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Produttività, stimolo della domanda e PIL: tre concetti economici al centro della discussione sulle ricette per superare la crisi

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Ogni tanto ricompare questa canzoncina degli anni ’30 (anche in questo caso attenti alle fakenews: la cantava Rodolfo De Angelis e non Petrolini come si legge in rete).  E’ stata riproposta – grosso modo ogni quarto di secolo – per esempio nella versione del Quartetto Cetra e in quella di Gigi Proietti. A sentirla bene la canzonetta dà anche qualche spunto serio, compresi accenni all’equità (cfr. Piketty e Amartya Sen ante litteram), alla necessità di far circolare i capitali e alla sterilità delle grandi assisi internazionali.

Sui rapporti tra domanda, PIL e produttività è intervenuto su Linkedin il Prof. Puglisi con un quesito, apparentemente semplice, che ha generato variegate risposte, alcune serie, alcune divertenti, alcune non prive di qualche confusione.

Provo a rispondere al quesito “come fa a crescere il PIL pro capite se non cresce la produttività?” (tenendo anche conto delle risposte proposte) visto che l’autore non l’ha ancora fatto. Per la verità il tono ironico fa trasparire che l’autore sottintende la risposta: “è impossibile”.

Un paio di premesse:

  • Andrebbe precisato se si intende la produttività del complesso dei fattori produttivi: lavoro e capitale nelle sue varie forme (finanziario, strumentale, immateriale – lista solo orientativa, senza pretese) o solo del fattore lavoro. Questa banale precisazione è importante perché molte analisi si limitano a considerare la produttività del solo lavoro e danno luogo a descrizioni e deduzioni manifestamente distorcenti nel senso che si arriverebbe a ritenere come obiettivo desiderabile una fabbrica ad altissima intensità di capitale con nessun occupato; dovrebbe essere ovvio che quello che interessa per valutare il ruolo di un’impresa è la produttività intesa come il rapporto tra valore generato e costo di tutti i fattori.
  • Spesso accade in alcuni settori delle cosiddette soft science che si confonda un rapporto di correlazione tra due grandezze con un rapporto di causa effetto, a volte pure con l’aggravante che si scambia il ruolo di causa con quello di effetto; per commentare questa confusione si può discutere una news (sarà fake?): “i bambini portano le cicogne” (qui una versione semplicistica, ma sostanzialmente corretta).

Torniamo al quesito esaminando un caso semplice. Cresce la domanda estera cui si rivolge un’impresa che sta sotto utilizzando i propri impianti e il proprio personale; manifestamente cresce la produttività di tutti i fattori (e cresce anche il PIL). Quindi è vero che c’è correlazione inevitabile tra PIL e produttività, ma il centro della questione è quale sia il punto di partenza; nell’esempio è manifestamente la crescita della domanda e la spiegazione è banale: siamo in presenza di fattori produttivi sottoutilizzati. Se quelli che il prof. Puglisi chiama – con, diciamo, ironia – domandisti sostengono che in presenza di sottoutilizzazione di capacità produttiva è benefica la promozione della domanda non sono in errore.

La questione diventa triplice: a. se ci sia o meno in Italia in questa fase una consistente sottoutilizzazione della capacità produttiva; b. quali condizioni debbano essere soddisfatte perché la domanda potenziale sia colta; c. quali siano azioni sensate per promuovere la domanda (nelle due componenti, estera e interna).

A mio avviso la risposta alla prima questione è sì; purtroppo bisogna aggiungere che situazioni di sottoutilizzo non possono durare più di tanto e si trasformano in distruzione di imprese e correlata distruzione di valore del capitale materiale e immateriale. In questo senso il sostegno alla domanda è una finestra di opportunità che va colta “a tempo giusto”.

La risposta alla seconda questione è ovvia: per cogliere la domanda occorre saper offrire prodotti/servizi in sintonia con la domanda e attraenti rispetto ai competitori nel rapporto prestazioni prezzi. E’ qui che entra in gioco la produttività: se la produttività è bassa è difficile essere competitivi. Ma è necessaria un’avvertenza: in stagione di sottoutilizzo di capacità occorre una definizione dei prezzi che faccia riferimento al margine di contribuzione, cioè capire che è già un risultato, rispetto al blocco della produzione e al rischio di distruzione dell’azienda coprire oltre ai costi variabili, anche solo una parte dei costi fissi. E’ evidente che questa scelta non può essere che temporanea e che va sempre e comunque perseguito il miglioramento della produttività purché intesa come produttività totale (ricordiamo a questo proposito l’esperienza di quelle imprese che dopo tentativi di spostamento della produzione in paesi a basso costo del lavoro hanno preferito far ritornare la produzione in Italia). Non dimentichiamo che l’abbattimento degli oneri fiscali e contributivi è decisivo per favorire la competitività (in Italia incidenza “monstre” e vera e proprie follie quali il carico fiscale sul lavoro (tramite quota IRAP eliminata solo recentemente).

Quanto alla terza questione (come promuovere la domanda) la risposta è troppo complessa per essere trattata in questo ambito. Solo alcuni cenni: aumento del potere d’acquisto dei ceti medio bassi con effetti positivi sulla domanda interna; investimenti nei sistemi produttivi, opere pubbliche che superino handicap infrastrutturali sono d’aiuto. Spazi enormi si aprono sulla domanda estera: tanto per cominciare che senso hanno per l’Italia le sanzioni alla Russia nostro attivo cliente e comunque nostro fornitore di gas? I settori più promettente sono quelli del turismo, dei beni culturali, del cibo di qualità, in generale del made in Italy dove la competizione internazionale ci può vedere favoriti con bacini di utenti potenziali molto ampi (basta pensare alla Cina). In questi settori non valgono i modelli di impostazione micro economica basati sull’assunzione di una domanda rigida da spartire tra produttori. Due finora i fattori di debolezza: inadeguatezza delle azioni di comunicazione e coinvolgimento mirate a promuovere e qualificare la domanda e soprattutto inadeguatezza dei servizi tradizionali di supporto (tipico esempio: promuovere il turismo a Roma per poi offrire lo spettacolo di trasporti pubblici inaccessibili, scioperi selvaggi, sporcizia diffusa e degrado urbano da terzo mondo non è così proficuo).

Sono consapevole delle limitazioni dell’esposizione fin qui sviluppata, ma sono anche convinto che se “si sta sui social” per tentare di diffondere elementi di conoscenza e di riflessione e non per continuare in questa sede dispute accademiche tra colleghi o preparare una carriera da mattatore ai talk show, bisogna farsi carico di dare spiegazioni per farsi capire e alimentare discussioni auspicabilmente proficue, rischiando anche di essere inesatti o incompleti e di venire per questo criticati dai custodi del perfezionismo e del formalismo e, soprattutto, dell’ortodossia (o meglio di una ortodossia perchè di scuole di politica economica ce ne sono più d’una).

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mountfu_lg

 

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