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Tutti chiedono investimenti per competitività e occupazione. Ma molti si oppongono a opere pubbliche o impianti industriali nel loro territorio

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Nell’attuale situazione socio-economica è determinante da vari punti di vista il rilievo degli investimenti infrastrutturali (in primis riassetto del territorio, ma anche le reti – viabilità e ferrovie, elettricità, gas naturale, telecomunicazioni, trattamento rifiuti – e lo sviluppo degli impianti industriali). Gli investimenti infrastrutturali, infatti, oltre ad aumentare direttamente l’entità del PIL, il mitico indicatore cui tutti rivolgono l’attenzione:

  • stimolano la domanda, il principale punto debole rispetto al superamento della crisi, riorientandola dai consumi fine a se stessi al rafforzamento della competitività del nostro sistema produttivo e al soddisfacimento di esigenze primarie dei cittadini
  • aumentano i posti di lavoro (qualcuno finge di dimenticare che i posti di lavoro nascono nelle imprese) una priorità assoluta
  • facilitano lo sviluppo dell’innovazione in particolare nel mondo digitale (si pensi alle reti e ai sistemi ICT)
  • consentono l’utilizzo in materia proficua di fondi europei che invece non riusciamo a spendere integralmente e comunque spesso – quando riusciamo ad utilizzarli – destiniamo ad interventi “a pioggia” privi di effetto moltiplicatore.

In questo quadro si deve però registrare che, a fronte di un consenso generale (e generico) sulla necessità di nuovi investimenti di questo tipo, all’atto pratico molte iniziative sono bloccate dalla nota sindrome NIMBY (Not In My Back Yard) cioè da un’opposizione a livello locale spesso immotivata e aprioristica. Si poteva pensare che il fenomeno, particolarmente virulento in Italia, si attenuasse in occasione di una crisi ormai ultra-quinquennale, con effetti pesanti. Invece non è così. Tra gli esempi recenti si possono citare il completamento della rete elettrica in Sicilia e le possibilità di estrazione di gas naturale nei mari italiani.

Una disamina sistematica è esposta nel nuovo rapporto presentato da Nimby Forum nel novembre 2016, dal quale risulta che

“Nel 2015 c’è stato un picco delle nuove contestazioni (22%), mentre il totale delle opere contestate è in leggero calo, -3,5%. Sembrano due dati in contraddizione. Ma non è così. Chi stava realizzando un progetto spesso lascia perdere, magari dirottando il suo investimento verso un altro Paese.”

Lorenzo Salvia, autore dell’articolo sul Corriere della Sera, che commenta il rapporto, prosegue osservando

“Sia chiaro, l’attenzione al territorio è sacrosanta, perché questa è la vera ricchezza del nostro Paese, l’unica capace di portare una crescita reale e non solo in termini di Pil. Ed è sacrosanta anche la voglia di informarsi e di informare che anima i comitati di protesta contro questo o quel cantiere. Ma sarebbe troppo semplice chiuderla qui. Il rapporto del Nimby forum dice che una volta su due, dietro le contestazioni, ci sono partiti politici locali ed enti pubblici. I partiti, proprio loro. Accusati di non ascoltare la voce dei loro (potenziali) elettori eppure prontissimi a trovare uno strapuntino sul carro della protesta. Dire di no è legittimo. Chiedere spiegazioni ancora di più. Ma dopo la discussione (vera e non tanto per fare) ci deve essere il momento della decisione. ”

Tra i rimedi ipotizzati:

  • la definizione di un modello di sviluppo condiviso, come obiettivo nazionale, con i cittadini e gli enti locali.
  • la procedura di consultazione dei cittadini che assicuri il coinvolgimento ma nel contempo la certezza dei tempi, introdotta dal nuovo codice degli appalti
  • la riqualificazione dei civil servant italiani per educarli a fare, non a difendersi da pressioni o rischi di decisioni censurabili e in simultanea un’efficace lotta alla corruzione
  • un superamento dello sgangherato trasferimento di competenze a Regioni ed Enti Locali su tematiche di rilevanza nazionale con implicazioni e difficoltà ben aldilà delle loro reali capacità operative.

Molti sono scettici sulle possibilità di uno sblocco (tra i pessimisti Jacopo Giliberto autore dell’articolo sul Sole 24 ore che espone le risultanze della discussione organizzata in occasione della presentazione dello studio Nimby) perché sono preoccupati del quadro generale di confusione nella percezione del rischio condizionata da allarmismo e disinformazione: una questione cruciale per lo sviluppo che non si riesce a affrontare razionalmente se non attraverso una sistematica opera di medio termine rivolta all’informazione della pubblica opinione e all’educazione dei giovani. Certo la frequente presenza in particolare sui media di informazioni incomplete e distorte (per non parlare di quelle addirittura false ) complica notevolmente il quadro.

Se non si trova una soluzione e continueranno a vincere quelli che, con riferimento alla geotermia, Jacopo Fo ha battezzato gli “annientalisti” (ambientalisti estremi che rifiutano ogni nuova opera) le conseguenze negative sul superamento della crisi e in particolare sull’occupazione saranno pesanti.

Concludo segnalando che la lentezza e l’incertezza del processo decisionale italiano su nuovi insediamenti produttivi è fra i principali fattori che scoraggiano investimenti esteri in Italia e che la capacità di realizzare infrastrutture pesa anche nel giudizio in generale sulle prospettive della nostra economia da parte dei vari “medici e maestri” che ci valutano e condizionano, dalle agenzie di rating, all’OECD, ai vari Organismi dell’Unione Europea. Più specificamente la capacità di realizzare infrastrutture pesa sulle famose nostre richieste di deroga rispetto al limite sul deficit, tanto più in una auspicabile logica che distingua i negativi sforamenti per la copertura della spesa corrente dai debiti contratti per investimenti capaci di migliorare la produttività, la competitività e la sostenibilità della nostra economia.

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lum_lga

 

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