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Avevo avanzato qualche critica al comportamento dei docenti di Cambridge su tutta la vicenda Regeni in un post dove esponevo la convinzione che il caso fosse più intricato e complesso di come lo rappresentava la maggior parte dei media.

Sono ora indignato per l’atteggiamento assunto dalle autorità accademiche di quell’università e in particolare della docente Maha Abdelrahman, tutor del lavoro di ricerca di Regeni, che su consiglio dei legali dell’Ateneo si è rifiutata di rispondere alle domande formulate dal PM italiano alla docente, con le formali procedure del caso, su contenuti, modalità e contatti relativamente alla ricerca affidata a Regeni.

Che fine hanno fatto principi ispiratori della missione di un’università come condivisione, trasparenza,  difesa della giustizia e della verità, collaborazione internazionale? Il motto di Cambridge è “Hinc lucem et pocula sacra” e dov’è la luce nel loro comportamento?

Questa totale chiusura rende ancora più preoccupante l’intera vicenda e per quanto riguarda più direttamente l’ateneo rafforza le preoccupazioni legate a interrogativi molto seri che emergono dalle circostanze esposte in un recente  articolo dell’Espresso:

  • come è stato valutato il rischio di applicare il metodo PAR (Participatory action research): una metodologia che prevede la partecipazione diretta alle dinamiche interne delle organizzazioni da studiare, ma che aumenta il grado di esposizione, soprattutto in un Paese, come l’Egitto, dove il regime controlla ogni attività?
  • si è tenuto conto del fatto che la professoressa Abdelrahman, tutor di Regeni in quanto egiziana trapiantata in Inghilterra e apertamente oppositrice del regime di al Sisi (nel suo saggio ‘Long Egypt’s Revolution’, aveva denunciato la violazione dei diritti umani, il ruolo dei servizi segreti e le paure del regime di fronte alle nuove forme di mobilitazioni) era certo nota ai servizi egiziani e che quindi un suo collaboratore inviato a compiere ricerche-intervento  in Egitto ovviamente sarebbe stato immediatamente “attenzionato” da quei servizi?
  • come erano stati selezionati i contatti che avevano dato al ricercatore, non solo quelli accademici, ma anche quelli relativi ai sindacati indipendenti in Egitto, considerati nemici del potere, tanto che il governo di al Sisi ha dato disposizioni ufficiali di “contrastare i loro tentativi destabilizzatori”?

Non oso formulare la domanda se la missione al Cairo in quei termini sia stata un caso di strumentalizzazione (attiva o passiva) o di estrema leggerezza o di delirio di onnipotenza. E non sono in grado di valutare i risvolti giuridici, diplomatici e politici del rifiuto a collaborare, né tanto meno gli eventuali profili di responsabilità, ma mi permetto di affermare con grande tristezza che per il mondo dell’università e della ricerca, al quale appartengo, questa pagina non è davvero edificante e invito l’Università di Cambridge a rispettare la parola lucem nel proprio motto, a conferma di una storia “luminosa” di grande prestigio, che onora l’istituzione, la Gran Bretagna, l’Europa e che non può essere offuscata così.

P.S. Consiglio di leggere su Repubblica.it di oggi 11 giugno le considerazioni del prof. Federico Varese che insegna a Oxford.