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Ma è ancora vero, come sostenuto da decenni, che il gas naturale è “la fonte energetica migliore” ?

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Michele E. Lo Martire si domanda quale sarà il futuro del gas nel segnalare un articolo su The National di oggi che esamina motivazioni e vincoli per un rilancio dell’uso di questa fonte.

Prima osservazione dell’autore Robin Mills che condivido (fra le tante interessanti dell’articolo): forse il gas è stato presentato come un prodotto di fascia alta, da ricchi e questo è rimasto nella mente dei potenziali acquirenti; un po’come le brioches che Maria Antonietta raccomandava per sfamare il popolo di Parigi quando mancava il pane; ma nella contingenza attuale le brioches costano meno del pane e la gente non le compra lo stesso).

Provo a sviluppare qualche considerazione in modo probabilmente semplicistico, per quanto riguarda il segmento di mercato relativo alla produzione di energia elettrica nel mondo prevista al 2040, oggetto di un mio precedente post.

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Un’analisi grossolana porta a osservare che appaiono prevalere  2 fonti fossili (coal and gas entrambi senza effettivi limiti di disponibilità) che si dividono in parti pressoché uguali il 50 % (prevale leggermente il carbone) e tre fonti “non carbon” (hydro, nuclear and wind) che in parti pressoché uguali si dividono il 35 % (prevale hydro ma non di molto).

 Chiamiamo caso base quello della torta e vediamo qualche scenario alternativo a seconda delle driving forces sul mercato:

  • diventano decisivi i livelli di prezzo (scenario estremo di crisi economica tale che le tematiche ambientali passano in secondo piano): potrebbe, rispetto al Caso base, aumentare la quota delle fonti fossili e all’interno di questa la componente carbone, ma solo se il prezzo del gas dovesse salire sensibilmente rispetto a quello attuale; va detto però che in questo scenario più che lo share tra fonti diventerebbe importante di quanto si riduce la domanda totale di energia
  • diventano talmente decisivi gli impatti ambientali che il costo passa in secondo piano (scenario piuttosto improbabile): il nucleare difficilmente potrà superare il livello del caso base se non altro per i lunghi tempi di realizzazione; le rinnovabili potranno crescere un po’ (ipotizziamo 40 % ri spetto a 35%) ma non tanto a causa di limiti vari (per esempio potrebbero radicalizzarsi preoccupazioni sul vero impatto ambientale dell’hydro); probabilmente si sposterà a favore del gas la ripartizione all’interno delle fonti fossili senza che sia necessario un contenimento del suo prezzo, anzi sarebbero probabilmente accettati prezzi anche superiori a quelli attuali

E’ abbastanza evidente che in uno scenario intermedio, più realistico, con attenzione contemporanea al costo e all’impatto ambientale, un peso crescente lo potrà assumere il gas a spese del carbone (se nel frattempo scompare l’effetto brioches – pane e la Cina smette di sottostimare il proprio uso di carbone), a meno che un break-through tecnologico nelle rinnovabili non ne incrementi in misura rilevante le potenzialità tecnico-economiche. Si può osservare che la transizione dal carbone al gas dipende dalla logistica, ma la risposta è che la situazione attuale e i programmi in corso, a vario stadio, danno indicazioni che in concreto il vincolo logistico non sarà determinante.

Gli USA dimostrano di non essere vittime dell’effetto brioches-pane. Le belle parole di Obama sulla conversione ecologica degli USA in pratica significano appunto transizione da carbone a metano nella produzione di elettricità (se non vincono le prossime lezioni i Repubblicani che potrebbero anche decidere una marcia indietro). Notazione finale: il Segretario di Stato John Kerry ha dichiarato che le conclusioni di Parigi COP 21 non saranno vincolanti e non saranno le timide proteste UE  a fargli cambiare idea.

 

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