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Sulle smart cities

Di' la tua

si può e si deve passare dalle chiacchere ai risultati

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E’ proprio vero come dice Carlo Mochi Sismondi a proposito delle iniziative sulle smart cities di cui tanto si è parlato e molto poco si è attuato ”che  le parole, se usate senza cura, rischiano solo di coprire un vuoto di idee imbarazzante e una carenza di azione politica che ci inchioda ancora alle ultime posizioni nelle classifiche dell’economia digitale”. Altrettanto condivisibili sono le sue indicazioni sulle azioni da intraprendere per recuperare il ritardo, che possono essere sintetizzate in  una linea guida decisiva:  rendere fruibili i contenuti informativi già disponibili, ma solo potenzialmente e parzializzati presso i singoli produttori-detentori pubblici e nei fatti segregati se non segreti. Il salto di qualità necessario è questo, non nei device più o meno intelligenti, non nelle reti intese come autostrade (sono al più condizioni necessarie, spesso soddisfatte, ma certo non sufficienti). Sottolineo un aspetto di nomenclatura dati integrati e fruibili portano a una conoscenza, una conoscenza organizzata porta a una capacità di risolvere problemi cioè a soddisfare esigenze dell’utente dal quale sarà sostenuto direttamente o indirettamente il servizio sul mercato. Questa dinamica è alla base di ogni storia di successo nell’ICT nel mondo, dai micro pagamenti con lo smartphone, alla tracciabilità nella logistica ma anche nell’iter di adempimenti burocratici per citare solo alcune applicazioni.

La scelta coraggiosa che solo la politica potrà fare è quella di consentire ai privati di offrire servizi con dati di provenienza pubblica, obbligando le pubbliche amministrazioni a renderli adeguatamente disponibili. Quelle che non lo faranno in un tempo ragionevole (e problemi di budget non ce ne sono perché costa poco e si ritaglia dagli stanziamenti già attribuiti andranno  “commissariate ad acta digitalmente” nel senso di realizzare una o più piattaforme leggere di data mining(da non confondere per carità con grandi centri di elaborazione dati che sarebbero dinosauri altrove estinti rimessi in vita in un Jurassic Park) in grado di pescare nei sistemi informativi delle singole amministrazioni; tecnicamente le soluzioni sono disponibili e poco costose. Naturalmente vanno definite tipologie di dati da condividere e procedure per l’accesso di futuri prestatori di servizi in forma concorrenziale. Si attiverebbe così quella cultura del dato che Carlo accoratamente raccomanda di adottare, ma anche un mercato del dato, o meglio del servizio che la conoscenza consente.

Encomiabile l’impegno dispiegato dalla Commissione UE per sostenere iniziative di ricerca e sviluppo sul tema delle smart cities, condivisibile il correlato impegno MIUR al riguardo, ma la sfida è sulla quotidianità attuale e non c’è bisogno di aspettare i risultati della R&D.

Un’ultima osservazione: non mancano nel perimetro pubblico tecno-strutture in grado di svolgere questo lavoro, anche se questa non è la sede per prospettare candidature. Non servono nuovi carrozzoni: si mettano in una gara tecnica le strutture pubbliche esistenti e si scelga il progetto migliore. Un po’ di sano dirigismo è indispensabile per superare tavoli di concertazione che si sono dimostrati tavoli di insabbiamento e di difesa di orticelli.

 

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