ancora operativo è il reddito di cittadinanza che però non è efficace perché pretende di gestire tre problemi diversi: la povertà, la disoccupazione transitoria e la riqualificazione. Per questo motivo il reddito di cittadinanza è destinato al fallimento su tutti e tre i fronti. Meglio sarebbe prevedere tre strumenti specifici diversi.

Per il contrasto alla povertà sarebbe necessario prevedere strumenti per migliorare le condizioni di vita delle famiglie che si trovano in povertà sia se nel caso nel nucleo familiare ci siano lavoratori attivi che nel caso siano tutti disoccupati. Dovrebbe essere previsto uno strumento costituito sia da servizi gratuiti (per esempio casa, asilo, scuola, salute, borse di studio per l’università, trasporti, energia, gas) che da un sostegno economico proporzionato al numero delle persone del nucleo familiare.

Per i lavoratori temporaneamente disoccupati (in transizione da una vecchia professionalità ad una nuova) dovrebbe essere previsto uno strumento simile alla cassa integrazione (stipendio ridotto) per un periodo temporaneo con l’obbligo di frequentare corsi di formazione per costruire le nuove professionalità. I corsi di formazione dovrebbero essere inseriti all’interno del nuovo sistema di formazione che accompagna gli individui dalla scuola materna fino alla vecchiaia avanzata.

Il nuovo sistema di formazione, fondamentale oltre che per la gestione delle dinamiche magmatiche del mondo del lavoro anche per costruire un buon futuro per tutti gli italiani che deve essere basato su 7 pilastri. Il primo è che dobbiamo insegnare ai ragazzi che viviamo in un mondo in cui la velocità di cambiamento è altissima (almeno il triplo di quella di 20 anni fa) ed è destinata ad aumentare ancora di più. Il secondo è che non ha molto più senso la separazione tra gli studi umanistici, scientifici e tecnici. E tanto meno ne ha la separazione tra soft e hard skill. Il terzo è che siccome la costruzione del nostro futuro passa per la scuola, è necessario poter attrarre nell’insegnamento i migliori, pagandoli adeguatamente e in modo competitivo rispetto al mondo delle professioni e del lavoro pubblico e privato. Il quarto è che bisogna creare una grande osmosi tra scuola e società con spazi “istituzionalizzati” di insegnamento per i professionisti e i rappresentanti del mondo del lavoro privato e pubblico. Il quinto è che è necessario pensare a luoghi “istituzionali” in cui costruire le eccellenze anche nei saperi pratici e operativi: le università dei mestieri. Il sesto (utile per i lavoratori in transizione professionale) è che è necessario organizzare strumenti e spazi, non necessariamente tutti frontali, per l’aggiornamento continuo di ogni professione e mestiere; l’attività di prepararsi a nuove professioni in anticipo ai momenti di crisi (inevitabili) dovrebbe essere affidata anche alla consapevolezza di ciascuno della propria continua inadeguatezza professionale a causa dei continui cambiamenti tecnologici. Il settimo è aprire un grande dibattito pubblico sulla scuola per sensibilizzare le famiglie sulla necessità di motivare i ragazzi a costruire un buon futuro, iniziando dalla scuola materna e passando per gli studi di ogni ordine e grado fino all’università. L’obiettivo dovrebbe essere: una solida cultura di base per tutti e una forte specializzazione per ciascuno.

Ma ancora prima c’è la necessità di contrastare il declino e creare con lo sviluppo opportunità di lavoro, tante opportunità di lavoro. E per farlo serve una grande mobilitazione delle imprese, delle professioni e dell’opinione pubblica per invocare investimenti importanti nelle infrastrutture materiali e tecnologiche soprattutto nel Sud e come detto ristrutturare radicalmente il sistema formativo a partire dalla scuola materna fino all’università e proseguendo oltre nella formazione permanente.

Lucio Sepede, presidente Passinsieme.com

 

One Response to Il ruolo dei sindacati dopo la grande manifestazione unitaria

  1. Redazione Rispondi

    11 febbraio 2019 a 15:16

    Interessanti in particolare le analisi e le proposte sul fronte del rapporto tra istruzione/formazione e prospettive di educazione. Le condivisibili osservazioni sul ruolo del sindacato vanno inquadrate nelle generale tendenza a una forte riduzione di tutti cosiddetti “corpi intermedi”. Questa tendenza è in parte spontanea a causa della dinamica accelerata, ben evidenziata dell’articolo, (i corpi intermedi non fanno in tempo a comprendere metabolizzare e rielaborare i “fatti nuovi” che irrompono), in parte voluta dalle strutture di potere che avvalendosi della rete e relativi media mirano a costruire e alimentare un rapporto diretto con le masse (per usare terminologia marxista) masse ridotte a elettori/consumatori dei quali studiare e soprattutto orientare/assecondare gli umori (sembra contraddizione, ma non lo è). Ecco perché educazione/istruzione/formazione sono il percorso irrinunciabile per contrastare una tendenza allo schiacciamento del ceto medio acculturato e critico (sono diventai difetti, anziché pregi) che attraversa tutti gli schieramenti politici. L’aggiunto di “educazione” vuole sottolineare che oltre alla trasmissione dei saperi è irrinunciabile quella dei valori che costituiscono l’identità delle persone e dei popoli. Il terzomondismo internazionalista di provenienza marxista è entrato in risonanza con la globalizzazione neoliberista ed è stata a mio avviso risonanza distruttiva. Tra i limiti odierni del sindacato la dimensione nazionale o addirittura localistica inerme di fronte alla dimensione globale della finanza. Il dramma è che questa incommensurabilità dimensionale vale anche per la politica. Fabio Pistella

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