Processi decisionali partecipativi ed efficaci, e verifica dei risultati delle azioni di governo


L’Italia e l’Europa stanno attraversando un periodo di grande criticità, formalmente dal 2008 ma in pratica almeno dal 2006 a causa: 1) del processo di riorganizzazione delle grandi aree sociali ed economiche (Stati Uniti, Cina, Russia, India) e contemporaneamente di globalizzazione (le diverse aeree sono molto più interconnesse che nel passato); 2) le tante automazioni, frutto della forte innovazione tecnologica, che stanno sostituendo quote sempre più rilevanti di lavoro umano sia ripetitivo che concettuale; 3) la grande difficoltà a rinnovare le burocrazie e a rinforzare i servizi strategici (sanità, scuola, università, ricerca) attraverso l’immissione di giovani con elevate competenze scientifiche e tecniche a causa del forte indebitamento pubblico (sei punti di differenza nell’occupazione giovanile tra l’Italia e paesi come la Germania, la Francia e il Regno Unito sono dovuti proprio al minor “assorbimento” delle amministrazioni pubbliche e dei servizi strategici); 4) il sistema della formazione (asilo, scuola, università) è strutturato per fornire le competenze del passato e non quelle che servono oggi e ancora di più nel futuro; 4) l’organizzazione del welfare focalizzata su una società statica che non esiste più in cui un lavoro era per tutta la vita e invece oggi che si cambia lavoro molto spesso, con pause di inattività anche molto lunghe, c’è bisogno di un significativo sostegno economico nelle pause di disoccupazione e una formazione orientata alle nuove professioni o comunque a quelle maggiormente richieste; 6) L’organizzazione dei processi decisionali (politici e burocratici) delle amministrazioni pubbliche adatti a società sostanzialmente “passive” e in lenta evoluzione in un panorama internazionale sostanzialmente stabile; 7) la mancanza di una prospettiva in tempi ragionevoli (5-6 anni) dell’Europa federale, fatto che mette i paesi europei, tutti nessuno escluso, nella condizione di vasi di coccio tra quelli di ferro (Usa, Russia, Cina, India…).

Eppure il declino non è né ineluttabile né irreversibile. Ma per sfuggire la crisi che sembra inarrestabile ed ineluttabile è necessario costruire soluzioni innovative (profondamente diverse da quelle del passato) per ognuna delle macro cause di crisi sopra elencate e per ogni settore di attività.

Ed è necessario partire dalla revisione radicale dei processi decisionali pubblici, sulla base del principio che un approccio partecipativo possa dare risultati migliori e facilitare la costruzione e l’accettazione sociale delle decisioni “politiche” e dei progetti di ricerca e di innovazione sociale.

Per fare questo da una parte le élite (governo, parlamento, burocrazia, ecc.) devono associare al processo decisionale i cittadini attraverso la costituzione di focus group in cui sono rappresentati, oltre agli esperti, tutti i gruppi sociali – da attivare sin dalla fasi della identificazione degli obiettivi e della discussione sulle possibili alternative disponibili, in modo da favorire un netto miglioramento sia nel prendere “decisioni” socialmente “sentite” come utili e necessarie, sia nella più veloce e ampia accettazione sociale delle decisioni “politiche”. I tempi più lunghi e i maggiori costi nella identificazione delle “esigenze” e nella costruzione del processo decisionale, saranno ampiamente compensati da “risultati” più rispondenti alle esigenze “sociali” e più facilmente e diffusamente accettati.

Dall’altra parte i cittadini devono imparare a costruire nuovi “strumenti” (sostanzialmente associazioni tra esperti e cittadini rappresentanti le diverse condizioni sociali) per poter partecipare efficacemente al processo della formazione delle decisioni “politiche”, attraverso il controllo della coerenza dei programmi politici (rispetto alle criticità sociali) e della loro fattibilità, e alla verifica dei risultati delle azioni di governo sia rispetto ai programmi dichiarati che alle criticità del Paese. Per poter esercitare in modo più consapevole il loro ruolo le “associazioni” dovranno avere le competenze per studiare soluzioni organizzative, tecnologiche e finanziarie in grado di migliorare il benessere sociale ed economico attraverso interventi sui principali sottosistemi motori dello sviluppo, quali per esempio la scuola, l’università, la ricerca, la salute, l’agricoltura, l’ambiente, la finanza. Devono promuovere studi, seminari, incontri, iniziative culturali, di comunicazione, confronto e formazione sui temi di interesse sociale, economico, territoriale e istituzionale, con particolare riferimento agli investimenti sociali, allo sviluppo, alla creatività, alla formazione. E infine devono promuovere l’innovazione tecnologica, organizzativa, finanziaria, burocratica, istituzionale anche in ambito europeo e internazionale attraverso la costituzione di reti e la condivisione e la valorizzazione delle conoscenze.

 

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