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Un libro letto durante la vacanze di Pasqua di cinquant’anni fa…

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"Il primo cerchio"​ di A. Solženitsyn. La storiografia asimmetrica di militanza

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Durante le vacanze di Pasqua mettendo ordine nella biblioteca mi sono imbattuto in un libro che mi è stato regalato per la ricorrenza pasquale di esattamente cinquanta anni fa e che ho letto nei giorni successivi:  Il primo cerchio di Aleksandr Solženitsyn, uscito in Italia nel luglio 1968.

In quella occasione presi consapevolezza dei crimini di Stalin (quando Kruscev lesse al XX Congresso del PCUS – febbraio 1956 – il suo Rapporto “segreto” sui crimini di Stalin avevo 12 anni e non seguivo certo né la storia contemporanea, né la politica). In realtà il caso di Solženitsyn e dei suoi resoconti del regime dei lager sovietici era iniziato nel mondo occidentale con il primo romanzo di Solženitsyn pubblicato in Occidente nel 1962 con l’esplicita approvazione di Nikita Chruščёv : Una giornata di Ivan Denisovič , ma confesso che non ebbi modo di leggerlo allora.

Sfogliando il libro dopo tanto tempo mi sono incuriosito sulla dimensione della tragedia verificatasi nel regime stalinista e ho trovato stime molto variabili, a seconda della fonte e dei criteri di conteggio, secondo Wikipedia nell’intervallo tra 3 milioni 9 milioni di morti. Alcuni studiosi sostengono che il numero di morti potrebbe aver raggiunto decine di milioni.

Emergono una serie di considerazioni di varia natura che esprimo un po’ alla rinfusa, come mi sono venute in mente.

La prima metà del Novecento è stata funestata da tragedie immense che hanno afflitto l’Europa e non si limitano alle due guerre mondiali. Gli ultimi cinquant’anni del Novecento e i primi due decenni del secolo attuale nonostante i drammi che abbiamo vissuto, sono stati innegabilmente meno funesti di quelli del cinquantennio precedente. Di questo dovremmo tener conto nel giudicare i sistemi sociali, economici e politici che abbiamo sperimentato e nel valutare le prospettive che abbiamo di fronte.

La storiografia non è una scienza esatta nel senso che ideologie, interessi, falsificazioni ne condizionano le fonti e le interpretazioni: sembra incredibile che non si riesca a raccogliere indicazioni abbastanza precise su di eventi non lontani nel tempo eppure è proprio così.

La diffusione delle informazioni sugli eventi storici (non solo presso la pubblica opinione attraverso i media, ma anche presso le élite culturali, gli opinion makers e i politici) non è né uniforme, né fortuita. Alcuni eventi tragici sono di dominio comune e giustamente evocati periodicamente e con continuità e frequenza, non solo per il rispetto dovuto alle vittime ma anche per tener desta la memoria come ammonimento per le nuove generazioni (penso alla Shoah). Altri, come i crimini del potere stalinista, sono nascosti sotto il tappeto, non appartengono alla coscienza comune e a mala pena sono menzionati di sfuggita in occasioni straordinarie (nel 2006, cinquantenario del Rapporto Kruscev qualche articolo di stampa lo ha ricordato con limitato rilievo e senza alcuna sorpresa per il sostanziale oblio dal quale la vicenda è stata sommersa).

Va riconosciuto che la storia, piaccia o non piaccia la scrivono, e soprattutto la raccontano, i vincitori. Era così ai tempi degli Egiziani quando si cancellavano le tracce dei faraoni sconfitti o comunque caduti in disgrazia, ai tempi dei Romani quando si cancellava – o si manipolava – la storia degli Etruschi sconfitti (da leggere il recente libro La civiltà perduta degli Etruschi di Alberto Angela) più recentemente dopo l’unità d’Italia quando il Regno d’Italia classificò come brigantaggio la resistenza del popolo meridionale alla occupazione sabauda, come ci ricorda Silvana Noviello in occasione della ricorrenza della data del 25 Aprile 1862 quando venivano messe in stato d’assedio le province meridionali da parte della «feroce dittatura» sabauda (Gramsci). Credo proprio che continuerà ad essere così. Però non si può non concludere invitando i professionisti, ma anche chi abbia interessi culturali, allo studio e all’approfondimento della storia con spirito veramente equanime e senza farsi condizionare dai pregiudizi. Alcuni lo hanno fatto: penso a Giampaolo Panza che con una serie di libri documentati e ben scritti, a cominciare dall’ormai famoso Il sangue dei vintiha squarciato un velo (dovrei dire un muro) su tristi vicende degli ultimi strascichi della seconda guerra mondiale (anche questi come i crimini di Stalin riconducibili all’ideologia comunista). Per merito suo queste tristi vicende sono ora note a una frazione consistente dell’opinione pubblica italiana con la tragica etichetta “le foibe” e cominciano a entrare nella storiografia ufficiale e nella memoria collettiva. Almeno in questo caso la storiografia asimmetrica di militanza ideologica è stata se non sconfitta almeno motivatamente contrastata. E non basta usare l’etichetta “revisionismo” per negare correzioni o integrazioni alla storiografia prevalente, necessarie quando quest’ultima sia stata di parte.

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