Nel commentare le affermazioni, assolutamente da respingere, della giornalista di Al Arabya @Francesco Mazza osservava che, quanto ad attenzione (dei media, diopinion leaders e politici) ci sono morti di serie A e morti di serie B. Sono d’accordo (ho recentemente ricordato che 7500 cristiani trucidati, solo perché tali, nel 2015 non hanno fatto notizia) e provo a elencare in termini generali gli elementi che condizionano l’inserimento o meno di eventi tragici in questa funerea serie A:

  1. la figura della vittima (personalità età professione, ..) e conseguentemente la possibilità che diventi personaggio che colpisce con particolare intensità e sintonia l’opinione pubblica
  2. la fermezza e la determinazione con la quale i familiari chiedono siano portate avanti concrete azioni utili a fare giustizia
  3. la presenza di gruppi (socio-politici di varia natura) che colgono l’opportunità di utilizzare il caso per i loro fini e quindi contribuiscono a farlo emergere e a rinfocolare il sostegno e le prese di posizione al riguardo
  4. il superamento di un livello di visibilità mediatica tale che rende impossibile passare sotto silenzio ridimensionare la vicenda a chi ne avesse eventualmente interesse, anzi obbliga tutti quelli che sono per qualunque motivo al centro dell’attenzione a fare della vicenda una prova del proprio impegno, della propria determinazione e della propria capacità d’azione
  5. errori di comunicazione (o ancora peggio di gestione) compiuti da una o più parti in causa che fanno indignare ulteriormente le altri parti
  6. un’azione decisa di alcune forze in campo a far di tutto per tenere desto il caso che non stanno solo sfruttando ex post (caso 3) ma che hanno per loro fini contribuito a determinare.

Si può provare ad analizzare se nel caso Regeni siano presenti o meno questi elementi. Sicuramente la personalità della vittima implica la presenza del primo elemento (qualcosa di simile è accaduto nella vicenda di Valeria Solesin la ragazza italiana vittima a Parigi nella tragedia del Bataclan la cui personalità per i media era analoga a quella di Regeni).

La famiglia Regeni ha con fermezza e dignità chiesto che si facesse giustizia con una determinazione e insistenza che non si sono manifeste allo stesso modo nel caso della famiglia Solesin perché la dimensione collettiva e corale dell’evento (investita tutta l’Europa) non richiedeva un’azione specifica della famiglia.

Non va sottovalutato il peso del fattore 3: dalle famiglie delle vittime della repressione in Egitto, agli oppositori dell’attuale regime egiziano, ai fautori delle primavere arabe (sulla cui inconcludenza se non nocività mi sono giù espresso) ai vari attori del conflitto interno  al mondo islamico (per non parlare di potenziali interessi in gioco a strumentalizzare la vicenda interne all’Italia) non mancano certo soggetti interessati a esasperare l’attenzione sul caso.

Quanto all’elemento 4 mi limito a ipotizzare che l’azione del nostro Governo sia stata almeno nei toni e nei modi condizionata dall’altissima visibilità del caso e che anche la partecipazione del mondo calcistico sia stata una conseguenza di questa visibilità.

Errori gravissimi (elemento 5), nocivi anche per i rispettivi obiettivi, obiettivi deprecabili dal mio punto di vista, sono ovviamente stati commessi a tutti i livelli da esponenti del regime egiziano che hanno raccontato un repertorio di storie una più insensata dell’altra cadendo anche in palesi contraddizioni. Sottolineo anche errori a mio avviso altrettanto gravi commessi da interlocutori riconducibili al mondo accademico di Oxford (e agli organismi con i quali collaboravano) che nel caso migliore hanno clamorosamente e colpevolmente sottovalutato il rischio di mandare in quel modo un giovane allo sbaraglio.

Difficile commentare sull’elemento 6 che esprimo più chiaramente con la domanda “Non sarà che qualcuno voleva trovare un’occasione per mettere in difficoltà i rapporti tra Italia ed Egitto?”. Si può affermare che non mancano interessi economici e/o politici da parte di altri Paesi perché sorgano e permangano tali difficoltà; come non mancano all’interno dell’Egitto analoghi interessi di natura politica. Mi vengono in mente due citazioni molto diverse fra loro: una concettuosa di Wittgenstein“Su ciò di cui non si può dire si deve tacere” (tutto sta nell’interpretare la voce verbale può); l’altra ruspante di Andreotti “A pensar male si fa peccato, ma ci si azzecca sempre” .

 Di fronte alla complessità della situazione non sottoscrivo diagnosi semplicistiche inadeguate e/o condizionate da pregiudizi ed esprimo indignazione per il pensiero di fondo della giornalista di Al Arabya che sinteticamente suona “un morto in più con tanti morti ammazzati in giro da noi, da voi, nel mondo che volete che sia non ci seccate troppo” soprattutto perché invece ritengo che il mondo arabo abbia bisogno di ben altra informazione e di ben altre valutazioni, come ho provato ad argomentare.