Ma le élite sono brutte e nocive o sono belle e necessarie?


Sull’argomento interviene Nicola Gardini con un trafiletto su 7 (supplemento del Corriere della Sera del 28 febbraio): va letto integralmente per comprendere le sfaccettature della sua posizione.

Si può coglierne la sintesi in rete leggendo una frase tratta da un‘intervista a Gardini su Famiglia Cristiana del 4 febbraio 2017 dedicata al suo libro di grande successo “Viva il latino”.

«Élite è la parola maledetta di questi anni. Le élite, invece, servono. Parlo di élite culturali, di individui più esperti di certe questioni, di persone buone e oneste e preparate, donne e uomini, che aiutino a orientare il pensiero, a proporre idee e opinioni, a criticare, a svelare le magagne e le cattive abitudini di una società e di una mentalità. Dove sarebbe arrivata l’Italia degli anni Cinquanta e Sessanta senza le élite culturali, senza gli intellettuali? Il sapere può e deve creare un’immagine di esclusività. Ma niente è più inclusivo del sapere, quando vogliamo sapere. Demolire e demonizzare le élite culturali non significa democratizzare. Anzi: significa privare i più di riferimenti illuminanti, di pareri alternativi, di stimoli alla riflessione. I gruppi di potere restano, le élite del denaro. Ecco che cosa si ottiene a voler screditare chi pensa e vuole imparare».

Confesso due pregiudizi contrastanti: la difesa del latino me lo rende simpatico, ma la simpatia si raffredda quando a conclusione dell’articolo su 7 ricorda una frase di Gramsci perché dell’uso che il marxismo ha fatto del potere delle élite di guidare le masse l’URSS ha dato prove tragiche.

In sintesi, condivido due frasi di Gardini che mi sembrano decisive:

“I gruppi di potere restano, le élite del denaro. Ecco che cosa si ottiene a voler screditare chi pensa e voglia imparare”.

“Le cose complesse e difficoltose, che richiedono studio e applicazione, sono le prime a rimetterci…. si è istillata nelle persone e nei politici la falsa idea che per mandare avanti il mondo bastino quattro nozioni pratiche; non il sapere, ma il fai da te, che poi è sempre una serie di istruzioni comandate.”

Se non avesse citato Gramsci … mi sarei fatto convincere ad aderire alla sua tesi implicita: il potere alle élite.

Sentiamo un’altra campana: Philippe Daverio che, più o meno due anni fa, in occasione dei 60 anni dal trattato di Roma, al grido di “L’Europa è in crisi? Colpa di élite del cavolo” chiedeva élite coraggiose, acculturate con voglia e capacità di guidare le masse. Più o meno la tesi di Gardini.

Abbiamo trovato la soluzione? Evviva le élite, ma quelle buone. Rimane un problema: “Chi lo dice se sono buone?” Ce ne accorgiamo solo dopo, da quello che hanno realizzato e forse il giudizio potrebbe anche non essere. Qui Gardini nell’articolo su 7 fa un passaggio a mio avviso ardito, giocando su la comune etimologia fra élite ed elezioni (il verbo latino eligo, che significa scelgo) di parole : “L’élite è fatta di membri scelti, dunque, proprio come la classe di coloro che si trovano al potere in base alle elezioni”. Riscontro segnali del tipo ragionamento circolare (vulgo: si mangia la coda) e non c’è risposta all’obiezione che spesso le élite si costruiscono per cooptazione e si perpetuano da sole, per non dire che spesso fanno gli interessi di se stesse e non dell’intera collettività.

Se debbo proprio prendere posizione, questa è la mia banale scelta (si chiama democrazia) : offriamo o addirittura imponiamo studio per tutti, sentiamo con pazienza e rispetto le opinioni chi ha studiato, facciamo formulare proposte alternative (il pluralismo è ricchezza) cerchiamo se possibile una sintesi o almeno un accordo, costruiamo regole, con pesi e contrappesi e protezione delle minoranze, e poi votiamo, pronti a confermare o a sostituire al turno successivo chi ha già esercitato la guida. Ma ahimè il punto più difficile (e anche il più importante), “studio per tutti” rischia di saltare quando si diffonde la convinzione che lo studio organizzato e sistematico non serva e che basti rifarsi al semplice “senso comune”, “frequentare l‘università della strada” e “cercare la risposta su Internet”. La civiltà invece, è cresciuta sull’impegno, la competenza, la collaborazione, l’intesa costruttiva. Menziono solo un altro aspetto di grande rilievo: l’interazione tra il sistema dell’informazione e della comunicazione e il processo decisionale.

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