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Per gestire terrorismo, migrazioni e presenze islamiche in Europa ritorna il concetto di “fronte interno” utilizzato durante la Grande Guerra?

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Vari messaggi, diversificati ma convergenti nelle indicazioni conclusive, mi hanno indotto a ritenere che vada integrata la mia valutazione sull’essere prioritario operare sulla sponda africana per affrontare con successo il tragico groviglio che collega sottosviluppo, fame nel mondo, emigrazione fondamentalismo islamico, ISIS e terrorismo . L’integrazione deve riguardare considerazioni sulle scelte e sulle azioni da condurre all’interno di ciascun Paese e dell’UE nel suo insieme. Le riassumo brevemente.

  • La gravità della situazione dell’ordine pubblico in Francia non è né una novità, né un fenomeno circoscritto a individui, come dimostra il caso di Marsiglia, città per la quale fin dal 2013 il Partito Socialista con Ségolène Royale (e non il Fronte Nazionale di Marine Le Pen) chiedevano l’intervento dell’esercito. per ricostruire agibilità e controllo di aree largamente sottratte alla legalità repubblicana. Questa situazione fa da sfondo a un lungo elenco di episodi specifici riconducibili a islamici residenti in Francia (Bataclan e non solo) del quale ultimo esempio è l’uccisione di marito e moglie entrambi poliziotti. Le recenti dichiarazioni del premier Valls che preconizza un lungo periodo di conflitto (ha parlato di una generazione per indicare la sua presumibile durata) aumentano le preoccupazioni. Analoghe considerazioni si possono fare per il Belgio.
  • Il ripetersi di attentati negli USA perpetrati da cittadini americani di origine islamica per i quali si presentano spesso situazioni di dottor Jekyll e Mister Hyde nel senso che i vicini descrivono quasi sempre il terrorista come una persona “normale” ma i servizi di sicurezza spesso hanno avuto questi protagonisti tra i loro “attenzionati”. Sorge la domanda critica sul perché siano stati “lasciati andare” da chi di dovere. Molti ritengono che regole e comportamenti genericamente garantisti siano stati nei fatti pesantemente nocivi obbligando in sostanza a un “non luogo a procedere” pur in presenza di indizi significativi. E’ la delicata questione del contrasto tra tutela dei diritti del singolo e diritto alla sicurezza della comunità, un contrasto irrisolto nella civiltà giuridica occidentale con danni manifesti e a volte enormi per la comunità. Quel che stupisce è che anche negli USA, ritenuti un paese “sbrigativo”, si sia penalizzata la difesa dei diritti della comunità come illustrato in dettaglio in un documento – presentato come proveniente dal mondo dei servizi di intelligence americani - dove sono indicati anche i possibili rimedi a livello normativo e di prassi operative. Ridurre il tutto al controllo del possesso di armi o a situazioni psicologiche individuali appare invero molto riduttivo. Del resto, se le procedure standard non sono efficienti nasce la tentazione di giustificare l’altro estremo rappresentato dal modello Guantanamo, dove tutte le garanzie sono cancellate. Se le previsioni di Valls dovessero essere confermate la questione di una revisione delle norme di garanzia si porrà, piaccia o non piaccia, in vari Paesi. Sommessamente ricordo che qualcosa del genere si è posta in Italia per la Mafia e per la lotta Brigate Rosse (la dolorosa esperienza attraversata allora ha lasciato un’eredità di competenze, di intelligence e operative, ritenuta tra le migliori nel mondo).
  • Le considerazioni di Bernardo Valli  (vedi  Repubblica del 15 giugno) sugli aspetti socio-psicologici del disagio ma anche della delinquenza da lui individuati come terreno di coltura per un’adesione al fondamentalismo che follemente è percepita dagli interessati come una legittimazione e una catarsi. E’ interessante anche la notazione che i successi militari contro l’ISIS gli tolgono terreno per i campi di addestramento dei loro adepti e si innesca una sorta di compensazione con la  recrudescenza del terrorismo in Europa dei ridimensionamento dei territori conquistati. Una ulteriore recrudescenza potrebbe essere attivata da eventuali future azioni militari con presenza di truppe occidentali sul campo.

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  • Il tragico richiamo al franchising di Marek Halter ancora su Repubblica del 15 giugno per segnalare che “Oggi allo Stato islamico basta offrire il proprio copyright del terrore a dei balordi o a degli psicolabili. Gli basta perfino appropriarsi di ogni atto criminale, meglio se particolarmente cruento, a lui possibilmente riconducibile

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A questa lista si possono aggiungere elementi specifici desunti dall’esperienza italiana che menziono solo per titoli:

  • la scoperta che esistono foreign fighters italiani con relativi fiancheggiatori che talvolta sono di origine italiana e convertiti all’Islam in età adulta
  • le ripetute minacce rivolte direttamente all’Italia da diverse componenti della galassia fondamentalista con accentuazione nell’ultimo periodo di quelle di provenienza ISIS
  • gli accesi contrasti sulla politica da adottare nei confronti dei migranti (riguardo a  assistenza, identificazione, accoglienza, trattamento durante il periodo di selezione, decisamente troppo lungo, con relative proteste, rifiuti e scontri); contrasti per ora contenuti, ma da non sottovalutare soprattutto in situazione di sofferenza di strati consistenti di Italiani attanagliati da una crisi economica che stenta ad attenuarsi)
  • un atteggiamento ambiguo o quanto meno reticente delle comunità islamiche presenti in Italia che non hanno espresso le doverose condanne e non quel che più conta no collaborano a difendere il benessere i diritti e la pace di cui usufruiscono  e formulano distinguo, esimenti giustificazioni che sconfinano nel fiancheggiamento.

Mi è tornata in mente un’espressione incontrata quando al liceo si studiava la Grande guerra che già ai miei tempi – maturità nel 1962 – non era più presentata tanto come un’epopea conclusiva dell’unità nazionale quanto piuttosto come un’immane tragedia che non solo sconvolse per cinque anni il nostro continente, ma mise anche le premesse per i disastri dei decenni successivi. L’espressione “fronte interno” era usata per indicare tutte le questioni di gestione della situazione di belligeranza diverse dalla guerra guerreggiata ai confini – appunto al “fronte” – (allora i bombardamenti aerei delle popolazioni civili non avevano ancora preso piede). Tra l’altro i guasti del primo dopoguerra furono in parte causati dal permanere di questioni centrali del fronte interno (interventismo-pacifismo, nazionalismo-internazionalismo, difesa dei reduci-antimilitarismo, liberalismo-socialismo, …).

Potrebbe essere un utile esercizio costruire un grafico analogo a quello riportato per la Grande guerra ove indicare i diversi elementi del fronte interno legato al terrorismo islamico: gli articoli di varia provenienza sopra ricordati sono una fonte non marginale di informazioni per costruire questo schema. Il Governo italiano che con il Migration Compact ha formulato una proposta condivisa poi dalla UE per un’azione relativa al fronte esterno potrebbe formulare, coinvolgendo il Parlamento, un piano d’azione per il fronte interno, anche allo scopo di attenuare i contrasti interni che certo sono un grave ostacolo al conseguimento di un obiettivo così impegnativo e di informare  l’opinione pubblica, ovviamente solo in termini molto generali, del complesso delle azioni di prevenzione e repressione dispiegate. In particolare l’attuale collaborazione tra Paesi UE (e in ambito più ampio NATO) è lungi dall’apparire ottimale.

Speriamo di non avere davanti una nuova Grande guerra e tanto meno un nuovo primo dopoguerra. Ho già argomentato invece che dobbiamo recuperare lo spirito del secondo dopoguerra (può sembrare strano, ma è così: è stato meglio l’esito della guerra persa che quello della guerra vinta) per far partire uno sforzo coordinato di rilancio della civiltà occidentale a sostegno di tutti i popoli, civiltà che. pur con i suoi limiti, rimane un risultato del progresso umano che non ha senso mettere in discussione in mancanza di credibili realistiche alternative. Ripeto ancora una volta che una civiltà basata sul comandamento “ama il prossimo tuo come te stesso” non è confrontabile con civiltà che proclamano lo sterminio fisico del diverso che che ne dicano i fautori del multiculturalismo estremo, del relativismo, del post-modernismo e del pensiero debole, Hanno già fatto abbastanza danno. Per chiudere con un sorriso evocherei il Corrado che presentava in TV la Corrida (spettacolo di gran successo che aveva come sottotitolo la frase “dilettanti allo sbaraglio”) e quando bisognava interrompere un concorrente disastroso, con cortesia interveniva con una frase che divenne un tormentone: “Grazie, basta così”.

 

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