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Il Riformista (1981)

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Federico Caffè

(il riformista, 1981)

Il riformista è ben consapevole di essere costantemente deriso da chi prospetta future palingenesi, soprattutto per il fatto che queste sono vaghe, dai contorni indefiniti e si riassumono, generalmente, in una formula che non si sa bene cosa voglia dire, ma che ha il pregio di un magico effetto di richiamo.

La derisione è giustificata, in quanto il riformista, in fondo, non fa che ritessere una tela che altri sistematicamente distruggono. E’ agevole contrapporgli che, sin quando non cambi “il sistema”, le sue innovazioni miglioratrici non fanno che tappare i buchi e puntellare un edificio che non cessa per questo di essere vetusto e pieno di crepe (o “contraddizioni”). Egli è tuttavia convinto di operare nella storia, ossia nell’ambito di un “sistema”, di cui non intende essere né l’apologeta, né il becchino; ma, nei limiti delle sue possibilità, un componente sollecito ad apportare tutti quei miglioramenti che siano concretabili nell’immediato e non desiderabili in vacuo. Egli preferisce il poco al tutto, il realizzabile all’utopico, il gradualismo delle trasformazioni a una sempre rinviata trasformazione radicale “del sistema”.

Il riformista è anche consapevole che alla derisione di chi lo considera un impenitente tappabuchi (o, per cambiare immagine, uno che pesta l’acqua nel mortaio), si aggiunge lo scherno di chi pensa che ci sia ben poco da riformare, né ora né mai, in quanto a tutto provvede l’operare spontaneo del mercato, posto che lo si lasci agire senza inutili intralci: anche di preteso intento riformistico. Essendo generalmente uomo di buone letture, il riformista conosce perfettamente quali lontane radici abbia l’ostilità a ogni intervento mirante a creare istituzioni che possano migliorare le cose.

Il Riformista (1981)

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One Response to Il Riformista (1981)

  1. Pier Giuseppe Gabrielli Rispondi

    20 ottobre 2017 a 09:13

    Siccome avete pubblicato un testo di Federico Caffè, che notoriamente è stato un apprezzato economista (tutti ricordiamo le sue Lezioni di politica economica pubblicato dalla Boringhieri), ritengo che un argomento generale da affrontare sia quello del ‘destino’ del capitalismo nel XXI secolo, tema molto caldo vista, tra l’altro, l’enorme importanza sulla scena economica (e non solo) mondiale di un paese come la Cina che ha adottato da alcuni anni una sorta di NEP di leniniana memoria aggiornata e corretta. Per buona lettura consiglio questi due libri: il primo, tra l’altro dedicato a Federico Caffè, è Luigi L. Pasinetti Keynes e i Keynesiani di Cambridge- Una ’rivoluzione in economia’ da portare a compimento (Laterza 2010, era uscito precedentemente in inglese); il secondo, Thomas Piketty Capital in the Twenty-First Century (Belknap-Harvard 2014, uscito in francese nel 2013, è stato tradotto anche in italiano).
    Trascrivo le prime righe del volume di Piketty come aperitivo:
    “The distribution of wealth is one of today’s most widely discussed and controversial issues. But what do we really know about its evolution over the long term? Do the dynamics of private capital accumulation inevitably lead to the concentration of wealth in ever fewer hands, as Karl Marx believed in nineteenth century? Or do the balancing forces of growth, competition, and technological progress lead in later stages of development to reduced inequality and greater harmony among classes, as Simon Kuznets tought in the twentieth century? What do we realy know about how wealth and income have evolved since the eighteentha century, and what lessons can we derive from that knowledge for the century now under way?”

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