Appaiono segnali di tempesta nel settore energia che vanno aldilà della dinamica del prezzo del petrolio e della promozione delle rinnovabili che monopolizzano l’attenzione degli osservatori più “continuisti”. Dopo notizie (prevedibili) di difficoltà gravi sul fronte del carbone e di crollo degli investimenti nello shale oil degli USA emerge anche che alcuni paesi Arabi produttori riducono consumi e investimenti, mentre alcune importanti compagnie petrolifere si liberano di partecipazioni ritenute non più prioritarie. Il più recente e da molti inatteso evento è la bancarotta di SunEdison, la maggiore impresa fotovoltaica degli USA (con presenze anche in Italia). A dimostrazione che il caos in un settore danneggia tutti gli operatori (se Atene piange Sparta non ride).

Non mi nascondo che si profila un quadro che avevo ipotizzato con preoccupazione commentando i risultati per molti versi deludenti della famosa Conferenza di Parigi sui cambiamenti climatici COP 21 quando richiamavo l’attenzione sull’esigenza di governare la “transizione verso forme di produzione e consumo più consapevoli in una logica di sviluppo sostenibile sul fronte delle risorse dell’ambiente e dell’equità. In Italia l’ENI e l’ENEL – vedi le dichiarazioni rese dall’amministratore delegato Starace sull’ultimo numero di Panorama – anche nella loro dimensione internazionale sono nel gruppo di testa dei promotori della transizione come lo sono le molte piccole e medie imprese italiane in prima fila per costruire impianti sistemi e reti innovativi e per promuovere una più consapevole gestione della domanda.”

La figura evoca a grandi linee i contenuti  della transizione: riduzione dei consumi di petrolio e carbone, conferma e crescita del ruolo del gas naturale (il fossile abbondante e con minore impatto ambientale) e sviluppo ordinato delle rinnovabili in sintonia con la crescente competitività economica.

Aggiungevo un paio di considerazioni di macro economia molto alla buona, ma forse utili:

  • nell’attuale fase della crisi economica che stiamo attraversando  (debolezza della domanda) una spinta a nuovi investimenti in particolare di tipo  infrastrutturale, ma anche consumi privati mirati, è utile (una sorta di mega-rottamazione  a favore di modelli a più basso consumo e minore impatto ambientale)
  • le risorse finanziarie vengono ovviamente dal mondo finanziario e quelle imprenditoriali e tecnologiche dal mondo delle imprese tra loro fortemente interconnesse in un equilibrio delicato; se ­ non ci sarà convinzione diffusa che partirà la nuova domanda  si potrà determinare una fase di stallo perché il vecchio si ferma e il nuovo non decolla; all’altro estremo delle possibilità, se crollasse repentinamente la fiducia nei grandi operatori tradizionali perché il vecchio business è superato (come quando nella corsa all’oro tutti abbandonavano agricoltura e allevamento per improvvisarsi cercatori) si potrebbe causare una crisi industriale con effetti potenzialmente disastrosi per tutti a partire dalle fasce di popolazione più debole e a comprendere anche i piccoli risparmiatori detentori delle azioni del business tradizionale in difficoltà (al confronto la crisi iniziata con Lehman Brothers sarebbe uno scherzo).

 Concludevo  affermando che:

“alla politica spetterebbe proprio un ruolo di regolazione  (ne parla De Scalzi amministratore delegato dell’ENI in un’intervista) perché la transizione avvenga nel modo migliore e gli strumenti (di politica economica sia normativi sia di intervento finanziario  anche a livello internazionale) ci sarebbero. “

Ora confermo che la politica internazionale deve intervenire velocemente concordando obiettivi  realistici e mettendo in funzione meccanismi di governo della transizione che riducano incertezze e oscillazioni nel mercato con impatto, potenzialmente molto serio, sulle imprese del settore, sull’occupazione e sulla, peraltro modesta, ripresa dell’economia mondiale. Altro che illusione (rafforzata dalla recente firma a New York dell’Accordo di Parigi). È necessaria una mobilitazione internazionale come quella che consentì di uscire dalla crisi energetica del 1973 e portò alla costituzione dell’Agenzia Internazionale dell’Energia di Parigi (in inglese IEA in italiano AIE), allora strumento rilevante di stabilizzazione dei mercati ora utile ufficio studi ma senza poteri di intervento. In ogni caso il governo dell transizione energetica dovrà essere un importante punto del vertice G7 a guida italiana previsto per l’anno prossimo (se i rapporti dell’Occidente con i Russi migliorassero e si tornasse al G8 sarebbe un aiuto a trovare soluzioni). Se l’Italia ha coraggio può almeno analizzare i termini della questione e avviare un confronto, come è positivamente avvenuto con il Migration Compact proposto dall’Italia a livello europeo.

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