Un recente contributo in tal senso lo dà Pierluigi Battista sul Corriere della sera di domenica scorsa (3 luglio). Un’ottima analisi con un elenco di tanti fatti tragici che nell’immaginario collettivo (e nella memoria) si esauriscono come altrettanti singoli fuochi di paglia: un elenco impressionante da meditare.

Mi sembra un autorevole sostegno all’affermazione del mio post di ieri intitolato “Stupido negare i fatti: il fondamentalismo islamico è come il nazismo, siamo in guerra ed è importante anche il fronte interno” nel quale riferivo opinioni documentate di rappresentanti di diversi ruoli e posizioni che concordavano nel giudicare tipica di uno stato di guerra la situazione attuale.

Riporto qui alcune considerazioni formulate in risposta a commenti, rivolti al mio post, di @Luca Tacconi e @Oliviero Piccinelli che ringrazio per l’attenzione.

  1. Prendere atto che siamo in guerra non è nominalismo: serve a dimensionare gravità, impegno, durata, … e a evitare superficiali negazionismi (vedi titolo)
  2. Essere in guerra comporta per un Paese degno di questo nome un aumento di coesione; noi abbiamo invece divisioni e retaggi che amplificano le contrapposizioni, fomentano le ipocrisie e alimentano il “fronte interno”; ulteriore complicazione è che l’Italia ha scelto di essere un paese a sovranità limitata (con vantaggi e svantaggi nell’individuazione delle convenienze e nella possibilità di intervento)
  3. Sono d’accordo che è una guerra molto complicata anche per la difficoltà di “collocare” gli avversari e i loro reali intendimenti: motivo di più per impegnarsi in modo proporzionato
  4. La guerra non si vince senza il presidio dei territori che può essere assicurato solo da un impegno congiunto tra Occidente Russia (e anche Cina) unite come i cosiddetti Alleati nella seconda Guerra Mondiale da una parte e forze locali nei diversi territori di provenienza e transito disponibili a collaborare e ben sostenuti da tutti i punti di vista (un Piano Marshall ancora più impegnativo di quello del dopoguerra)
  5. Giustamente la domanda chiave è che fare; in altri post ho provato a dare qualche contributo:
  • sottovalutazione dell’importanza della comunicazione con la pubblica opinione nelle diverse parti che si fronteggiano