regeni rep_lg

Quando ho stigmatizzato il comportamento dei profoessori di Cambridge prima durante e dopo la tragica permanenza del ricercatore italiano Giulio Regeni ucciso barbaramente al Cairo mentre svolgeva la sua ricerca-intervento per conto dell’Università di Cambridge qualcuno ha ritenuto eccessive le critiche sul loro rifiuto di collaborare alle indagini ritenendo che, formalizzato ulteriormente “il mandato” (termine che non mi sembra tecnicamente accurato), l’Ateneo avrebbe collaborato.

Invece, come ci informa il quotidiano la Repubblica di oggi le domande sottoposte sono state in gran parte eluse e sono state fornite – via email – informazioni contraddittorie con precedenti dichiarazioni e con riscontri oggettivi: “Le nuove dichiarazioni non aiutano a superare gli elementi di contraddizione – si spiega a piazzale Clodio – tra quanto detto dalla stessa teste in Italia il giorno dei funerali di Regeni e le altre risultanze investigative emerse successivamente dall’esame del pc di Giulio e, in particolare, dal contenuto di alcune sue mail”.

Inaccettabile è anche lo scarica barile verso l’American University del Cairo del compito di “seguire” il giovane ricercatore e grossolanamente false sono le dichiarazioni su frequenza e oggetto dei contatti che la docente di Cambridge Maha Abdul Rahman, ha avuto con Regeni quando era al Cairo.

I Veneti direbbero “peggio el tacon del buso” perché era meno peggio il silenzio di qualche giorno fa e con il nuovo atteggiamento – che definisco ipocrita perché accompagnato da dichiarazioni ufficiali dell’Ateneo di voler collaborare – qualcuno potrebbe domandarsi se vada valutata l’ipotesi (nel diritto penale italiano) di false informazioni al Pubblico Ministero. Osservo che, mentre il rifiuto  di fornire informazioni è immediatamente perseguibile, l’ipotesi di false informazioni va presa in esame da parte dell’Autorità giudiziaria solo dopo l’esito del procedimento cui le informazioni si riferiscono. Se il passaggio da dichiarata non collaborazione a collaborazione dichiarata a parole, ma disattesa nella sostanza dei fatti fosse deliberato si potrebbe parlare di “furbata”.

Credo che la Procura di Roma abbia dedicato all’intera vicenda tutta l’attenzione, la dedizione e la competenza che merita. Speriamo che spontaneamente o “spintaneamente” l’atteggiamento dell’Università di Cambridge cambi. Per ora il mio sdegno, per quel poco che vale, rimane, anzi, è cresciuto.

regeni_camb_lgb