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Invece di “pesarci” nei social domandiamoci se si profila un momento della verità per il loro valore come fu lo scoppio della bolla della new economy

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L’acquisto di Linkedin da parte di Microsoft ha dato l’occasione a Massimo Sideri sul Corriere della Sera di ieri 15 giugno di calcolare il valore medio di un profilo on line su diversi social.

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Esercizio interessante che merita qualche commento sia per il tema sia per l’autorevolezza dell’autore e che può anche essere uno spunto per riflessioni più generali sul valore economico-finanziario dei social.

Raccogliamo alcuni dati su numero utenti e valori economico-finanziari in gioco

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Sono anche disponibili dati relativi ad altri social aggiornati a inizio 2016

Tra il serio e il faceto Sideri si duole che le informazioni relative a professionisti che creano (o sono supposti creare) ricchezza nel mondo valgano poco rispetto al valore del generico utente cioè del generico consumatore.

Forse si comprende questa situazione se ci si domanda qual’è il valore di un acquisto di questo tipo per chi compra. In linea generale le motivazioni possono essere svariate; ne menziono solo alcune:

  1. togliere di mezzo un potenziale concorrenze e cercare un monopolio di fatto
  2. completare la gamma offerta attraverso una diversificazione del tipo di profilo preso in considerazione
  3. incrociare informazioni su aspettative dei consumatori (Facebook è una miniera imbattibile) con informazioni sui canali di intermediazione, sui meccanismi di influenza e soggetti influenti, sulle tendenze prevedibili in prospettiva (questo potrebbe essere il plus di Linkedin).

Le argomentazioni di Sideri appartengono quindi all’approccio basato sulla stima di quanto può valere la conoscenza (e la modifica) degli orientamenti al consumo degli individui corrispondenti ai profili su questi social.  Innanzitutto, mi permetto di non condividere l’opinione che valga oltre 200 $ sapere quel che pensa o quel che fa l’utente medio di Facebook (al quale sono iscritti consumatori interessanti, ma anche non pochi ragazzini e vecchietti distribuiti  in un mondo che comprende Manhattan, ma pure i PVS).

Ma le mie perplessità sono più di fondo. I ragionamenti di cui sopra hanno senso in una logica economica in senso stretto, cioè si mira alla capacità di produrre reddito attraverso l’offerta di servizi migliori e più completi (informazioni strutturate) a chi  le paga. A mio avviso anche in questo business prevale invece la logica finanziaria cioè mirare a far crescere il valore dell’impresa percepito dal mercato secondo meccanismi che vanno aldilà della mera stima della capacità di produrre reddito e sono riconducibili invece ad aspettative di guadagno derivanti da operazioni di compravendita di quote azionarie.

Rimaniamo nel contesto di un confronto fra soggetti comparabili come quelli elencati in tabella e immaginiamo che Linkedin sia stata acquistata da Facebook. Se l’investimento di 26 miliardi fosse percepito da parte del mercato azionario in modo da incrementare anche relativamente poco il valore di capitalizzazione in borsa di Facebook sarebbe un affare. Considerando, a titolo di esempio, un incremento del 10% del valore in Borsa si avrebbe un beneficio di 32,5 miliardi: i 26 miliardi investiti renderebbero in un sol colpo il 25 %.

Questo semplice esempio fa riflettere sulle conseguenze della cosiddetta finanziarizzazione dell’economia:

  • poiché non è pensabile di conseguire profitti del genere producendo e vendendo oggetti, le risorse finanziarie non vanno prioritariamente a imprese che operano nella manifattura – considerazioni simili si applicano anche al mondo dei servizi, quelli “veri”)
  • si entra in un percorso che può portare a bolle speculative che potrebbero esplodere se venisse il momento in cui qualcuno si domanderà se detenere informazioni su quello che interessa ai consumatori vale davvero qualcosa nei dintorni di 350 miliardi di dollari).  E’ sta già dimenticata la lezione dello scoppio della cosiddetta Bolla new economy e dot.com dell’inizio anni 2000? (Alcuni dicono che già qualche scricchiolio si percepisce per esempio riguardo a Twitter come Sideri accenna nel suo articolo).

In definitiva le mie preoccupazioni per l’economia mondiale sono legate alla circostanza che i soldi dei risparmiatori vanno ad alimentare meccanismi che rischiano di avvicinarsi alla catena di sant’Antonio (artificio indicato nella forma truffaldina come schema Ponzi). Occorre contenere la finanziarizzazione dell’economia attraverso una regolamentazione internazionale dei mercati finanziari, un’armonizzazione delle politiche fiscali, una messa al bando dei paradisi fiscali e una riconcettualizzazione del ruolo e della governance delle agenzie di rating che si sono autoassegnate un ruolo di garanzia finora assolto in modo inadeguato (Lehman Brothers docet) . Di alcuni di questi temi si è parlato, ma troppo cautamente anche nel G7 di Tokyo meno di un mese fa.

Questo ritorno all’economia produttiva è necessario anche con riferimento agli investimenti indispensabili da destinare a infrastrutture e meccanismi di sviluppo necessari per produrre benessere e occupazione, l’unico approccio in grado di  risolvere il tragico intreccio che collega sottosviluppo, fame nel mondo, emigrazione fondamentalismo islamico, ISIS e terrorismo.

 

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