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Un paio di mesi fa ho sottolineato l’esigenza di usare la rete come canale di controinformazione per contrastare le follie della propaganda dell’ISIS e ho rievocato le passate esperienze di Radio Londra durante la Seconda guerra mondiale e di The voice of America durante i decenni della Guerra fredda. Ho scoperto nel frattempo che l’idea ha tra i suoi sostenitori il Presidente Obama, ma rimane vero che non è stata messa in atto o perlomeno non in maniera efficace.

Un articolo di la Repubblica  del 15 giugno dà un quadro della situazione;  il mio riassunto è: riflessioni tante, ma fatti pochi. Viene in mente il detto latino ispirato dal Senato che non riusciva a decidere: “Dum Romae consulitur Saguntum expugnatur” (tanto per ritornare sul classico – come mi capita da qualche tempo a sottolineare che, nella sostanza, dal mondo di Roma classica ad oggi poco è mutato nei sistemi socio-politici).

Iniziamo commentando qualche elemento presentato nell’articolo:

Obama dopo la strage di Orlando della scorsa settimana osserva: “La propaganda online dello Stato Islamico è ancora molto efficace”. Eppure un impegno a conmbatterla era stato annunciato già dal suo predecessore: dopo l’11 settembre 2001, quando il nemico era Al Qaeda e le tecniche di reclutamento erano molto diverse, gli Stati Uniti si posero il problema di contrastarle anche in Rete. Obama ha anche convocato a Washington un summit mondiale nel gennaio 2015, pochi giorni dopo la strage di Charlie Hebdo. Lo sforzo fu per mobilitare “le voci di partner internazionali (cioè del mondo islamico, ndr), anche non-governativi, che siano credibili nel contrastare l’Is”. Più recentemente (gennaio 2016)  una task force della Casa Bianca ha organizzato un summit nella Silicon Valley con Tim Cook (Apple), Sheryl Sandberg (Facebook), Susan Wojcicki (YouTube, filiale di Google) e altri. Nel riassumere l’esito il portavoce di Obama, Josh Earnest, fece un’analogia con la guerra alla pedo-pornografia online, allo stesso modo vogliono impedire che le loro tecnologie vengano usate per uccidere innocenti”. A fronte di questo impegno risultati pochi: si tratta di impotenza, incapacità, o scarsa motivazione?

Comunque Obama è in uscita, vediamo cosa ne pensano i suoi probabili successori. Hilary Clinton in campagna elettorale assicura: “Da presidente lavorerò con le grandi aziende tecnologiche della Silicon Valley. Con il loro aiuto dobbiamo intercettare le comunicazioni dell’Is, sorvegliare e analizzare le conversazioni sui social media, ricostruire i network jihadisti, e promuovere delle voci credibili che offrano un’alternativa all’estremismo“. Buoni propositi, ma fino a poco tempo fa era Segretario di Stato responsabile della politica estera, perché al riguardo non ha fatto niente? Mi ricorda politici nostrani che hanno retto per decenni le sorti dell’italia e lanciano propositi di cambiamento criticando errori o inerzia del passato come fossero “nuovi arrivati”.

Anche Donald Trump si dimostra consapevole dell’importanza della comunicazione su Internet per combattere il terrorismo, ma propone l’impossibile. “Dopo la strage di San Bernardino (dicembre 2015), visto che anche quella coppia di terroristi apparve auto-indottrinata, il candidato repubblicano con la consueta iperbole propose di chiudere Internet, almeno in parte“.

Se passiamo all’Europa non stiamo meglio: anche l’Unione europea ha formulato varie dichiarazioni altisonanti, ma di concreto non è venuto fuori nulla.

Forse qualcosa di più si capisce analizzando le dichiarazioni degli esperti che dovrebbero definire, proporre ai decisori e realizzare le strategie di intervento. Il quadro non è confortante perché i punti di vista divergono. Probabilmente l’errore è un’ubriacatura da eccesso di credito alla ben nota tesi di Mac Luhan secondo il quale il mezzo di comunicazione dà sostanza al messaggio. Due punti di vista che sottolineano rispettivamente medium di comunicazione e contenuti della comunicazione sono espressi da:

  • Farah Pandit, esperta del Council on Foreign Relations cui si deve un suggerimento che è stato raccolto da Obama: mobilitare artisti giovanissimi, dal mondo della musica rap e dei graffiti, per costruire una “narrazione alternativa” alla jihad che faccia presa sulle stesse generazioni e fasce sociali 
  • Juan Zarate ex vice consigliere per la Sicurezza nazionale secondo il quale l’ideologia dell’avversario mette radici in una delle più grandi religioni mondiali, e si collega con una narrazione vittimista e piena di recriminazioni anti-occidentali diffuse in tutto il mondo islamico.

Mi sembrano più convincenti le argomentazioni del secondo. Occorre insistere sui contenuti (i mezzi vanno usati tutti con la loro specificità – scommettere su rapper e graffiti mi sembra quanto meno un’ingenuità) dando sostanza ai valori attraverso la rappresentazione sia dei benefici che derivano dalla loro realizzazione sia delle tragedie conseguenti ai disvalori dell’estremismo terrorista. Ma ancor più occorre contrastare con i fatti e con il loro racconto la convinzione prevalente nel mondo islamico che l’azione dei fondamentalisti sia solo una risposta all’attacco che da decenni l’Occidente avrebbe perpetrato ai danni del mondo islamico.

Purtroppo una differenza rende non del tutto pertinente l’esempio di Radio Londra: in quel caso il destinatario era molto recettivo anzi cercava il messaggio esponendosi a rischi seri pur di riceverlo; qualcosa di simile (in misura minre) valeva anche per The voice of America. Nel caso attuale c’è invece da rimontare prevenzione, anzi dichiarata ostilità prima ancora di comunicare occorre “aprire il canale”. sarebbero utili a questo scopo i risultati di indagini demoscopiche sulle opinioni nei paesi arabi; l’informazione disponibile è a mio avviso poco studiata poco diffusa e ancor meno valorizzata.

E’ un obiettivo difficile che si può conseguire ma occorre tener conto di alcuni prerequisiti: riaffermazione dei valori dell’Occidente; minore ingerenza sulle dinamiche politiche interne ai paesi nordafricani e medioorientali; collaborazione con i governi locali proponendo azioni di sostegno da realizzare con il loro consenso; reale impegno a risolvere i loro problemi nei loro territori.

Si può trarre qualche suggerimento da un esempio positivo anche se con significative differenza: il rovesciamento del giudizio sull’Occidente della popolazione cinese i cui bambini venivano qualche decennio fa addestrati para-militarmente a difendersi da presunte possibili invasioni USA, con fuciletti di latta e relative baionette per infilzare il nemico simulato nelle esercitazioni con sacchi pieni di paglia. La chiave è stata la decisione di quella classe politica di modernizzare il paese. I cinesi non solo lo hanno fatto per sé ma hanno anche imparato la lezione e da tempo si muovono per lo sviluppo dell’Africa (nel loro interesse, ovviamente) con importanti risultati. La lezione da trarne è che aldilà delle convenienze economiche-politiche vanno sostenuti gli sforzi di quei paesi non estremisti i cui governi non fomentano l’odio

In sintesi, insisterei che per trovare soluzioni vadano perseguite due linee di azione:

  • affrontare simultaneamente in modo integrato nei suoi diversi aspetti   l’intreccio inestricabile tra pace, sviluppo, protezione dell’ambiente, migrazioni, terrorismo, follie dell’ISI, con approcci eccezionali, con risorse eccezionali;  la visione deve essere analoga a quella dispiegata durante la seconda guerra mondiale nell’affrontare la follia nazista, con un impegno che fu condiviso anche tra paesi abbastanza lontani sul piano politico sociale e ideologico e proseguita nel dopoguerra con il Piano Marshall.
  • gestire la comunicazione su tre piani interconnessi: fatti, informazioni sui fatti e sensazioni preconcette; queste ultime sono le più difficili da correggere.

Ma come dicevo all’inizio non c’è tempo da perdere. Speriamo che il mondo occidentale si dia una strategia e la attui rapidamente. Paradossalmente ha avuto maggior eco sui media la presa di posizione della Chiesa cattolica sull’ambiente che quella sulla tragedia delle migrazioni e del terrorismo. Ci preoccupano più i potenziali problemi del pianeta al 2050 che la grave minaccia alla sopravvivenza della nostra civiltà e la morte di milioni e milioni di persone oggi? Se i Grandi della terra non si occupano di questi temi che c’è di prioritario per importanza e urgenza? A che serve il G7?