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Da Strampelli a Borlaug: una nuova Rivoluzione Verde da Expo 2015?

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La nutrizione del Pianeta è un argomento che coinvolge tutta la comunità internazionale ed ognuno si sente di poter dire la sua, nella grande kermessemilanese di Expo 2015. L’agricoltura è sentita come qualcosa di dominio pubblico, che è nel DNA di ognuno, come un’attività produttiva rivolta al bene comune, applicata al fine esclusivo di soddisfare il consumatore e garantire la sicurezza alimentare della popolazione. Solleva contrapposizioni quando tende invece a risolversi  nel rappresentare situazioni esclusive di businnes e di interesse privato.

 Sulla base di questa discriminante sembrano contrapporsi le diverse valutazioni sulla possibile agricoltura sostenibile del futuro, nella percezione largamente condivisa che sia ancora il potenziale di crescita della produttività agricola la principale possibile risposta all’aumentata domanda di cibo, collegata all’incremento demografico, per una popolazione del Pianeta raddoppiata dal 1950 ad oggi e prevista di oltre 9 miliardi nel 2050. Incremento dei consumi alimentari atteso anche con una diversificazione degli stessi, in relazione al maggior  potere di spesa delle popolazioni in via di sviluppo, all’aumento della classe media in una popolazione più urbanizzata (70% nel 2050 rispetto al 50% di oggi), ed alla riduzione generalizzata dei bacini rurali, con la previsione di 2 miliardi in meno di persone attive in agricoltura (da “Corsa alla terra” di Paolo De Castro, Donzelli editore 2012).

 Tali previsioni rientravano già nel documento che la FAO ha presentato nella Conferenza del 2009, dal titolo “How to feed the World in 2050”, e nel quale viene valutato nell’ordine del 70% l’aumento del fabbisogno globale in derrate agricole, in un più rigido contesto di sostenibilità ambientale che imporrà una sensibile riduzione degli input chimici ed energetici, riproponendo pertanto le condizioni per affrontare una nuova fase della Rivoluzione Verde, che sarà chiamata a sviluppare i temi innovativi delle Agroenergie e delle Biotecnologie, e che potrà interessare anche il Continente Africano, dove la popolazione raddoppierà per il 2050, passando a 2 miliardi di persone.

 Dal confronto in atto si dovrebbe trovare una ragione per la coesistenza di un’agricoltura intensiva, legata al progresso scientifico, per una naturale sintesi di genetica, chimica e meccanica, in grado di massimizzare le rese produttive, ed altre forme di agricoltura meno produttiva, ma richieste da un’opinione pubblica sempre più attratta dalle suggestioni del “ritorno alla terra” e dal fascino primitivo di determinate discipline, come quelle dell’agricoltura biologica e biodinamica, mediaticamente sempre molto esposte e sostenute.

 Il dibattito in corso in questi primi mesi nell’ambito di Expo 2015 non sembra ancora entrato nel vivo di queste tematiche, privilegiando la presentazione delle eccellenze alimentari dei diversi Paesi partecipanti, gli aspetti più innovativi in tema di agrotecnica sostenibile e sfumando sugli aspetti più controversi, come quelli degli OGM e delle colture dedicate per la produzione di energia verde da fonte rinnovabile, in competizione con la produzione di cibo.

 Gli aspetti che hanno caratterizzato la  Rivoluzione Verde del Novecento, con il grande incremento delle rese nel frumento attraverso l’applicazione delle nuove acquisizioni scientifiche in campo genetico, chimico e meccanico, senza il condizionamento di riserve ideologiche, d’influenze geopolitiche di parte o di particolari suggestioni alternative, dovrebbero essere riconsiderati, ripercorrendo le strade percorse dagli illuminati agronomi che l’hanno a loro tempo realizzata.

 L’agricoltura intensiva, oggi oggetto di riserve anche scientifiche, si basa su una vasta ed interdisciplinare gamma di conoscenze in continua evoluzione. Essa è stata travolgente nell’ultimo secolo e gli scienziati e gli agronomi che se ne sono occupati e se ne occupano,  vanno considerati come protagonisti di progresso scientifico e tecnologico, oltre che come operatori di pace e pianificatori di orizzonti produttivi sostenibili. Lo testimonia l’assegnazione del premio Nobel “per la Pace” nel 1970 a Norman Borlaug. E’ universalmente riconosciuto che tale Premio sarebbe sicuramente toccato anche a Nazareno Strampelli qualche decina di anni prima e probabilmente non fu favorito dal fatto di aver raggiunto la massima notorietà nel corso del Ventennio fascista e mediante l’autarchica “battaglia del grano”, che ebbe comunque il grande merito di portare l’Italia all’autosufficienza granaria.

 In realtà la figura di questo grande genetista agrario, di cui l’anno prossimo ricorre il 160° dalla nascita a Crispiero di Macerata, è rimasta in ombra, ma egli è stato l’autentico artefice della prima fase della Rivoluzione Verde, dall’inizio del Ventesimo secolo a tutti gli Anni Trenta. Per oltre 10.000 anni, gli agricoltori si erano adoperati, con scarso successo, per aumentare la produttività del grano; finalmente, agli inizi del secolo scorso, quando in Italia la produzione media per ettaro oscillava tra 4 e 6 quintali, l’agronomo Nazareno Strampelli, nato a Crispiero di Castelraimondo e laureato in Scienze Agrarie a Pisa, cominciò a incrociare diverse varietà di grano con l’obiettivo di ottenere piante più precoci, più resistenti alle malattie e, soprattutto, più basse e, quindi, più resistenti al vento e alla pioggia.

 Di particolare aiuto fu una varietà di grano giapponese (Aka Komugi) che nel 1913 gli consentì di effetture l’incrocio più significativo e di selezionare e ottenere grani bassi, precoci, resistenti alle malattie e più produttivi (oltre 60-70/quintali ad ettaro). Mediante i suoi incroci egli combinò in un solo tipo, una sola varietà, la biodiversità che proveniva da grani francesi, olandesi, inglesi e giapponesi. Fu l’inizio di una rivoluzione che si sarebbe estesa in tutto il mondo: i pro-nipoti dei grani di Strampelli,  forniscono attualmente due terzi dei 6 miliardi di quintali di grano prodotto, annualmente, nel mondo. Tale rivoluzione, accompagnata dall’analogo sviluppo delle altre colture, è stata favorita dalla meccanizzazione agricola e dall’utilizzo della chimica in agricoltura. La straordinaria e più conosciuta Rivoluzione Verde di Norman Borlaug, tanto simile e altrettanto diversa per storia, attori e luoghi, avverrà soltanto 40 anni più tardi. (Luigi Rossi, in stampa, EXPO2015)

 Le nuove varietà costituite da Nazareno Strampelli, presso la Regia Stazione Sperimentale di Granicoltura di Rieti, e diffuse dal 1920, furono definite “I grani della Vittoria” ed erano rappresentate dalle varietà Ardito, Mentana, Villa Glori e Damiano Chiesa ( dal nome del martire irredentista sepolto con Cesare Battisti e Fabio Filzi al Castello del Buon Consiglio di Trento). E proprio da questo materiale genetico e dalla tecnica dell’ibridazione dei grani collaudata da Strampelli, ebbe l’opportunità di muoversi Norman Borlaug, l’indiscusso protagonista della seconda fase della Rivoluzione Verde del XX secolo, la sola riconosciuta ufficialmente a livello mondiale.

 Nato nel 1914 in una fattoria dello Iowa da una famiglia di agricoltori di origini  norvegesi, s’impose all’attenzione per le Sue qualità di agronomo e di pianificatore, ottenendo prestigiosi incarichi  che gli  consentirono, in poco più di un ventennio, di esaltare le rese produttive del frumento in Paesi popolosi come Messico, Pakistan ed India, rendendoli autosufficienti per il  fabbisogno alimentare ed affrancandoli dalle ricorrenti carestie e dalla fame.

 Per questi meriti, universalmente riconosciuti, all’agronomo era stato assegnato nel 1970 il Premio Nobel per la Pace e, successivamente in Patria, gli venne conferita la Medaglia d’Oro del Congresso, una delle massime onorificenze  negli USA. All’epoca non esistevano  infatti riserve sull’operato di Borlaug mentre oggi, a quarant’anni di distanza, le cose sembrano cambiate. Nella ricorrenza del Centenario dalla nascita, l‘agronomo era stato ricordato in Messico, a Ciudad Obregon dove aveva a lungo operato, con manifestazioni e convegni dedicati alla Sua opera scientifica ed ai Suoi studi, dedicati anche agli Organismi Geneticamente Modificati, di cui era stato un convinto sostenitore, coerente con la Sua storia professionale di scienziato.

 In occasione della sua scomparsa, avvenuta il 12 settembre 2009, un blogger di Matera, agronomo libero professionista, ambientalista dichiarato e sedicente marxista puro, aveva trovato il modo di ricordarlo nella Rete sottolineandone sempre gli straordinari meriti, sotto l’aspetto umano e professionale,“nonostante il sostegno agli OGM”.  Per questa sua posizione sono insorte di recente anche altre riserve sull’opera del Premio Nobel, espresse da determinate correnti di pensiero che considerano inopportuna l’ estensione dei Suoi metodi alla futura nuova frontiera della Rivoluzione Verde, il Continente africano, dopo i “danni ambientali e sociali che gli stessi  ebbero a determinare in Pakistan ed in India ( sono messi in discussione l’impatto ambientale del consumo d’acqua e dell’impiego di fertilizzanti da un lato, con l’arricchimento dei grandi agricoltori ed impoverimento  dei piccoli dall’altro)”.

 E’significativa anche la motivazione che ne determinò l’inizio, sviluppandosi a  partire dal Messico nel 1944, nell’esecuzione del Mexican Government-Rockefeller Foundation Agricultural Program, nato per iniziativa del Vicepresidente USA Henry Wallace, ex Segretario all’Agricoltura e fondatore nel 1926 della Hi-Bred Corn Company, divenuta poi Pioneer-Hi-Bred International. Wallace era stato in Messico nel 1940 ed aveva potuto constatare le misere condizioni delle popolazioni a sud del Rio Grande, anche a causa di inadeguate produzioni della coltura del mais, la principale risorsa alimentare del Paese.

 Il Vicepresidente Wallace riuscì a coinvolgere nelle problematiche della nutrizione la Fondazione Rockfeller, all’epoca impegnata esclusivamente in campo medico, promuovendo l’invio in Messico di alcuni esperti dal cui Rapporto nacque  il Progetto d’intervento che venne affidato a Norman Borlaug. Lo stesso premio Nobel, in visita a Roma in occasione di una Conferenza della FAO, ebbe modo di confermare il supporto fondamentale fornitogli dall’opera di Nazareno Strampelli, di cui dichiarò  esplicitamente di aver utilizzato le tecniche di ibridazione e le collaudate varietà di grano costituite a Rieti, in particolare la varietà Mentana che ha rappresentato il parentale sul quale Borlaug fondò lo sviluppo di altre numerose varietà, nel corso della prima fase messicana del Suo lavoro, dal 1944 al 1956, quando permise al Messico di quadruplicare la produzione di frumento.

 Queste importanti testimonianze sono state raccolte da Benito Giorgi, ex ricercatore dell’ENEA e Presidente del Comitato Scientifico del CERMIS, il Centro Ricerche e Sperimentazione per il Miglioramento Vegetale intitolato a Nazareno Strampelli, in una pubblicazione che ripercorre la storia del rivoluzionario miglioramento genetico della coltura del frumento nel mondo, nel corso  del XX secolo.

 Il grano è una coltura strategica per la nutrizione umana, passata in pochi anni dalle rese di 5/10 q.li/ha di fine Ottocento ai 60/80 q.li/ha, potenziando le risorse alimentari mondiali in misura da poter sostenere la concomitante, esplosiva crescita demografica del Pianeta, per una popolazione passata dai 2 miliardi di fine Ottocento agli oltre 7 miliardi attuali, smentendo la teoria Maltusiana delle inevitabili cicliche crisi alimentari del Pianeta, con arresto dello sviluppo, per la supposta incapacità di adeguare la produzione agricola globale all’incremento demografico.

 Straordinario poi il contributo lasciato dal loro operato alle Scienze Agronomiche ed al Miglioramento Genetico del frumento, quello tenero in particolare ma, in un secondo tempo, anche per il grano duro, partendo dalla varietà Senatore Cappelli, registrato nel 1915 ma  ancora oggi d’attualità per le sue qualità merceologiche nutrizionali e salutistiche. Dalla stessa varietà, Borlaug seppe ottenere altre linee molto produttive, trasferendovi il gene della bassa taglia dal genotipo di tenero Norin 10, proveniente dal Giappone. Incrociando tali linnee  con il mutante Cp B144 del Senatore Cappelli, i genetisti dell’ex CNEN (ora ENEA) riuscirono a selezionare in Italia la prestigiosa varietà Creso.

 Per quanto riguarda infine il contributo scientifico di Borlaug, merita di essere ricordata la presentazione finale dei risultati delle sue ricerche, al 3° Simposio sulla Genetica del Frumento, tenutosi a Canberra (Australia) nel 1968, che rappresenta per un agronomo quanto di più affascinante e coinvolgente si possa trovare in una relazione scientifica, caratterizzata inoltre da valenze strategiche di grande prospettiva per l’agricoltura mondiale, capace all’epoca di essere protagonista di una svolta epocale per la nutrizione del Pianeta.

 Tale svolta attende un rinnovamento all’inizio del Terzo Millennio, per un progetto di agricoltura innovativa e sostenibile, fondata su un rilancio delle rese produttive. Anche se il dibattito internazionale sulla sicurezza alimentare nel futuro del Pianeta continua ad essere condizionato da posizioni ideologiche e da politiche contradditorie (alcuni ambientalisti oggi celebrano la rivoluzione verde di Strampelli e criticano invece duramente quella di Borlaug!), riuscendo a mettere in minoranza, agli occhi dell’opinione pubblica, anche il parere del mondo scientifico ai più alti livelli: si avverte la mancanza di politiche libere da condizionamenti e capaci di promuovere il lavoro di agronomi quali Strampelli e Borlaug.

 L’Expo milanese sembra ancora non essere entrato nel vivo di queste contrapposizioni. Eppure la strada segnata da chi ci ha preceduto appare chiara ed evidente, mentre sussistono tutte le condizioni per pervenire ad un progetto globale che, nel rispetto della sostenibilità ambientale e nell’impegno di ridurre l’attuale concentrazione di CO2 nell’atmosfera, per contrastare il riscaldamento globale in atto del pianeta ed i cambiamenti climatici, possa aumentare le rese della produzione agricola e sostenere i nuovi fabbisogni nutrizionali ed energetici.

  Portogruaro, 20 luglio 2015

 

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