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Tanti dicono che la Costituzione italiana è la più bella e la più copiata del mondo. Sarà vero?

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Il 22 dicembre di settanta anni fa l’Assemblea Costituente approvò la Costituzione della Repubblica Italiana promulgata dal capo provvisorio dello Stato, Enrico De Nicola, cinque giorni dopo. Un’occasione per far tirar fuori di nuovo il mantra che la Costituzione italiana è la più bella e la più copiata del mondo. Ma se fosse così perché il nostro Paese versa in difficoltà non banali? Non mi interessa in questa sede ripercorrere, né tanto meno riattivare, le polemiche, a mio avviso prevalentemente superficiali e/o strumentali, che hanno monopolizzato l’arena politica prima e dopo il referendum del 4 dicembre 2016 sulla riforma costituzionale. Sulla kermesse referendum mi limito a osservare come fosse inconsistente la tesi di chi sosteneva che bastava metter su l’ennesima Commissione bilaterale e con un anno di lavoro si sarebbe concordata una Riforma costituzionale perfetta: è passato un anno e non si è nemmeno iniziato a parlare di istituire la Commissione. Uno dei problemi degli Italiani sul fronte politico è che non hanno memoria storica (veramente altro che memoria storica, non si ricordano nemmeno della cronaca della settimana appena trascorsa).

Desidero invece mettere in discussione il mantra di cui dicevo all’inizio, riprendendo un mio commento a un post di @Adv. Natalino Ventrella. Tutto dipende da cosa si intenda per “bella” riferito a una Carta Costituzionale. Per semplificare mi limito a tre parametri: condivisibile nei principi enunciati; efficace nella scelta degli strumenti; realizzabile nella pratica politica. Dopo 70 anni si può, anzi si deve dare una valutazione tenendo conto del clima che ispirò la stesura dopo la tragedia della seconda guerra mondiale (particolarmente tragica per l’Italia) e degli anni trascorsi che hanno visto trasformazioni economiche, sociali e culturali di grande rilievo a livello nazionale e internazionale (basti citare la globalizzazione e la costruzione dell’Unione Europea).

Secondo me quanto ai principi la nostra costituzione è accattivante perché elenca diritti che corrispondono a un elevato livello di civiltà ed enuncia correlativamente una serie di libertà (in questo senso è bella). Manca però la prescrizione puntuale dei doveri che sono l’inevitabile rovescio della medaglia (la lettura prevalente è che i doveri siano in capo alla Stato, senza considerare che ne risulterebbe uno Stato etico alla Hegel, con competenze e poteri monstre e inevitabilmente oppressivo). Ne viene fuori il rischio che lo Stato diventi inevitabilmente il “nemico” delle libertà che dovrebbe garantire, senza contare che si genera in larghe fasce della popolazione un’aspettativa di diritti realizzati in automatico per tutti (per gli antistatalisti a parole, a carico di una fantomatica società, che avrebbe tutti i doveri e tutte le colpe).

Quanto agli strumenti ordinamentali, è evidente la ridondanza dei livelli di potestà pubblica aggravata da una malintesa autonomia di ben tre principali articolazioni (Comuni, Provincie e Regioni) oltre a quello statale, per non parlare di Comunità montane, Consorzi e tutto un correlato sottobosco con conseguente ipertrofia della classe politica. Le modifiche apportate, tra queste quella dovuta a Bassanini, hanno peggiorato pesantemente il quadro. Intellettualistico l’assetto del potere giudiziario (definito per l’esattezza un ordine) che nei fatti, senza violare questa Costituzione, ha assunto poteri dilaganti sull’azione amministrativa (e su quella legislativa anche in conseguenza per la verità di motivazioni per questo sconfinamento vedi esempio della legge elettorale battezzata consultellum) e si permette tempistiche bibliche con conseguenze devastanti (anche qui girano mantra: Italia patria del diritto, garantismo come dovere primario, e altri, con esiti pratici di impunità diffusa e quel che è peggio di consapevolezza da parte dei potenziali delinquenti di questa situazione di impunità di fatto.

Quanto alla realizzabilità’, la valutazione negativa è nei risultati e in parte deriva dalle considerazioni precedenti. Tra queste sottolineo la circostanza che alcuni elementi di ingessatura furono voluti da parte delle sinistre che temevano un eccesso di poteri dell’esecutivo, in piena guerra fredda con un peso in Italia della Nato non marginale. Aggiungo due considerazioni puntuali. È evidente il ruolo dei partiti nella gestione del potere in Italia; tra le disposizioni costituzionali rimaste inattuate quella di una regolamentazione per legge dei partiti. Considerazioni analoghe per la disposizione sulla regolamentazione dei Sindacati. Questionabile anche la scelta di definire le regole elettorali con legge ordinaria. Siamo alla ricerca della “soluzione” da 70 anni (sono abbastanza anziano da ricordare la cosiddetta legge truffa che invece secondo me era ragionevole compromesso tra governabilità e rappresentatività). Il sospetto che ogni maggioranza cerchi di ottimizzare la legge elettorale per le proprie esigenze non è purtroppo manifestamente infondato. La dinamica più recente tra porcellum, consultellm, italicum, rosatellum è inqualificabile.

Chiedo perdono in anticipo per l’utilizzo, come sintesi del mio punto di vista, di un’espressione popolaresca comune nelle balere del dopoguerra per commentare il comportamento della componente femminile: ” è bella, ma non balla”. Molti tra quelli che a parole difendono l’intoccabilità della attuale stesura (e inorridirebbero davanti alla mia irriguardosa metafora) sottovalutano la circostanza che la portata della nostra Carta è fortemente limitata nelle conseguenze pratiche (ovviamente da definire per legge) dalla previsione inserita all’art. 117 dopo la riforma del 2001 che impone alla produzione legislativa di rispettare i vincoli comunitari (interessante il confronto con la corrispondente norma nella Costituzione tedesca).

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