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Passano i secoli, anzi i millenni, ma i problemi della democrazia e della finanza pubblica dei tempi di Cicerone sono molto simili a quelli nostri

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Il libro di Luca Fezzi intitolato “Il corrotto. Un’inchiesta di Marco Tullio Cicerone” è agghiacciante; non per la gravità delle malefatte che racconta (siamo abituati a questo tipo di storie purtroppo) ma per la straordinaria coincidenza  con le cronache dei nostri giorni (per la verità dei nostri decenni).

Nessuna esagerazione nella presentazione che vale la pena di trascrivere:

Roma, agosto 70 a.C. In pieno Foro, nel corso di un processo destinato a fare epoca, l’accusatore Marco Tullio Cicerone lancia una fulminante requisitoria, seguita da una tempesta di testimonianze e prove. Tutte vertono sui gravi crimini commessi dall’imputato, Gaio Verre, ex governatore della Sicilia: concussione, peculato, appropriazione indebita, furto, vendita di sentenze, manipolazione di appalti, corruzione elettorale, sequestro di persona, frode, intimidazione, tortura, omicidio. Di fronte, una giuria sempre più attonita; attorno, un pubblico sempre più infiammato.   Si tratta della prima delle Verrine, assurte poi a modello oratorio di ogni tempo. Quale lavoro d’inchiesta aveva reso possibile quella spettacolare accusa, capace d’intrattenere il popolo romano per giorni? Le imputazioni erano reali o si trattò invece di un processo politico?

Rispondo subito alla domanda finale: le imputazioni erano reali, ma il processo e la condanna vennero fuori perché c’era interesse politico a farlo e aggiungo che i resoconti sono arrivati fino a noi perché la civiltà umana trova nella letteratura e nella storia una sorta di sublimazione che lega i tempi del passato del presente e del futuro. Non solo i comportamenti criminali si sovrappongono a quelli dei nostri tempi, ma addirittura i temi specifici quali i pubblici appalti, la ridondanza delle cariche politico-amministrative con sistematica sovrapposizione di competenze, l’esercizio del potere delegato nelle Provincie (oggi diremmo Regioni), la proliferazione di norme sovrapposte e contraddittorie che consentono quantomeno l’arbitrio, l’amministrazione della giustizia e i rapporti tra giustizia e politica, l’acquisto del consenso popolare con elargizioni e messe in scena (il famoso panem et circenses) e in generale una democrazia solo apparente basata su una pubblica presentazione degli eventi addomesticata e molto lontana dalla realtà (oggi con parola di moda la si chiama “narrazione”).

Le coincidenze temporali occasionali come l’inchiesta Mafia capitale e il degrado della gestione di Roma aumentano l’interesse di questa rievocazione per i Romani e per gli Italiani. Ma le analogie negative  non possono considerarsi circoscritte all’Italia. Sono convinto per esempio che il quadro socio-economico USA non è quello che i commentatori ufficiali raccontano: basta considerare i numeri di coloro che hanno smesso di cercare lavoro, degli homeless e dei detenuti, il livello delle tensioni razziali sopite, ma non scomparse, i problemi di immigrazione clandestina, i costi dell’assistenza sanitaria, le uccisioni immotivate da parte di squilibrati. Perfino la campagna elettorale in corso per le presidenziali comportamenti elettorali, quali la denigrazione degli avversari menzionati da Cicerone (che poi, diciamocelo, non era neppure lui un santo). Anche gran parte dei PVS con sistemi politici ben lontani dalle democrazie occidentali soffrono dell’inadeguatezza e della corruzione dei rispettivi governi che rispetto alle tragiche questioni dell’alimentazione, della salute e dello sviluppo stanno più dalla parte del problema che da quella della soluzione.

Quali riflessioni possono stemperare il pessimismo sulle prospettive? Le solite sui progressi conseguiti, con tutti i loro limiti: più giustizia relativa (per esempio non è più legittimata la schiavitù, si è diffusa l’istruzione di massa), sono migliorate le condizioni igienico sanitarie e si è allungata la vita media, si è ridotta la fatica fisica, le guerre non sono più una condizione permanente di vita, ci difendiamo meglio dai fenomeni naturali. Pluralismo, partecipazione, istruzione, equità, solidarietà sono linee guida che possono far sperare in una prospettiva di ulteriore miglioramento, ma sarebbe colpevole illudersi che per seguire queste indicazioni sia necessario rinunciare a difendere, anche con la forza, se necessario, l’identità che, costruita nei secoli attraverso l’adozione di un sistema di valori, ha portato a quel quadro di regole e comportamenti che chiamiamo civiltà occidentale. Con tutti  i limiti da cui è affetta, la grandissima maggioranza di chi ne è fuori vuole entrarne a far parte o quantomeno usufruirne. Anche da questo punto di vista emergono analogie con la civiltà romana. Senza arrivare a proporre la ripetizione della pax romana, basata sulle indicazioni “si vis pacem, para bellum” e “divide et impera“, difendere la civiltà occidentale anche per poterla estendere appare come una contraddizione, ma è invece una strada obbligata.

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tsp015

 

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