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Proseguono le prese di posizione sui provvedimenti in preparazione in materia di riassetto dell’Università. Emergono indicazioni utili e convergenti.

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Il Sole 24 ore di ieri dà notizia delle conclusioni emerse dal  XIII Convegno annuale CODAU (Convegno dei Direttori generali delle Amministrazioni Universitarie) che si è svolto dal 17 al 19 settembre a Desenzano, sul tema Dalla Legge 240 alla “nuova” Università.

Da segnalare prima di tutto il triste primato nazionale evidenziato dal titolo dell’articolo: In 10 anni 120 provvedimenti. Certo, in questo caso, il numero di per sé non garantisce risultati positivi, anzi genera transitori e incertezze che fanno danno.

Sul piano delle proposte vanno menzionate quelle particolarmente concrete formulate da Andrea Lenzi Presidente del Consiglio universitario nazionale secondo il quale “Lo Stato deve dirci se considera il sistema universitario una parte fondamentale del sistema paese oppure se vuole farlo morire: nel primo caso è tenuto ad attuare una seria programmazione politica, fatta di risorse, di reclutamento e di qualità”. “Il che significa per esempio differenziazione tra gli atenei in funzione delle realtà territoriali, creazione di una cabina unica di regia per la ricerca scientifica e specializzazione del personale tecnico amministrativo”.

Riscontro una convergenza pronunciata con le indicazioni avanzate nel mio post di ieri su questo tema (vedi appresso). Aggiungo solo che se l’Università va male, difficilmente il Paese può andare bene. E’ ovvio, ma molti se lo dimenticano o fingono di dimenticarlo; ma correlativamente l’Università deve considerare proprio compito prioritario formare la classe dirigente e abbandonare eccessi di autoreferenzialità: da questo punto di vista va rafforzata l’attività di valutazione in rapporto con l’incremento di autonomia giustamente chiesto dagli Atenei, ma occorre mettere mano alle regole dell’ANVUR che mortificano la didattica e ignorano il valore delle capacità operative che l’Università sa costruire. Speriamo che l’appuntamento del 2 ottobre a Udine per un evento di approfondimento organizzato dal PD a cura della Senatrice Francesca Puglisi registri una convergenza di opinioni e consenta il rispetto della scadenza di fine ottobre annunciata per la presentazione del testo definitivo.

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Anticipazioni sui quotidiani delle norme in dirittura d’arrivo sul reclutamento dei docenti e l’attuazione del diritto allo studio.

Importanti anticipazioni sui contenuti di un imminente provvedimento (si parla di un decreto legge entro ottobre) mirato a superare le più clamorose storture del quadro normativo vigente nelle nostre Università cominciano ad apparire sui quotidiani tra i primi un ricco articolo su Repubblica.it;  oggi 21 settembre un articolo su il Messaggero, molto informato e ben strutturato.

Per mantenere la tempistica, prossimo appuntamento il 2 ottobre a Udine per un evento organizzato dal PD a cura della Senatrice Francesca Puglisi dove i contenuti saranno illustrati più ampiamente e, auspicabilmente, approfonditi attraverso un confronto vero.

Alcune considerazioni di fondo sono decisive anche se molto sottolineate a parole ma finora poco tradotte in fatti: pochi ricercatori, poche risorse finanziarie, non si sbaglia se si indica in entrambi i casi circa la metà rispetto ai valori europei. Per completezza va detto che lo squilibrio è molto maggiore nella frazione pubblica che non in quella privata e il discorso si complica su cause e conseguenze di questo squilibrio. In ogni caso, con pragmatismo si possono ottenere dei miglioramenti anche senza considerare l’incremento dei budget come una precondizione bloccante ogni possibilità di miglioramento.

Intanto chiariamo un punto di partenza: come ho cercato di argomentare in un recente post i ricercatori italiani sono giudicati a livello internazionale come “un paradosso” o meglio un miracolo per produttività scientifica e capacità di accesso ai fondi europei, quindi attenzione alla distribuzione (dell’ammontare attuale e degli auspicabili incrementi) e sosteniamo quei soggetti e  quelle strutture che riescano a “moltiplicare” le loro disponibilità veicolandole come quote nazionali nei progetti europei in cofinanziamento.

Altro macigno che il nuovo provvedimento può smuovere è il dato di fatto che oggi è assolutamente non appetibile iniziare un percorso per l’inserimento dei giovani nel sistema universitario per effetto di una precarietà istituzionalizzata, accompagnata da una tipologia ipertrofica di rapporti (con etichette più numerose di quelle della burocrazia zarista) e di un meccanismo di quote massime vincolanti (frazione delle uscite, vincoli di bilancio, “punti docenza” e quant’altro): se si sostituisce tutto questo con il solo vincolo del pareggio di bilancio è già un significativo passo avanti.

Gli organi di vertice degli Atenei risponderanno delle loro scelte nella selezione dei docenti (che potrebbero avere un contratto unico con tutele crescenti nella linea “jobs act” ) rispettando oltre ai vincoli di bilancio i risultati delle valutazioni ANVUR su idoneità per ingresso, progress. E’ uno strumento sacrosanto, ma ci vuole il coraggio di riconoscere che oggi i criteri sono relativi solo alla produzione scientifica, non valorizzano in alcun modo la didattica (anzi nei fatti scoraggiano gli universitari a dedicare tempo e progettualità alla docenza, funzione che certo non può diventare marginale nelle nostre università) e poco o niente valorizzano le componenti che integrano le conoscenze prodotte, documentate dalle pubblicazioni traendone competenze (un quadro organico di saperi suscettibili di utilizzo, altrimenti le Università perdono il ruolo di formare non solo futuri docenti, ma soprattutto classe dirigente, a cominciare dai professionisti) in vista di conseguire capacità di creare valore per cittadini e imprese (nella linea condivisa a livello internazionale che lo sviluppo sia pilotato dal capacity building).

Da quanto si apprende finora il provvedimento in fase di definizione affronta anche il tema del diritto allo studio. E’ innegabile che oggi il diritto costituzionale per i capaci e meritevoli in condizioni di disagio economico è soddisfatto solo molto parzialmente. Per migliorare il quadro è indispensabile migliorare regole e controlli sul riconoscimento delle condizioni di disagio, ma anche incrementare le risorse destinate allo scopo. Va messo a fuoco che oltre al peso delle tasse scolastiche l’onere economico per le famiglie è fortemente squilibrato a danno dei cosiddetti fuori sede: la terapia non è nella università di campanile (va superata anche la situazione che non vede nessuna specializzazione dell’offerta formativa) ma in una politica di sostegno all’alloggio (nel medio termine residenze, con tutti  vantaggi del campus ma nell’immediato anche “buoni” per abbattere i costi di alloggio presso privati). Le risorse potrebbero in parte venire dall’eliminazione delle cause sia di eccessiva durata reale degli studi sia di una percentuale inaccettabile di abbandoni con conseguenti sterili e costosi sovraffollamenti. Più stretto collegamento con la scuola secondaria, orientamento, tutoraggio, ripensamento delle lauree triennali e altri strumenti potrebbero dar luogo a risparmi e a migliore qualità dei corsi.

Se entro fine ottobre si riuscirà a concretizzare anche solo una parziale soluzione (non troppo conflittuale e comunque percorribile, ai problemi fin qui enumerati, ma ce ne sono, ovviamente, anche altri, sarà un passo avanti decisivo per la modernizzazione del Paese.

 

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