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Per il futuro dell’umanità la tecnologia è la terapia non la malattia

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Le nuove prospettive che derivano dalla disponibilità di batterie innovative (quelle che utilizzano il litio alle quali si riferisce un recente post sulla cultura del riuso e del riciclo) rispetto allo sviluppo delle fonti rinnovabili, all’uso efficiente dell’energia e alla riduzione dell’inquinamento atmosferico (mobilità elettrica) rappresentano un esempio circoscritto, ma concreto di come approfondire e affrontare la grande questione delle risorse e dello sviluppo sostenibile e in particolare del ruolo che la tecnologia riveste al riguardo.

Una prima riflessione è sul concetto di risorse. È la tecnologia che trasforma un materiale in risorsa: le macchine a vapore per il carbone; la tecnologia per il silicio della sabbia; il motore a scoppio per il petrolio; la tecnologia fotovoltaica per il silicio – la tecnologia dei materiali accoppiata all’elettrochimica – per il litio che prima faceva venire alla mente solo le “cartine” per trasformare in acqua frizzante l’acqua del rubinetto).  Come caso limite si può citare la fusione nucleare che se la tecnologia manterrà le promesse (per la verità da troppo tempo ancora solo promesse) ci consentirà di produrre energia utilizzando come materia prima il deuterio che è disponibile, in quantità praticamente illimitata, nell’acqua del mare.

Ne deriva una definizione dinamica del concetto di risorsa che supera radicalmente la vecchia lettura come uno stock statico, prestabilito una volta per tutte e quindi ineluttabilmente in esaurimento. Compreso il ruolo della tecnologie (e ovviamente delle conoscenze tecnico-scientifiche che ne costituiscono il presupposto) si comprende che il limite nasce solo dalla capacità del pianeta di “accogliere” l’uso dell’energia perché limitata è la ricettività del pianeta. Energia e conoscenze sono i due motori dello sviluppo, ma mentre l’acquisizione e l’uso delle conoscenze concettualmente non hanno limiti, l’uso dell’energia ce li ha.

Se riflettiamo sull’equilibrio assicurato per millenni dalla civiltà agricola riconosciamo che era caratterizzato da un ciclo chiuso alimentato da conoscenze (e connesse tecnologie non a caso abbiamo identificato le età della preistoria in base ai materiali utilizzati e relative tecnologie – pietra, bronzo, ferro) e da energia (quella solare rinnovabile e la fatica dell’uomo e delle bestie prima dell’avvento dei combustibili).

Oggi va ripristinato il ciclo chiuso nella società nel suo complesso nella consapevolezza dei limiti di ricettività del pianeta riguardo all’uso dell’energia che sono quelli veri (ecco dove il tema dei cambiamenti climatici entra in scena in maniera decisiva), non quelli delle risorse; l’arma che abbiamo è l’informazione, la conoscenza, la tecnologia – aspetti diversi dello stesso strumento; altro che tecnologia nemica!)  L’auspicio che si sta diffondendo di costruire una circular economy va in questa direzione.

Per decenni l’ideologia dominante ha ignorato la valenza dinamica della tecnologia, più esattamente dell’innovazione tecnologica. Un esempio molto significativo di scarsa comprensione degli effetti dell’innovazione tecnologica è il libro ”I limiti dello sviluppo. Verso un equilibrio globale” scritto agli inizi degli anni ’70 (dove sono esposti gli studi del prestigioso MIT, un successo mondiale anche per le parole del titolo – equilibrio globale – accattivante, ma fuorviante rispetto ai contenuti) che, primo di una lunga serie, ha diffuso allarme per decenni sull’imminente fine delle risorse a cominciare dagli idrocarburi. Allarme sbagliato a due livelli perché il nostro problema attuale, 40 anni dopo non è certo l’esaurimento della disponibilità fisica di idrocarburi, come era stato invece profetizzato, ma soprattutto perché era già evidente la possibilità di ricorrere progressivamente, con l’aiuto della tecnologia, ad altre forme di energia. Ancor meno condivisibile la ricetta finale di limitare lo sviluppo con buona pace degli abitanti di quello che allora si chiamava il Terzo Mondo. (Qualche dato su  come siano migliorate le condizioni di vita di quelle popolazioni si può trovare in un mio post di fine anno; rimane purtroppo ancora molto da fare e solo l’uso accorto della tecnologia potrà aiutarci in tal senso. E’ ovvio che la domanda vera (sempre pertinente la parabola del lampione) è quale sviluppo non quanto sviluppo. Con il linguaggio degli economisti conta la crescita del PIL, ma ancor di più conta la composizione del PIL.

Sorprende che all’Istituto, tra i più qualificati al mondo, che si occupa di tecnologia e ha questo concetto nel proprio nome avevano trascurato le conseguenze derivanti dall’accumulo di sempre nuove competenze e capacità tecnologiche. La figura più rappresentativa delle tesi del libro non menziona affatto la tecnologia e anche il concetto più generale di innovazione viene esplicitato solo per il settore agricolo.

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Ma se lamentiamo che negli anni ’70 abbiano sottostimato il rilevo della tecnologia che dire di chi ancor oggi indica nella tecnologia il nemico dell’umanità?  Un sostenitore di queste posizioni  che ritengo esiziali è il maître à penser Umberto Galimberti in particolare nel suo libro Psiche e techne. L’uomo nell’età della tecnica  sul conto delle cui tesi ho già  espresso le mie critiche. Per la verità anche in alcuni passaggi dell’enciclica “ Laudato si’ ” così ricca di importanti messaggi largamente condivisibili sulle scelte da compiere per il futuro dell’umanità si possono leggere tracce di una ingiustificata presunzione di danni derivanti dalla tecnologia in sé.

Riprendo le conclusioni del mio post su Psiche e techne perché credo ogni occasione vada colta per comprendere che la tecnologia è la terapia, non la malattia. “Rifiutare la tecnologia in toto non ha senso tutt’al più possiamo sceglierne una piuttosto che un’altra. Ma allora siamo al punto decisivo: la sfida ineludibile è governare la techne. E quel che è peggio, mettere i giovani in conflitto con la tecnologia significa rinnegare la storia, negare il presente (i giovani vivono di tecnologie a cominciare da informatica e telecomunicazioni) e compromettere il futuro”.

 

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